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[ANIMAL KINGDOM]
È appena uscito il quinto numero del 2010 del bimestrale della FICE, Vivilcinema, che trovate gratis in vari cinema italiani (oltre che in free download in pdf qui). A p.38 potete leggere la mia recensione di Animal Kingdom, film scritto e diretto da David Michôd in uscita in Italia il prossimo 30 Ottobre distribuito da Mikado. Qui di seguito la recensione.
Gli spietati vivono a Melbourne, Australia. David Michôd, originario di Sidney, ambienta nella sua città d’adozione un dramma criminale pregno di un cinismo esasperato. I precedenti cortometraggi dell’autore australiano, proiettati e premiati nei maggiori festival internazionali (compreso Venezia), hanno creato un’aspettativa tale da permettergli di giungere nel migliore dei modi al lungometraggio d’esordio. La storia, concepita da Michôd nove anni fa ma poi stravolta per la messa in scena, segue le disavventure di J (l’esordiente James Frecheville), diciassettenne che dopo la morte per overdose della madre si rivolge alla nonna materna, da cui era tenuto a debita distanza. Questa lo accoglie a braccia aperte in famiglia e quindi anche nel mondo malavitoso dei suoi figli Pope, Craig e Darren, che vivono di rapine e spaccio. J si troverà presto a dover fare i conti con una realtà che, oltre a un disagio già conosciuto (la scena iniziale è eloquente), lo mette di fronte alla morte. La vicenda infatti è scandita da una serie di omicidi tanto violenti (non nella messa scena ma nell’accadere) quanto freddi ed evitabili. “C’è un intero strato della società che opera al di sotto di quello che noi consideriamo morale e corretto” ha dichiarato Michôd. Una realtà, si può aggiungere, totalmente priva di punti di riferimento. La convivenza dei fratelli Cody con la mamma, Janine ‘Smurf’, li rende in privato dei bambini annoiati che giocano alla lotta, in pubblico dei criminali privi di qualsiasi strumento relazionale che non sia la violenza. Pope (Ben Mendelsohn), il fratello maggiore, sui quarant’anni, è il più perverso e pericoloso. A J, preso atto della complicità solo in apparenza distaccata della nonna, non resta che provare a fidarsi della polizia, rappresentata dal sergente Leckie (Guy Pearce), figura seria, rassicurante e con una vera famiglia che lo aspetta a casa. Ma J sa, sempre tramite i suoi zii, che parte della polizia è corrotta e flirta col crimine. “Questo fottuto mondo è pazzo” è la battuta finale di un film corale “ambientato in un mondo buio, brutto e pericoloso”, per usare le parole del regista. Un mondo filmato con rigore e realismo, senza autocompiacimento e voyeurismo, con una sicurezza narrativa che evita la giustificazione e si preoccupa di mostrare – si veda, in testa al film, come la macchina da presa scruta foto reali di atti criminali. Un esordio ambizioso che non a caso ha vinto il premio World Cinema nella sezione drammatica al Sundance Film Festival 2010.
[CINEMA ITALIANO: I TITOLI]
Tempo due o tre mesi e le testate di musica per cui scrivo mi chiederanno le playlist dell’anno. La rivista di cinema con cui collaboro, il bimestrale Vivilcinema, non ha invece l’abitudine di stilare classifiche annuali. Ci sono più festival di cinema col concorso di quanti non ce ne siano di musica ma i cinefili per lo più sono contrari alla competizione tra cineasti. Preso atto di ciò, ho deciso che verso la fine dell’anno pubblicherò le mie pellicole preferite del 2010 su questo blog. Stamattina ho dato una prima occhiata ai film usciti o in uscita nel 2010 (qui). Per il cinema avrebbe più senso segnalare la top ten stagionale, i film usciti tra settembre e giugno, perché, soprattutto in Italia, d’estate le uscite, a differenza della musica, avvengono col freno a mano tirato, sia per quanto riguarda l’importanza della produzione sia per il numero di prime visioni in sala. Ma il punto è un altro. A consultazione in corso mi sono saltati all’occhio una serie di film italiani che, senza volerlo, hanno dei titoli che danno un’immagine impietosa del nostro Paese. Sono film che non ho visto, dunque parlo per pregiudizi ma più che altro del significato attribuibile al titolo in sé. Cosa farò da grande, Ti presento un amico e Maschi contro femmine (a cui seguirà Femmine contro maschi) rimandano all’Italia che non cresce o a cui è impedito di crescere, immobile nelle solite strutture e dinamiche, viziata e dunque priva di iniziativa, ancorata al passato e ai luoghi comuni. Alta infedeltà, bel titolo purtroppo ripreso pari pari dal film a episodi del 1963 con un Tognazzi in spolvero diretto dal grande Monicelli (e dico purtroppo perché oggi il regista è Claudio Insegno, fratello del già miracolato – Aldo Grasso dice raccomandato -, Pino), oggi più che mai fa pensare all’Italia puttaniera e bigotta. Pipì Room (gli americani sono sempre avanti, vedi Panic Room), espressione inglese che in questo caso fa riferimento ai bagni viziosi delle discoteche milanesi nonché versione “elegante” di cesso, pare sia stato ideato da Jerry Calà per il suo “film sui giovani” prima del cosiddetto scandalo Hollywood. Un titolo da commedia di serie B anni ‘80. L’Italia retrograda dunque, nostalgica della presunta gloria che fu. La donna della mia vita è la frase fatta, un po’ retorica, tipica dell’Italia da bar, scelta (chissà con quali intenzioni) da Luca Lucini e Cristina Comencini, qui in veste di sceneggiatrice. Non manca il serial Manuale d’amore, giunto al terzo capitolo e stavolta addirittura con Robert De Niro nel cast. L’Italia del Maurizio Costanzo Show – e quindi degli Zecchi, degli Alberoni, dei Crepet, dei Meluzzi e via dicendo – ha fatto scuola. Con Un neomelodico presidente si arriva dritti all’Italia del presidente showman, la fusione tra Berlusconi e il suo Apicella.
In Italia le distribuzioni cinematografiche per questioni di marketing hanno l’abitudine di tradurre impropriamente i titoli dei film stranieri, spesso alterandone il senso, fuorviando o cercando di coinvolgere il pubblico di una precedente uscita di successo (tra i casi eclatanti Eternal Sunshine of the Spotless Mind che diventa Se mi lasci ti cancello oppure The Wackness che diventa Fa’ la cosa sbagliata). Ma abbiamo anche Lina Wertmüller che sui titoli dei film ha costruito un tratto del suo stile spiazzando i produttori che, come ha dichiarato la stessa regista romana, preferiscono i titoli corti, d’impatto. Insomma, pare che una parte dell’industria italiana del cinema dia ormai per scontato di doversi rivolgere al popolino (in alcuni casi perché da lì viene) coinvolgendolo prima di tutto col titolo. Nella musica e nella letteratura succede in misura minore. Parte del mondo del cinema dunque in questo segue l’esempio della tv: assecondare la deriva culturale italiana. No, perché pregiudizi o meno, certi titoli parlano fin troppo chiaro.
[Milano Film Festival: concorso lungometraggi]
Oggi si è conclusa la 15a edizione del Milano Film Festival. La giuria del concorso internazionale lungometraggi, composta quest’anno da registi che la rassegna ha ospitato più volte nei concorsi passati, ha eletto il miglior film all’unanimità, proprio come accaduto una settimana fa a Venezia tra le polemiche (soprattutto per i legami tra Quentin Tarantino e Sofia Coppola…). La quantità minore di riflettori di costume puntati sulla rassegna milanese però ora come ora non sta dando luogo a controversie. Il documentario vincitore, On the Other Side of Life dei tedeschi Stefanie Brockhaus e Andy Wolff, oggi pomeriggio, a premio assegnato, è stato solo applaudito dal numeroso pubblico presente al Teatro dal Verme. Applaudito il giusto, senza ovazione: merito o colpa del tema trattato e di un finale spiazzante. Qui di seguito il mio racconto e qualche considerazione.
Inviato da Vivilcinema in questi dieci giorni di proiezioni milanesi ho visto una sessantina di opere programmate in diverse sezioni. La selezione del concorso lungometraggi (per la cronaca senza italiani), con dieci opere tra cui due documentari, mi è sembrata la più convincente e di qualità (ma una menzione speciale va a Soundoc). Considerando che a parte un caso, 3 Backyards dello statunitense Eric Mendelsohn (intervistato oggi sul domenicale del Sole24Ore), si tratta di opere prime, è un buon segnale (oltre che il motivo della diversità dei riflettori puntati su Milano rispetto a quelli veneziani). On the Other Side of Life rappresenta con forza una chiara direzione data alla selezione di tutto il festival di quest’anno. La coppia di registi tedeschi per questo documentario accompagna ovunque, giorno e notte, due fratelli ventenni della baraccopoli più ai margini di Città del Capo che vivono di espedienti e sono responsabili di un omicidio in attesa di giudizio. L’incontro/scontro tra l’occidente e il sud del mondo, presente in molte opere selezionate dalla rassegna, qui avviene fuori campo ma senza mezzi termini, in una simbiosi tra due giovani artisti provenienti dall’Europa benestante e due ragazzi di vita dell’estrema periferia africana. L’irruenza di tale cinema rimanda a Werner Herzog, per esempio a quanto dice al suo attore feticcio Klaus Kinski nel documentario Kinski – Il mio nemico più caro: “[...] il film è più importante dei nostri sentimenti personali, ed è più importante di noi stessi”. Stefanie Brockhaus e Andy Wolff seguono la marginalità (altro tema chiave del festival, ricorrente in vari film) passo dopo passo, anche in carcere, fin dentro una cella, o nelle feste notturne alcoliche e senza regole delle township, coscienti che la presenza della videocamera (per più versi straniera) sia inopportuna e alteri quella faccia della vita igno(ra)ta (d)ai più e che ogni immagine di questa opera prima vuole restituire senza l’ipocrisia e la retorica da reality. Grazie a questa coscienza, che si tramuta in estrema attenzione, il conflitto, rappresentato dalla semplice presenza in quei paesaggi, tra quella gente, dei due autori, resta fuori campo ed esclude automaticamente il punto di vista etnocentrico lasciando il grosso dei giudizi morali allo spettatore e alle sue interpretazioni. Quando i due protagonisti, Lucky e Bongani, tendono la mano verso la tradizione culturale dei loro antenati, allontanandosi dal degrado urbano, crollano le ultime resistenze dello spettatore, che si identifica completamente coi giovani. Nel finale però ecco che i registi mostrano, senza censura, l’ultima faccia in campo, quella del morto. Come ad aprire una nuova storia che resta in sospeso.
[Jeffrey Friedman: intervista]
Approda in questi giorni in vari cinema italiani (qui trovate l’elenco) il nuovo numero del bimestrale della FICE, Vivilcinema, a cui ho contribuito con una breve intervista a Jeffrey Friedman, uno dei due registi di Urlo (Howl). Il film è distribuito in Italia da Fandango ed è in programma nelle sale dallo scorso 27 Agosto. Allen Ginsberg, l’autore del poema, è interpretato da James Franco, che si era già messo in luce poco meno di due anni fa a fianco di Sean Penn in Milk. Non a caso tra i produttori esecutivi di Urlo figura Gus Van Sant.
Lo scorso 23 Giugno il regista californiano Jeffrey Friedman è intervenuto al 24° Festival Mix Milano, rassegna dedicata al cinema gay-lesbico e alla cultura queer. Se la ricerca sulla censura compiuta da Friedman con il suo socio Rob Epstein in The Celluloid Closet (Lo schermo velato – 1996) si concentrava proprio sul mondo gay, in Howl questo aspetto non è predominante. D’altronde l’omonimo poema di Allen Ginsberg messo sotto accusa nel 1957 è plurale, qualità affidata sul grande schermo al reading e alle animazioni, elementi di discontinuità rispetto alla messa in scena del processo, centrale nella pellicola di Friedman ed Epstein.
Quando ha scoperto Howl?
Alle superiori: passava di mano in mano. Ricordo che ne colsi la portata rivoluzionaria, anche se alla fine degli anni ’60 tutto sembrava rivoluzionario; all’epoca non so quanto capii, di certo non che sarebbe diventato un pilastro della letteratura. L’ho riletto per iniziare a lavorare al film e mi ha colpito la capacità di shockare che conserva: è ancora considerato troppo forte, tanto che negli Usa non può essere letto nelle radio. Le tematiche che affronta, la militarizzazione, il consumismo, la disumanizzazione, l’emarginazione di chi la pensa diversamente, sono molto attuali. Senza calcolare l’impatto della liberazione sessuale: nel ’55 gli Usa erano totalmente conservatori e conformisti.
Quanto il processo ha contribuito alla fama del poema?
All’epoca è stata una causa davvero celebre, con ampia copertura mediatica; l’aula era sempre colma. Il fenomeno della cosiddetta letteratura beat è esploso pubblicamente proprio grazie al processo: Kerouack, Burroughs e gli altri hanno iniziato a pubblicare dopo la sentenza.
Lawrence Ferlinghetti (1919), editore di Howl e vero imputato del processo, è tra i pochi sopravvissuti dei beat; ha contribuito al film?
Abbiamo intervistato sia lui sia Peter Orlovsky – morto lo scorso 30 maggio – e probabilmente il materiale finirà negli extra del dvd. Ci hanno aiutato parecchio ma nessuno dei due ha visto il film. Abbiamo invitato Lawrence a due proiezioni ma è molto anziano e al suo posto sono venuti i tipi del suo City Lights Bookstore che hanno apprezzato. Peter non ha fatto in tempo a vederlo ma ha ricevuto una nostra lettera con la foto in cui James Franco e Aaron Tveit riproducono la posa di lui e Ginsberg schiena contro schiena seduti su una panchina.
La voce di James Franco pare modellata su quella di Ginsberg…
James ha ascoltato le registrazioni dei reading di Howl concentrandosi sul significato delle parole per poi interiorizzarle, renderle fisiche e trarne la musicalità. Non a caso oltre a essere un attore di spessore è un esperto di letteratura e un poeta culturalmente vicino ai beat, tanto che da anni frequenta il City Lights.
[Cinema in tv: Fame chimica]
In questi giorni su Cult è in programmazione Fame Chimica (2003), film di Paolo Vari e Antonio Bocola interpretato da Marco Foschi, Matteo Gianoli e Valeria Solarino e con musiche curate da Luca ‘Zulù’ Persico di Al Mukawama e 99 Posse. Qui di seguito potete leggere la recensione da me redatta all’epoca dell’uscita del film per Vivilcinema. Il film potete vederlo su Cult giovedì 15 Aprile alle 23 e Sabato 17 alle 3.30.
“Fame chimica” è un film sul conflitto. Sul conflitto sociale, tra differenti modi di vita, che può anche trasformarsi in odio. Già, l’odio, quel sentimento che ha dato il titolo al film più noto di Mathieu Kassovitz, con cui i paralleli, a quasi dieci anni di distanza, sono plausibili. Il paesaggio è quello periferico metropolitano, si tratta dunque di vite ai margini, ma in effetti tali solo per tutti i “centralisti” manovratori e per i loro fiancheggiatori; sì, perché in fin dei conti si tratta di vite che contribuiscono a una concreta evoluzione sociale. L’Italia in questione dieci anni fa non esisteva, soprattutto perché non era così multirazziale e così afflitta dalle spietate dinamiche del lavoro precario. Forse ancora oggi non esiste nei termini disegnati da Antonio Bocola e Paolo Vari, perché, seppure attaccata alla realtà, sempre di finzione si tratta, con le naturali forzature del caso. Lo sfondo comunque è quello del conflitto tra chi dovrebbe o potrebbe essere unito; così come quello del grande protagonista assente, fuori campo, ossia quel potere che, da spettatore, alimenta, dirige, sfrutta e reprime questo conflitto. Lo stesso potere che Pasolini nei primi anni Settanta definiva “nuovo”.
La metropoli dove si svolgono i fatti è Milano, una Milano per lo più inedita al cinema e lontana dal modello imposto all’immaginario collettivo: decrepita, frustrante, da fuga e, a parte rari casi, ottusa, paranoica e intollerante verso le minoranze. Tra questi rari casi c’è Claudio, il protagonista, cresciuto tra gli “zarri” (o coatti, per dirla alla romana), frequentatore di centri sociali e apparentemente senza una vocazione. La situazione di Claudio è privilegiata rispetto a quella dei suoi coetanei di quartiere, soprattutto perché a lui il lavoro dovrebbe negarglielo lo zio. Claudio tuttavia non si adagia sui suoi agi, anche grazie al suo rapporto con Manuel, “capo” degli zarri, pusher, nonché co-protagonista. I due danno infatti vita a un altro conflitto, ma sano in questo caso: la loro amicizia, la loro in fin dei conti inattaccabile unità, è proprio una risposta al potere che manovra. Anche la maggioranza degli altri abitanti del quartiere si uniscono, ma per modo di dire, formando un comitato per far innalzare un’altra recinzione a tutela dei propri interessi e di una presunta sicurezza.
La regia di Bocola e Vari sembra figlia di quel cinema d’autore nato come indipendente per imporsi, nel corso degli anni Novanta, a una buona fetta di pubblico: originali fotografie del presente, idee spesso convoglianti verso un’analisi sociale, magari qualche eccesso di citazionismo ma anche qualche interessante trovata registica. Con l’omonimo mediometraggio del 1997, degli stessi autori, questo lungometraggio ha in comune ambientazione, gergo “giovanile” ma, soprattutto, la presenza ingombrante della droga come fuga e consolazione, capace di mettere addosso quella fame chimica che, come dice il brano musicale degli Al Mukawama sui titoli di testa, “non sazierai mai”, ed è “assassina delle nostre idee”.
Il film è stato presentato alla 60ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Nuovi Territori.







