Blaluca

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[Anniversary: Renato Pozzetto]

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Il 14 Luglio scorso ha compiuto 70 anni. RaiTre per l’occasione gli ha reso omaggio trasmettendo, il lunedì notte, una serie di suoi film che in tv non si vedevano da un po’, come Luna di miele in tre e Fico d’India. Stracult gli ha dedicato un lungo servizio con relativa intervista e Pippo Baudo l’ha invitato lunedì scorso all’interno del programma Novecento per ripercorrere la sua carriera. Vari canali di Sky nel frattempo, su tutti Sky Cinema Italia, stanno ripescando dall’archivio film di nicchia come Due cuori una cappella (1975). Per finire la 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo ha recentemente invitato al Lido in quanto figura tra i protagonisti della retrospettiva dedicata quest’anno alla comicità italiana (‘La situazione comica 1910 – 1988’). Pubblicità contro il fumo e ospitate a Radio Deejay e Zelig a parte, Renato Pozzetto non era così in vista da un bel po’ d’anni, almeno una ventina. Qui di seguito un mio articolo scritto apposta per Blaluca sull’attore milanese adottato dal Lago Maggiore.

A sinistra Renato Pozzetto sul set dietro la macchina da presa. A destra il disegno per la locandina de "Il padrone e l'operaio" (1975).

Ugo Tognazzi il provinciale borghese. Vittorio Gassman il mattatore. Marcello Mastroianni l’amatore. Alberto Sordi l’italiano medio. Nino Manfredi il poveraccio. Renato Pozzetto il campagnolo. Con le dovute differenze ma tant’è: in più film il ragazzo di campagna, in realtà milanese, ha interpretato il ruolo del paesano sprovveduto che arriva nella metropoli, la grande città “piena di tentazioni, tentacolare”, come dice ad Artemio sua madre (Clara Colosimo) prima che lasci Borgo Tre Case. Se in Ecco noi per esempio (1977) Palmambrogio Guanziroli sbarca in una tumultuosa e vivace Milano, in Sono fotogenico (1980) Antonio Barozzi finisce in una Roma cinica, furba, avvoltoia e truffaldina. Ma ci sono anche il fin troppo esplicito Il ragazzo di campagna (1984) con un nuovo approdo fuori luogo a Milano, per giunta in pieni anni ’80, e lo “scorreggioneUno contro l’altro… praticamente amici (1981), in cui si passa dalla provincia di Varese alla Roma borgatara del Monnezza (Tomas Milian). Chi può attentare all’ingenuità di un ragazzotto di paese arrivato in città grazie ai soldi di famiglia, ladruncoli a parte? I gay. Il passaggio non è certo scontato, risponde all’idea che l’omosessualità fiorisca solo dove ci sono menti più aperte e meno occhi addosso, ma è difficile ricordare più di due o tre film di Pozzetto senza una gag con un personaggio omosessuale (“Ciao bella gioia!”). Probabilmente questo lo avrà reso poco amato da buona parte dei gay, nei suoi film spesso ridicolizzati o resi una caricatura. Ma La patata bollente (1979) di Steno, caso anomalo all’interno della commedia all’italiana di seconda generazione, potrebbe anche averlo riscattato: luoghi comuni a parte, il caso di un operaio sindacalista (stavolta di città) che, volente o nolente, porta alla luce del sole il tabù del comunista omofobo, a fine anni ‘70 non era proprio scontato.

La foto finale de "La patata bollente"

“Se i fascisti stanno contro quelli là e noi stiamo contro i fascisti può la morale popolare essere contro i culattoni?!“ dice il Gandi “in sede politica” di fronte ai suoi compagni di fabbrica che, come lui a inizio film, dimostrano di avere vari pregiudizi omofobi. I tempi sono cambiati ma i film di oggi che si spacciano come eredi della commedia all’italiana non hanno certo alzato il livello delle gag in cui c’è di mezzo un personaggio gay, anzi. Tra l’altro all’epoca di questi primi film di Pozzetto dal Derby Club di Milano era uscito, insieme a tanti altri amici di Cochi e Renato poi divenuti famosi, Ernst Thole (1953 – 1988), a oggi interprete di uno dei personaggi effeminati più di successo del cinema e cabaret italiano, approdato anche sulla Rai (su ‘Non Stop’, vedi qui), sempre a fine anni ‘70. Thole ha partecipato a vari film di e con Pozzetto tra cui Saxofone (1978), apoteosi della comicità nonsense diretta proprio dal neo settantenne. Tra i gay dei suoi film infine non si può non segnalare Harry Reems, già medico e co-protagonista (alquanto eterosessuale) di Gola profonda (1972), accanto a Pozzetto in Luna di miele in tre (1976), esordio alla regia di Carlo Vanzina. In quel periodo Reems, perseguitato dalla giustizia (era l’accusato-capro espiatorio del processo per oscenità al porno più noto della storia) non se la passava bene dunque un ruolo minore in una cinematografia prestigiosa come quella italiana, per quanto in declino, poteva fare al suo caso. In questa prima commedia di Vanzina il “campagnolo” non arriva in nessuna città tentacolare. L’avventura si svolge in un Paese lontano – allora più di oggi si usava dire esotico -, la Giamaica, e il gay in questione proviene dagli USA, il Paese più aperto e moderno nell’immaginario popolare. Nell’esilarante episodio di Di che segno sei? (1975) di Sergio Corbucci invece il muratore sprovveduto perde la strada di casa e incontra due animali metropolitani, una starlet apparsa su Novella2000 e il suo amante, un attempato conte con un macchinone di lusso. L’incontro clou avviene in una terra di nessuno, una stazione di benzina, ma le tentazioni a cui è sottoposto il Nostro sono le stesse che potrebbe offrire una grande città: sesso con una showgirl e soldi facili. Anche qui però, nonostante ci sia spazio per una rivincita (carnale) del mondo meno sviluppato/urbanizzato, il personaggio interpretato da Pozzetto come sempre torna nella sua realtà che tanto dimostra di detestare a inizio vicende. Le piccole soddisfazioni che i protagonisti di questi film si prendono riguardano quasi solo il sesso e non attenuano la puntuale sconfitta finale che tocca l’apice in Sono fotogenico, film con un epilogo quanto meno amaro con cui Pozzetto, anche grazie alla fama anteriore di Dino Risi, è andato al festival di Cannes. Per poi tornare, con ogni probabilità, nella sua casa sul Lago Maggiore, al riparo dall’ambiente dei grandi eventi mondani e delle tentazioni. Ora per i suoi 70 anni il sistema cine-televisivo è tornato bussare con insistenza alla sua porta. Auguri, Renato!

 

Pozzetto in "Fico d'India" sfodera una delle sue espressioni cult (foto presa da filmscoop.wordpress.com)

[Anniversary: Vittorio Gassman]

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Ecco la prima pagina del quotidiano Il Manifesto del 30 Giugno 2000, il giorno dopo la morte di Vittorio Gassman. Esattamente dieci anni fa infatti, il grande attore genovese ma romano di adozione, moriva a 78 anni. Il titolo del giornale, per salutare l’artista gioca col titolo di uno dei tanti film noti a cui ha preso parte Gassman, C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola.

 

Il Manifesto, 30 Giugno 2000

Written by blaluca

29 giugno 2010 at 4:55 pm

[ANNIVERSARY: MARCO RISI]

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Lasciando stare i titoli di testa di Un ragazza e una ragazza (questi), riscoperti da poco grazie a una persona presente tra i miei contatti su facebook, oggi segnalo il 59mo compleanno di Marco Risi principalmente per due motivi:

1) Insieme al padre Dino Risi e a Massimo Franciosa ha scritto la sceneggiatura di uno dei miei film culto, Sono Fotogenico (1980), che oltre ad aver portato Renato Pozzetto a Cannes è uno dei film sul mondo del cinema più divertenti e nel contempo amari che abbia mai visto (con cameo di Gassman, Tognazzi e Monicelli che interpretano se stessi). Ci sono varie battute degne di nota ma soprattutto c’è una scena geniale che aspettavo solo l’occasione giusta per postare qui su Blaluca. Paolo Mereghetti sul suo ‘Dizionario dei film’ dice che è ripresa da un film di Franco Franchi ma poco importa visto che è questa con Pozzetto a essere pluricitata da più appassionati della commedia all’italiana. Ecco a voi dunque Antonio Barozzi, aspirante attore che da Laveno, sul Lago Maggiore, piomba a Roma in cerca di fortuna; per lavorare deve farsi un book…:


2) Fortapàsc. Un film del 2008 che, in sintesi, ben restituisce le atmosfere degli anni ’80 – anche grazie a un’accurata scelta dei luoghi dove è stato girato -, è ben recitato da Libero De Rienzo e Michele Riondino e ben racconta la storia di Giancarlo Siani, giornalista de Il Mattino ucciso dalla camorra nel 1985. Un giornalista d’inchiesta ma soprattutto un giornalista d’altri tempi. Magari passerò per qualunquista ma credo che se lo stesso film lo avesse girato un regista considerato giovane se ne sarebbe parlato molto di più (per quanto sia stato ben accolto dalla critica). A Marco Risi credo proprio non si perdonino certi passi falsi, da L’ultimo capodanno (1998) al più recente Maradona – La mano de Dios (2007); nello stesso tempo pochi si ricordano che proprio lui nel 1989 ha firmato un grande successo popolare come Mery per sempre. Ecco il trailer di Fortapàsc:


[I RACCONTI DI RISI Vs. I MOSTRI DI SALINGER]

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Cinema e satira, letteratura e dramma. Venerdì scorso, in piena notte, Federico Guiglia (1959) su La7, all’interno del suo programma ‘Prossima fermata‘, ha intervistato Ricky Tognazzi. Come è successo parecchie volte negli ultimi dieci anni – soprattutto -, e come pare inevitabile, uno dei figli di Ugo Tognazzi (1922 – 1990) ha finito per parlare dell’ingombrante quanto affascinante figura paterna. Ricky Tognazzi, dopo una piccola parte in Ro.Go.Pa.G. (1963), a soli 8 anni ha preso parte a un episodio di un vecchio film italiano assolutamente inimitabile (nonostante vari tentativi), I mostri (1963) di Dino Risi con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Per quanto nel sequel del 1977, I nuovi mostri (regia di Risi, Monicelli e Scola), ci siano vari episodi divertenti e altrettanti personaggi indovinati, il ritratto sagace e satirico dell’Italia di inizio anni Sessanta disegnato da I mostri è unico, e resterà tale ancora per anni considerando l’immobilità dell’Italia. Ricky Tognazzi nel film recita proprio a fianco del padre nell’episodio L’educazione sentimentale, in cui un uomo mediocre e menefreghista fa da cattivo maestro al proprio figlio. Nel programma di Guiglia è stato riproposto un estratto da questo episodio ma riguardandolo mi è tornato in mente un altro episodio di questa antesignana commedia all’italiana sceneggiata da Scola, Age & Scarpelli e Ruggero Maccari, Come un padre. In quest’altra breve storia un giovane marito geloso interpretato da Lando Buzzanca piomba nella notte a casa del suo migliore amico, di qualche anno più vecchio, interpretato da Ugo Tognazzi, per sfogare i suoi sospetti paranoici su una presunta relazione extraconiugale della neo-moglie. Dieci anni prima di Risi, nel 1953, nei suoi Nove racconti (Einaudi) Jerome David Salinger descrive gli americani degli anni Cinquanta; un’opera uscita in Italia solo nel 1962, proprio quando Scola, Age, Scarpelli e Maccari stavano scrivendo il futuro film firmato da Risi. Nonostante i toni diversi – nel racconto assolutamente drammatici – ci sono molte analogie tra il racconto di J.D. Salinger, Bella bocca e occhi miei verdi e l’episodio Come un padre de I mostri, anche se al posto della visita notturna del film, nello scritto c’è una telefonata. Ok, le idee girano in fretta, possono nascere contemporaneamente in parti del mondo agli antipodi, ma in questo caso credo proprio che gli sceneggiatori si siano ispirati a Salinger, perché le coincidenze sono evidenti. Una breve storia americana anni Cinquanta che con tocchi di goliardia e sarcasmo diventa una breve storia anni Sessanta all’italiana.
Oltre ai due già citati, tra gli episodi de I Mostri consiglio Testimone volontario, perché è più che mai attuale visto che parla di giustizia e sputtanamento, L’agguato, perché è un antenato d’autore dei videoclip, e Che vitaccia, perché il calcio in Italia è e resterà sempre il calcio. Ma I mostri diventa un grande film quando visto e considerato interamente, non a spezzoni.


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