Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

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[Populous: The Blaluca Mixtape #8]

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È Populous l’autore dell’ottavo Blaluca Mixtape. E proprio come UXO, artefice del precedente (questo), il leccese ha dato un titolo al mix, a suo modo autunnale: Mud Swimming Mixtape. Suoni introspettivi, eterei, ambient, una pallina da tennis, una da ping pong, bassi pungenti e quant’altro vi pare per la solita mezz’ora circa di musica assemblata apposta per questo blog. Di seguito trovate la traccia audio, una breve intervista all’autore del mix e in fondo la tracklist. Buon ascolto e buona lettura.

[Populous: The Blaluca Mixtape #8], posted with vodpod


In un’intervista del 2005 per Alias a una domanda sulle etichette italiane mi dicevi: “[...] sarebbe anche stupido dire che in Italia non c’è un cazzo [...] piuttosto credo che ci siano ancora troppe poche persone in grado di valorizzare quello che di buono c’è”. È cambiata la situazione (anche in relazione a come si è evoluto il mercato)?
Oddio, dal 2005 ne sono successe di cose! Una di queste ad esempio è il fatto che io ad un certo punto mi sono ritirato dalla “scena” per motivi extra-musicali. Ho perso contatti con un sacco di realtà, label, persone. Per cui ora non mi sento completamente “aggiornato”. Mi rendo comunque conto che il periodo è pessimo.
Qual è il tuo punto di vista (in qualche modo interno) sul percorso della Morr Music specialmente da quanto sei entrato nel roster a oggi?
È una label eccentrica perché segue il gusto di Thomas, che è un gran bel personaggio. Lui cambia gusti di continuo e di conseguenza il suo catalogo. Mi limito a dire che personalmente preferisco ora. Molte persone invece rimpiangono quando faceva tutte quelle produzioni stile Lali Puna (che io detesto!). Sono un grandissimo fan dell’ultimo album di Sin Fang (uno dei miei top 2011) e degli FM Belfast, che diventeranno presto delle celebrità underground.
Una curiosità: per mesi su FB la foto in cui indossi una fascia per la testa da tennis ha rappresentato il tuo profilo ufficiale. Nel mix c’è un brano che s’intitola Wimbledon 1980 firmato Indian Wells (su cui tra l’altro non trovo informazioni online) in cui per forza di cose il suono di una pallina da tennis è protagonista. Semplice caso?
Sul brano non girano ancora informazioni perché è una preview di un brano di un amico… Detto ciò, rispondo a queste domande lunedì 13 Settembre alle 2:30 del mattino, cioè quando Novak Djokovic ha appena battuto Nadal nella finale degli US Open 2011. Serve aggiungere altro?
A quando un altro album firmato Populous?
Ci sto lavorando proprio in questo periodo. Io e Mike (Short Stories) stiamo dando sfogo alla nostra passione per il trip-hop. Gran cannoni e bpm inesistente. The low beat conspiracy!

TRACKLIST
01 Delarosa & Asora – Suki Swims
02 Kid Smpl – Morning
03 Indian Wells – Wimbledon 1980
04 Teebs & Jackhigh – Clutch
05 Pixelord – Cycloferon
06 Lunice – Guardian
07 Siriusmo – Mosaik
08 Oh no ono – Swim (Shlohmo remix)
09 Mount Kimbie – Ruby
10 Phoenecia – Melfad

[Maolo Torreggiani: intervista]

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Maolo Torreggiani, bolognese, 25 anni, frontman dei My Awesome Mixtape e metà dei Quakers and Mormons (insieme a Mancho). Da quando ha 16 anni cucina. Dopo aver lavorato per un ristorante di “cucina innovativa” ha continuato a studiare e coniare ricette rivisitando piatti della tradizione italiana in chiave moderna. La scena musicale conosce questa sua passione e spesso lo chiama sia per i catering sia per vere e proprie cene pre- o post-concerto (ha cucinato anche per gli Einsturzende Neubaten). Al telefono mi ha rivelato che studia la cucina con molta più costanza e disciplina della musica anche perché gli “risulta più semplice arrivare a più persone con un buon piatto”. Di recente ha esordito con una delle sue ricette sul blog Soetti e Saette. Con lui chiaramente ho parlato anche dell’uscita di Evolvotron (La Valigetta), l’esordio di Quakers and Mormons in uscita il 5 Aprile e di cui in calce potete ascoltare New York Town.

Quakers and Mormons (foto di Gabriele Spadini)

Cito il comunicato stampa di Evolvotron: “Quaccheri e Mormoni non sono persone, non è musica, ma pura energia creativa in potenza”. In altre parole?
Ecco, ora dovrei intrattenerti ore e ore a parlare di concetti filosofici ma non so quanto tu e i lettori sareste contenti di affrontare la materia. A me piace discuterne, confrontarmi su questo nodoso ambito. Partiamo da questo presupposto: le persone non esistono, le cose materiali di cui le suddette persone si circondano tantomeno, essendo queste ultime un’estensione delle persone stesse non possono esistere. L’unica cosa di cui è certa l’esistenza è l’energia. Un’essenza primaria, un motore vitalizzante grazie al quale la storicizzazione degli eventi ha fatto sì che fossero inventate prima le persone in senso letterale e poi le loro estensioni primarie e secondarie, dunque la musica. Ciò di cui Quakers and Mormons si carica non è tanto musica e non è nemmeno un immaginario legato alla personificazione individuale, tanto è vero che abbiamo distintamente deciso di suonare con le tuniche, il che preclude il riconoscimento visivo. Dunque ciò che portiamo è energia da raccontare, delle storie che dovrebbero muovere in seno alle “persone” delle sensazioni dapprima fisiche e poi razionali.
Mi viene giusto da ribattere che ora capisco meglio perché ti sei rivolto a Rico. Nel senso che facendo parte degli Uochi Toki…
Infatti…! No, in realtà non c’entra nulla la metafisica. Mi sono rivolto a Rico principalmente per un motivo: sapevo che aiutandomi con la produzione avrebbe sicuramente messo a fuoco diversamente le mie soluzioni. Avevo bisogno che questo disco suonasse diverso rispetto ai dischi che avevo composto in precedenza e Rico è stato indubbiamente una mano santa.
Mark Gartenberg, che ha portato in tour negli USA, tra gli altri, Jovanotti, Carmen Consoli e Capossela, ha dichiarato al Mucchio che gli artisti italiani che cantano in inglese perdono la loro unicità. Poi ha aggiunto che i MAM “cantano in inglese, ma lo fanno nella maniera giusta”. Qual è questa maniera? Ed è la stessa maniera dei Quakers and Mormons?
Ignoro quale sia la maniera, davvero, e di questo tentai anche di parlarne con Mark (conosciuto a New York lo scorso novembre). Sta di fatto che indubbiamente in Quakers and Mormons i testi hanno un’importanza notevole. Il ritmo quasi parlato con cui vengono raccontati è sicuramente indice del fatto che siamo di fronte a delle declamazioni.
Qui andrei sui rimandi. So che non vai matto per i cLOUDDEAD ma quando ho intervistato why? subito dopo l’uscita di Ten, tra le altre cose mi ha detto: “La nostra principale intenzione è quella di suonare come monaci coristi […]”. E il vostro “ritmo quasi parlato” a tratti mi ha ricordato Doseone. Come la mettiamo?
Sì, non sono un gran fan dei cLOUDDEAD quanto, invece, ho apprezzato molto i progetti collaterali posteriori. Doseone rimane comunque un mito, ricordo in una serata all’Hana-Bi, finito il suo concerto, di essermi andato a complimentare e lui di tutta risposta si è messo a ringraziare me e tutte le persone che erano lì per assistere al concerto. Questi sono gesti fantastici, umanamente parlando. Ma tornando al punto: sicuramente echi anticoniani si sentono, sono cresciuto ascoltando qualsiasi cosa sfornasse quella etichetta, credo comunque che Quakers & Mormons sia molto diverso.
L’impronta anticon. si sente, sì, ma in effetti c’è molto altro. Da parte mia ho sentito echi dell’hip hop astratto anni ’90 – l’origine sensata della definizione trip hop. Con la differenza che qui la struttura è quella di vere e proprie canzoni…
Ecco, sì, sicuramente una soluzione ‘trip hopistica’ si può evincere! Il suono però più che puramente hip hop a me sembra genericamente black.
Passiamo alla cucina. Partendo dalla tua esperienza, ma anche considerando quella di altri colleghi con cui so ti confronti sul tema, si può spiegare da dove nasce l’attrazione tra musica e fornelli?
Più che un legame stretto tra musica e cucina tenterei di far virare l’attenzione sull’assoluto connubio tra arte e gastronomia. E come artista e come cuoco si è tremendamente coinvolti in un mestiere quasi divino conosciuto con l’appellativo di “creazione”. L’artista crea la parola o la nota giusta che riuscirà a evocare nell’altro un’emozione, il cuoco crea equilibri di sapori tali da far sì che le nostre papille gustative vengano stimolate a reagire. Per tornare in ambito filosofico, e nello specifico toccare tematiche bruniane, un elemento di cui né l’artista né il cuoco potrebbero fare a meno sono le mani. Le mani sono lo strumento grazie al quale l’uomo crea.
E per quale collega musicista vorresti cucinare?
Mi è già capitato di far da mangiare a dei musicisti, sia stranieri che italiani, e così su due piedi non saprei… Beh, a breve in Italia, a Ferrara, verrà Sufjan Stevens. Ecco, cucinare per lui non mi dispiacerebbe affatto, però temo mi perderei in chiacchiere.

[King Cannibal - The Way Of The Ninja]

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King Cannibal (photo copyright Nathan Seabrook)

20 tracce musicali prodotte a partire da 256 brani, con campioni che coprono 20 anni di storia della Ninja Tune e delle sue etichette sussidiarie Big Dada, Ntone e Counter. Un mix assemblato “su aerei, treni, in camere d’albergo e in studio tra Maggio e Luglio usando vinili, cd, file .wav e un DAT su Ableton Live e Logic”, come rivela il comunicato stampa. Dylan Richards aka ZILLA aka King Cannibal firma un mix, uscito l’8 novembre scorso, di 73 minuti a tratti vertiginosi rappresentante, come ha dichiarato, il suono dei suoi ultimi 20 anni. Si tratta di un’altra iniziativa sviluppata all’interno delle celebrazioni per il ventennale della Ninja Tune, uno degli eventi musicali del 2010: NINJA TUNE XX. King Cannibal – The Way Of The Ninja contiene estratti di tanti classici, ma non solo, usciti per i marchi su citati. Si parte con ritmi tendenti all’hip hop poi ecco Amon Tobin a dare una prima sterzata che rafforza il beat a cavallo della quarta e quinta traccia con un frammento di Sordid, pezzo forte di Permutation (il mix abbonda di tracce del brasiliano). Ma l’hip hop torna in fretta, con un’impronta funk che nel giro di pochi secondi lo tramuta in house. A calmare di nuovo gli animi ci pensa un accenno di Nocturne di Dj Food: stiamo entrando nella fase trip hop, tra passato e presente, e l’oscurità del suono mano a mano apre le porte a dubstep e grime (raccomando il remix di Blazin di Ghislain Poirier fatto dai Modeselektor e la ruvida Poison Dart di The Bug con Warrior Queen, già un classico). Ma le intromissioni sono continue. King Cannibal dimostra di avere una capacità di sintesi notevole e una grande abilità a sovrapporre e incastrare, a volte impercettibilmente (date un’occhiata qui alla composizione delle tracce e poi ascoltatele), artisti non certo affini come The Bug e cLOUDDEAD. Ottimo anche come sfrutta un dj giocoliere e imprevedibile come Kid Koala, utile a introdurre uno degli artisti non “elettronici” del giro, Pop Levi. Dopo un dovuto intervallo drum’n’bass, il finale è più che mai eclettico: Mike Ladd con la sua voce polverosa (dall’ultimo album degli Infesticons) passa da Kruder & Dorfmeister per introdurre l’indie rock degli Spokes, uno dei pochi gruppi del roster Counter. Un viaggio musicato da 12 / 13 brani per traccia: considerando che in un paio di casi siamo sotto i 2 minuti si può intuire il lavoro minuzioso del nostro. I patiti di Ninja Tune e Big Dada potrebbero anche esaltarsi di fronte a certi passaggi del mix. E alla fine chiunque si ritroverà a prender nota di quel remix o a cercare di scoprire l’identità di una strumentale o dell’‘a capella’ che ci gira sopra.


[Ninja Tune XX]

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Torno a parlare del ventennale dell’etichetta Ninja Tune perché (e avevo anticipato che ne stavo scrivendo per varie testate qui) oggi è uscita su Alias del Manifesto la mia recensione del cofanetto celebrativo, Ninja Tune XX. Eccola.

AAVV
NINJA TUNE XX (Ninja Tune / Family Affair)
20 anni di Ninja Tune celebrati con un cofanetto pieno di musica nuova, tratta anche dalle etichette sussidiarie come la Big Dada. 6 cd con predominio di brani inediti, tanti remix, 6 singoli e qualche gadget per sedurre i fan. Si parte coi ritmi più recenti della città natale dell’etichetta, i londinesi dubstep e grime, ma presto si fanno vive le varie forme hip hop tipiche della Ninja Tune e le nuove vie del jazz sempre promosse dal marchio fondato dai Coldcut. Si prosegue con un’elettronica meno classificabile anche grazie una serie di remix d’autore, veri e propri incontri tra musicisti così lontani così vicini: se Four Tet crea un suggestivo conflitto tra il suo stile romantico e il rap incisivo degli Antipop Consortium, quando i Grasscut intervengono su Toccata di Jaga Jazzist si viene catapultati in una proiezione dal futuro di un film di Greenaway musicato da Nyman. I padroni di casa non stanno a guardare: Coldcut, Amon Tobin, Bonobo, Cinematic Orchestra, Dj Vadim, Kid Koala, Mr Scruff, Dj Food, Roots Manuva, Jaga Jazzist, Blockhead, The Bug, Daedelus, Yppah, Eskmo sono presenti in vari casi con più brani. La Ninja Tune si è imposta nei primi anni ’90 con l’hip hop astratto – poi chiamato trip hop – e i breakbeat jazzati ma in questi 20 anni ha saputo rinnovarsi coinvolgendo artisti sia da club, con una concezione originale dei ritmi urbani, sia da sala concerti, come quella Cinematic Orchestra che qui accompagna con grazia Lou Rhodes.

[5 ALBUM NINJA]

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Come preannunciavo qualche settimana fa (qui) ho curato per Rumore un numero della rubrica Etiquette (ora in edicola, sul numero di Ottobre) dedicato ai 20 anni della Ninja Tune. La rubrica ha delle regole e tra queste c’è quella di scegliere 5 album dell’etichetta eletta (una ogni mese). Siano i più belli secondo chi scrive, i più emblematici, quelli che hanno venduto di più e così via… La scelta è a discrezione di chi cura il numero. Ho fatto una discreta fatica a scegliere solo 5 album di questi primi vent’anni di Ninja Tune ma alla fine i titoli citati credo che traccino un percorso rappresentativo dell’etichetta. Qui di seguito trovate le mie scelte con relative note critiche. Su Rumore insieme a queste scelte trovate anche il racconto dei Coldcut, fondatori dell’etichetta.


Funki Porcini – Hed Phone Sex (1995)
La Mo’ Wax ancora deve tirare fuori le sue perle e la Ninja Tune grazie a Funki Porcini, i beat più dopati a firma Dj Food e 9 Lazy 9, e qualche anno di vantaggio, lascia il segno sul primo trip hop, inteso ancora come hip hop strumentale astratto spesso dubbato. In Hed Phone Sex non mancano accenni drum’n’bass, il ritmo nuovo, ma sono fiammate. Breakbeat d’atmosfera tutt’altro che patinati: è il lavoro “sporco” che spiana la strada a una nuova generazione di giramanopole (all’epoca li chiamavamo così, no?). Suoni cupi che segnano la club culture dei primi anni ’90.

 

 

Amon Tobin – Permutation (1998)
Il capolavoro di Amon Tobin. Il brasiliano dimostra di aver già digerito drum’n’bass (d’altronde con l’alias Cujo si era già dimostrato un fuoriclasse) e trip hop per condurre a un nu jazz carico, che sa essere sfrenato, sporco, oscuro, pieno di suggestioni cinematografiche (Lynch su tutti), di tensione e di elementi che rimandano a realtà lontane dall’occidente ma disegnano una metropoli caotica più che futuribile. Breakbeat jazzati dalle trame non proprio lineari firmati da un produttore-sangue misto.

 

 

 

The Cinematic Orchestra – Man With a Movie Camera (2003)
Musica drammatica intrisa di jazz e prodotta e suonata con attitudine da club. Nonostante quest’ultima caratteristica la location ideale per un’esibizione della Cinematic Orchestra resta il teatro. Lontano dal beat spensierato tipico di tante produzioni Ninja Tune (vedi Mr Scruff), il progetto di Jason Swinscoe (già impiegato nell’ufficio dell’etichetta), insieme alle produzioni più calde di Bonobo, spicca nel roster per eleganza. Una sonorizzazione per l’omonimo film muto del ’29 di Vertov carica di lirismo che consacra Swinscoe e soci.

 

 

 

One Self – Children of Possibility (2005)
I brani strumentali a battuta lenta di Dj Vadim hanno dato un marchio inconfondibile all’hip hop astratto anni ‘90. Qui è affiancato da Yarah Bravo e Blu Rum 13 e grazie alle loro voci riesce a rivitalizzare il suo stile, a cui non è proprio scontato abbinare un rap all’altezza. Rap modulato ad arte, a volte al confine con lo spoken word e che, dote rara, dal vivo si esprime al meglio: il supporto è solo la base di partenza per un progetto super cosciente e pieno di rispetto per la natura originaria dell’hip hop.

 

 

 

Kid Koala – Your Mom’s Favorite Dj (2006)
Giocoso, ironico, sbarazzino, tanto trasversale da essere spesso spiazzante. Il turntablist più alla mano mai venuto alla ribalta. Hip hop? Alla lontana e col giusto distacco. Kid Koala scratcha, mixa, taglia e cuce senza prendersi troppo sul serio e soprattutto senza mai perdere di vista quella verve schizzata che lo rende unico. Questo terzo album del dj cino-canadese è la sintesi dei due precedenti: due tracce e varie sotto-tracce che compongono una storia animata da campionamenti assurdi. L’erede geniale dell’estetica promossa dai Coldcut.

[Gonjasufi]

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Pitchfork ha dato al suo A Sufi & A Killer (Warp) 8.4 (qui); poi ci si sono messe le interviste di The Quietus e Dazed & Confused e il resto del mondo gli è andato dietro a ruota. In Italia Andrea Girolami su Rumore gli ha dedicato un “Facce Nuove” sul #219 (Aprile 2010), Gabriele Marino su sentireascoltare gli ha dato 8 e Dissonanze lo ha convocato a Roma per la prossima edizione del festival elettronico. Sto parlando di Gonjasufi, vero nome Sumach Ecks, maestro californiano di yoga prestato alla musica da vari anni ma giunto al centro delle attenzioni da un paio di mesi. Blaluca arriva in ritardo (Remo Remotti ha scritto una poesia sul suo essere un ritardatario, e non c’entrano gli appuntamenti, anzi…) e più che altro per annotare come questo album d’esordio sia un pozzo di “fondamentali”: come accaduto poche volte in precedenza ci si può davvero perdere nel gioco dei rimandi e delle influenze. In alcuni brani la sua voce mi è sembrata la versione sporca di quella di Jimmy Scott, magari fusa alle viscere di John Frusciante, poi in Sheep c’è un consistente tocco morriconiano, in Dust e Made tracce di Hendrix, in I’ve Given un rimando ai Turtles, in Kowboys & Indians c’è Bollywood e più in generale, qua e là, ci sono influenze punk (SuzieQ), funk (Candylane), blues, trip hop (su tutti i brani vedi Change) e hip hop, suo principale background formativo. Prodotto da Flying Lotus, Gaslamp Killer e Mainframe, A Sufi & A Killer credo sia già presente negli appunti utili a compilare molte playlist del 2010. Da un bel po’ di anni non dovrebbe più fare impressione la spiccata commistione sonora ma qui si tratta di un’esperienza musicale quasi totalizzante, con tutti i limiti che questa qualità implica.

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