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Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

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[Rassegna Argentina vol.11]

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Di seguito l’undicesima rassegna stampa argentina di questo blog. Qui la precedente.

Tomas Escobar, “il ‘Robin Hood’ argentino”, pare avere diverse grane: il suo Cuevana, “il maggior portale di distribuzione e visione on line nella blogosfera spagnola di film, serie tv, eventi cinematografici”, oltre alle cause dei colossi tv, di recente ha dovuto fronteggiare un attacco hacker. Ne scrive su Il Grande Sud, qui, Angelo M. D’Addesio, sottolineando come questa persecuzione abbia creato nel contempo un “boom di 5 milioni di accessi al sito”. Solo di cinema invece parla Silvana Silvestri su Il Manifesto di Sabato 3 Dicembre 2011: nel suo articolo “Da Salta alla Patagonia: ‘Italiani all’Opera!’” (a p.13) scrive di Italiani all’opera!, film di Franco Brogi Taviani presentato al Torino Film Festival e trasmesso da RaiStoria. In realtà il cinema è lo spunto per parlare col regista di società e storia argentina e delle nuove migrazioni italiane verso il grande Paese sudamericano: “Al di là di quello che posso pensare dei Kirchner, tutti e due hanno molto puntato sulla cultura […]. Credo che i giovani italiani di oggi che vanno a Buenos Aires (non è una grande migrazione, ma comunque un numero significativo) vanno perché c’è questa prospettiva che da noi si è persa in modo particolare con il disfacimento berlusconiano – e prima craxiano – dell’avvilimento, della persecuzione a tutto ciò che rappresentava cultura e tempo libero”. Col “filo conduttore dell’Opera lirica” – la storia messa in scena è quella di un giovane tenore -, il docu-film “esplora le ondate migratorie, il vastissimo territorio che non è solo Buenos Aires, dall’estremo nord alla Terra del fuoco, facendo riemergere anche la memoria dei tempi della dittatura”. E proprio per parlare di dittatura Roberto Fantini su Flipnews intervista Paolo Maccioni, “giornalista e soggettista, autore di Buenos Aires troppo tardi, bellissimo romanzo-saggio ispirato alla tragedia dei desaparecidos argentini”. All’indomani di varie condanne ad alcuni esponenti del regime militare, l’autore cagliaritano fa alcune considerazioni storiche e politiche: “Di certo, gli ex ufficiali e sottufficiali condannati con la sentenza del 27 ottobre scorso sono fra i più tristemente celebri per spietatezza: il capitano di fregata Alfredo Astiz, soprannominato ‘L’angelo biondo’ o ‘L’angelo della morte’, Jorge ‘El Tigre’ Acosta, capo operativo del principale centro clandestino di detenzione della Marina Militare, ed altri mostri. […] L’importanza di questa sentenza è di avere ristabilito la giustizia per crimini fra i più celebri e molto sentiti in Argentina, come il sequestro e l’eliminazione del cosiddetto ‘Gruppo della Chiesa Santa Cruz’, dove si riunivano i primissimi familiari di desaparecidos, delle due suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet e dello scrittore e giornalista Rodolfo Walsh, per troppo tempo impuniti”. Ecco un altro brano significativo dell’intervista: “[…] i militari argentini ebbero complicità ben più trasversali. Oltre a quelle degli Stati Uniti (che più che complici furono patrocinatori), del Vaticano e della P2, comprarono il silenzio persino dell’Unione Sovietica, e conseguentemente dei partiti comunisti europei, indorandola con esportazioni agroalimentari: durante la dittatura militare, l’80% delle granaglie argentine finivano a Mosca. Così, a puntare il dito contro il regime argentino restarono solo gli intellettuali di sinistra non irregimentati, come spiegò bene sul Manifesto Osvaldo Soriano”. Qui la lettura integrale, consigliata.
Segnalo infine l’uscita per Agenzia X di Severino Di Giovanni – C’era una volta in America del sud di Osvaldo Bayer. Il libro “sequestrato negli anni settanta dalla dittatura militare” racconta “le avventure di Severino Di Giovanni, maestro elementare fuggito da Chieti negli anni venti del Novecento per evitare le persecuzioni fasciste. Appena approda in Argentina svaligia banche e organizza clamorosi attentati contro i simboli dell’autorità”. Questa prima edizione italiana è curata da Alberto Prunetti, scrittore che ho citato più volte in questa rubrica e su questo blog (qui l’intervista). Per maggiori informazioni si veda qui.

[L'archivio del TFF su digitale]

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Nasce l’Archivio Storico del Torino Film Festival. L’Associazione Cinema Giovani ha assicurato la conservazione dell’archivio della manifestazione cinematografica torinese (ex Festival Internazionale Cinema Giovani) trasferendo su supporto digitale circa 1.300 film presentati nel corso delle diverse edizioni fra il 1982 e il 2004. Dall’inizio della prossima estate il materiale sarà disponibile per ricercatori, storici e appassionati cinefili, che potranno liberamente consultarlo a Torino all’interno degli spazi della Bibliomediateca Mario Gromo del Museo Nazionale del Cinema in Via Matilde Serao 8/A. La creazione di questo archivio consente la conservazione di documenti video rari come Stuff (1992), breve quanto pischedelico docu-film girato da Johnny Depp e Gibson Haynes dei Butthole Surfers a casa di John Frusciante, Frankenweenie (1984), secondo cortometraggio di Tim Burton, i film dell’indipendente Robert Kramer (a cui è stata dedicata una retrospettiva nel 1997) e il “testamento” di Frank Borzage, La luna sorge (Moonrise, 1948).

Un fotogramma di "Frankenweenie" di Tim Burton

"Maquette (Brouillon de film)" (1990) di Robert Kramer

Il manifesto della 1° edizione del Festival Internazionale Cinema Giovani di Torino (25 Settembre - 3 Ottobre 1982)

[Cinema in tv: Funny Games]

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Una scelta non proprio scontata. Domani, Natale, alle 00.20 (e ancora domenica 27 dicembre alle 02.40) su Cult segnalo il passaggio di Funny Games (1997) di Michael Haneke (1942). Di seguito il racconto della prima volta in cui l’ho visto (più qualche nota sul film). Non ho trovato i riscontri necessari ma credo proprio si trattasse della prima italiana del film.

1997, Torino. Quindicesima e ultima edizione del Festival Internazionale Cinema Giovani (un anno dopo sarebbe diventato Torino Film Festival). Il direttore della rassegna è Alberto Barbera, alla sua penultima edizione torinese prima di passare alla direzione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (incarico da cui sarà rimosso nel 2002, in anticipo, tra le polemiche e in pieno stile berlusconiano dal Ministro dei beni e delle attività culturali, Giuliano Urbani). Nella sezione Orizzonte Europa di quella rassegna figurano, tra gli altri, registi come Bruno Dumont, Robert Guédiguian, François Ozon, Aleksandr Sokurov e uno sconosciuto (all’epoca il meno noto tra i citati) Michael Haneke. Il film di quest’ultimo è Funny Games, chiaramente la prima versione, quella originale, non il recente remake per gli Usa. Il film arriva a Torino sei mesi dopo essere stato in concorso a Cannes, dove non ha ottenuto alcun premio (col suo ultimo film invece, Il nastro bianco, Haneke, dopo gran premio della giuria per La pianista e miglior regia per Niente da nascondere, ha vinto anche la Palma d’Oro). Alle 11 del mattino, prima di pranzo, entro in sala senza sapere nulla né del film né del regista. Durante la visione passo in fretta dalla curiosità iniziale alla tensione, dall’angoscia a una rabbia che per impotenza si trasforma in incazzatura e poi torno all’angoscia. Poche volte, penso, ho visto un film in cui i personaggi sono costruiti con un’efficacia simile; uscito dalla sala leggo sul catalogo che il regista, austriaco, è laureato in filosofia e psicologia.
Inizio a chiedermi: ma chi sono i due protagonisti di questa vicenda? Due psicopatici? Due ragazzi più intelligenti della norma? Due emuli, in parte per il look e quasi totalmente per le passioni (vedi visita a sorpresa e ultraviolenza), di Alex e dei suoi Drughi? Due viziati apatici? L’unica certezza, la più immediata, è che la medio-alta borghesia austriaca, per giunta quella in apparenza più candida, rischia di scomparire con i giochetti di Beavis & Butthead (così si chiamano tra di loro i due protagonisti nella versione originale; e non Tom e Jerry come in quella italiana). Pensieri che faccio a coinvolgimento emotivo avvenuto, nonostante Haneke provi a ricordare a più riprese e con vari artifici – di cui uno plateale che priva del tutto di veridicità la realtà dello schermo – che questo è un film: in una messa in scena in cui si ribadisce regolarmente che si tratta di finzione gli stati d’animo dello spettatore dovrebbero regolarmente risollevarsi se non proprio restare indenni; come se non bastasse nel film la violenza resta fuori campo. Ma è quello che la violenza provoca a essere messo in scena in maniera tanto efficace quanto inquietante. Così finché le immagini non terminano nessuno pensa alla finzione dei fatti, se non i due protagonisti che ne parlano durante la loro gita in barca.
A fine giornata, dopo aver visto tra l’altro anche La vie de Jésus di Bruno Dumont (niente di più rassicurante), sono ancora su Funny Games e più di tutto mi spiazza un fatto: perché verso il finale lo spettatore passa dalla parte dei nostri Beavis & Butthead? Solo perché, non morendo, sono gli unici due punti di costante riferimento? Per debolezza? Per paura? O forse perché quel sorriso finale rivolto alla camera, e quindi allo spettatore, ci rende una volta per tutte loro complici? Di certo questo dettaglio rende più umano uno dei due giovani attori e nel contempo innesca dei sensi di colpa nello spettatore. La seconda volta che vedrò Funny Games – sempre l’originale -, sarà dopo qualche anno e di fronte a parole e azioni di “Beavis & Butthead” per lo più riderò: so già tutto, quindi tanto vale stare dalla loro parte; anche se è un po’ troppo comodo.
A differenza di Cannes, in quel 1997, a Torino Funny Games non era in concorso (credo per superati limiti di età di Haneke, all’epoca già cinquantacinquenne); anche per questo non riceverà alcun premio. Solo un anno dopo, quando il festival perderà l’attributo “giovani”, le cose probabilmente sarebbero andate in un altro modo.

[Anniverary: Stacy Peralta]

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Anche lo skateboarding, un po’ come l’hip hop, inzia ad avere una vecchia scuola proprio a livello anagrafico, non più solo per qualche anno di militanza in più nel giro. Oggi lo skater e regista Stacy Peralta infatti compie 52 anni. Nel 2002 al Torino Film Festival ho visto il suo Dogtown and Z-Boys. Il seguente articolo, su quel notevole documentario di Peralta, lo scrissi all’epoca per la rivista cinematografica on line ENOL – Effetto Notte On Line.

Dogtown 1

Beverly Hills, Los Angeles, prima metà degli anni Settanta: nelle ville in cerca di acquirente, temporaneamente abbandonate, le piscine sono vuote anche a causa di una grande siccità. Qui, dopo un’accorta ricognizione, s’intrufola un gruppo multirazziale di adolescenti provenienti da Dogtown, quartiere malfamato e fatiscente della metropoli californiana. Attrezzati per svuotare e pulire le piscine (all’occorrenza anche attaccandosi di nascosto alla corrente elettrica della villa limitrofa), i ragazzini sanno che da un momento all’altro potrebbe arrivare la polizia. Perché sono qui? Beh, la loro tavola da surf si è rimpicciolita, ha messo le ruote e da qualche tempo le onde che cavalcano sono diventate d’asfalto. Dogtown and Z-Boys è la storia degli ingenui pionieri delle evoluzioni sullo skate (loro sono arrivati a scoprire vertical e aerial), veri rivoluzionari nel loro ambito, in primis perché, puntando tutto su uno stile “radical”, hanno definito le regole di un nuovo sport anche infrangendo la legge. Una crew nata attorno al negozio di surf dei mentori Jeff Ho e Skip Engblom, i cui membri diventano presto gli idoli di Ian MacKaye dei Fugazi o ancora di altri personaggi del mondo musicale come Henry Rollins e Jeff Ament dei Pearl Jam, che li scoprono grazie alle foto pubblicate sulle pagine della rivista ‘Skateboarder’.
È Stacy Peralta (1957), uno degli z-boys (dove z sta per Zephyr, come il nome del negozio), l’autore di questo orgoglioso e appassionato ritratto di un team di skater da molti visto come l’equivalente di una qualsiasi gang di strada, ma che applicando le tecniche del surf, ha determinato la sorte di quella tavola supportata da ruote in uretano. Proprio questa sostanza chimica ha costituito un aiuto fondamentale per la crew, la cui peculiarità principale può così diventare la completa torsione del corpo con le mani che automaticamente vanno a poggiare, senza controindicazioni (con altri materiali il rischio caduta era nettamente maggiore), sul terreno, non più sul mare. Una storia coinvolgente, con numerose e preziose immagini di repertorio che restituiscono il sapore e, soprattutto, i colori di un’epoca rimpianta da più parti. Una storia rovinata dal violento ingresso degli sponsor, dall’avvento del professionismo o, è il caso di Jay Adams (attualmente in carcere), dall’abuso di droga. Proprio Adams e Tony Alva sono ancora considerati dal resto degli z-boys i membri che meglio incarnano lo stile del gruppo, tutto grazie a un talento puro e alla capacità di trovare e sviluppare nuove tecniche con una pratica costante. Mentre i due si raccontano non si può fare a meno di notare i loro denti scheggiati, e il nesso causale con le acrobazie che facevano sullo skate, spesso senza alcuna protezione, è automatico.
L’albero genealogico del surf ha dato vita allo skateboard e, più recentemente, allo snowboard. Stacy Peralta ha portato sul grande schermo una storia collettiva creatasi attorno a questa famiglia e il suo documentario, che si apre sulle note di Ezy Ryder di Jimi Hendrix, riesce a divertire e interessare anche chi non ha mai avuto niente a che fare con questo mondo. Dogtown and Z-boys funziona, un po’ come tutti i racconti riguardanti persone che, quando si mettono in gioco per una passione, lo fanno senza mezzi termini, spesso correndo dei rischi sulla propria pelle; attributi spesso latitanti in chi sceglie di fare cinema, a parte rare eccezioni come quella di Werner Herzog che, proprio con un documentario autoreferenziale (Kinski – il mio nemico più caro), ha definitivamente svelato questa sua attitudine.

[FRANCIS FORD COPPOLA'S TETRO]

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tetro

Qui di seguito un estratto da un comunicato stampa del Torino Film Festival di lunedì scorso, 3 Agosto 2009: “[...] un secondo Premio 8½ verrà attribuito ad una società cinematografica, l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, per il contributo al rinnovamento dell’industria filmica negli Stati Uniti e il prezioso ruolo di congiunzione tra cinema classico e cinema del futuro. Francis Ford Coppola sarà presente a Torino per ritirare il premio alla sua società e per l’anteprima italiana del suo ultimo film Tetro, distribuito da BIM. In onore di Coppola, il Festival presenterà inoltre Rusty il selvaggio e la versione restaurata di Scarpette rosse, il capolavoro di Powell e Pressburger al quale Tetro rende un commovente omaggio.”

Il premio 8½ è stato istituito quest’anno da Gianni Amelio, succeduto a Nanni Moretti come direttore del festival cinematografico più importante d’Italia insieme a quello di Venezia. Tetro è un film in bianco e nero, costato 15 milioni di dollari (quindi “low-budget”) e girato in Argentina. Ma la vera notizia è che, per la prima volta dopo ben 35 anni, Coppola (1939) ha scritto una sceneggiatura originale; non accadeva dal 1974, dai tempi de La conversazione, ed è accaduto nonostante il regista abbia subito il furto del laptop (a Buenos Aires) a stesura dello script ancora in corso. Il film, dopo qualche polemica proiettato in anteprima mondiale al Festival di Cannes (peccato non averla fatta a Buenos Aires), ha un’importante presenza in rete: un canale ufficiale su youtube, un profilo su twitter e facebook e un sito ufficiale. Sempre sul web si possono vedere il trailer, la prima sequenza e alcune foto di scena che rendono del tutto onore a Buenos Aires e ai suoi quartieri storici del centro. Coppola ha dichiarato che si tratta di un film “indipendente e autoprodotto”: che il cinema abbia ritrovato un Coppola d’altri tempi? Da queste dichiarazioni e dalle motivazioni del premio del Torino Film Festival all’American Zoetrope si direbbe proprio di sì.

Written by blaluca

7 agosto 2009 at 11:44 am

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