Articoli con tag ‘torino film festival’
[L'archivio del TFF su digitale]
Nasce l’Archivio Storico del Torino Film Festival. L’Associazione Cinema Giovani ha assicurato la conservazione dell’archivio della manifestazione cinematografica torinese (ex Festival Internazionale Cinema Giovani) trasferendo su supporto digitale circa 1.300 film presentati nel corso delle diverse edizioni fra il 1982 e il 2004. Dall’inizio della prossima estate il materiale sarà disponibile per ricercatori, storici e appassionati cinefili, che potranno liberamente consultarlo a Torino all’interno degli spazi della Bibliomediateca Mario Gromo del Museo Nazionale del Cinema in Via Matilde Serao 8/A. La creazione di questo archivio consente la conservazione di documenti video rari come Stuff (1992), breve quanto pischedelico docu-film girato da Johnny Depp e Gibson Haynes dei Butthole Surfers a casa di John Frusciante, Frankenweenie (1984), secondo cortometraggio di Tim Burton, i film dell’indipendente Robert Kramer (a cui è stata dedicata una retrospettiva nel 1997) e il “testamento” di Frank Borzage, La luna sorge (Moonrise, 1948).
[Anniverary: Stacy Peralta]
Anche lo skateboarding, un po’ come l’hip hop, inzia ad avere una vecchia scuola proprio a livello anagrafico, non più solo per qualche anno di militanza in più nel giro. Oggi lo skater e regista Stacy Peralta infatti compie 52 anni. Nel 2002 al Torino Film Festival ho visto il suo Dogtown and Z-Boys. Il seguente articolo, su quel notevole documentario di Peralta, lo scrissi all’epoca per la rivista cinematografica on line ENOL – Effetto Notte On Line.

Beverly Hills, Los Angeles, prima metà degli anni Settanta: nelle ville in cerca di acquirente, temporaneamente abbandonate, le piscine sono vuote anche a causa di una grande siccità. Qui, dopo un’accorta ricognizione, s’intrufola un gruppo multirazziale di adolescenti provenienti da Dogtown, quartiere malfamato e fatiscente della metropoli californiana. Attrezzati per svuotare e pulire le piscine (all’occorrenza anche attaccandosi di nascosto alla corrente elettrica della villa limitrofa), i ragazzini sanno che da un momento all’altro potrebbe arrivare la polizia. Perché sono qui? Beh, la loro tavola da surf si è rimpicciolita, ha messo le ruote e da qualche tempo le onde che cavalcano sono diventate d’asfalto. Dogtown and Z-Boys è la storia degli ingenui pionieri delle evoluzioni sullo skate (loro sono arrivati a scoprire vertical e aerial), veri rivoluzionari nel loro ambito, in primis perché, puntando tutto su uno stile “radical”, hanno definito le regole di un nuovo sport anche infrangendo la legge. Una crew nata attorno al negozio di surf dei mentori Jeff Ho e Skip Engblom, i cui membri diventano presto gli idoli di Ian MacKaye dei Fugazi o ancora di altri personaggi del mondo musicale come Henry Rollins e Jeff Ament dei Pearl Jam, che li scoprono grazie alle foto pubblicate sulle pagine della rivista ‘Skateboarder’.
È Stacy Peralta (1957), uno degli z-boys (dove z sta per Zephyr, come il nome del negozio), l’autore di questo orgoglioso e appassionato ritratto di un team di skater da molti visto come l’equivalente di una qualsiasi gang di strada, ma che applicando le tecniche del surf, ha determinato la sorte di quella tavola supportata da ruote in uretano. Proprio questa sostanza chimica ha costituito un aiuto fondamentale per la crew, la cui peculiarità principale può così diventare la completa torsione del corpo con le mani che automaticamente vanno a poggiare, senza controindicazioni (con altri materiali il rischio caduta era nettamente maggiore), sul terreno, non più sul mare. Una storia coinvolgente, con numerose e preziose immagini di repertorio che restituiscono il sapore e, soprattutto, i colori di un’epoca rimpianta da più parti. Una storia rovinata dal violento ingresso degli sponsor, dall’avvento del professionismo o, è il caso di Jay Adams (attualmente in carcere), dall’abuso di droga. Proprio Adams e Tony Alva sono ancora considerati dal resto degli z-boys i membri che meglio incarnano lo stile del gruppo, tutto grazie a un talento puro e alla capacità di trovare e sviluppare nuove tecniche con una pratica costante. Mentre i due si raccontano non si può fare a meno di notare i loro denti scheggiati, e il nesso causale con le acrobazie che facevano sullo skate, spesso senza alcuna protezione, è automatico.
L’albero genealogico del surf ha dato vita allo skateboard e, più recentemente, allo snowboard. Stacy Peralta ha portato sul grande schermo una storia collettiva creatasi attorno a questa famiglia e il suo documentario, che si apre sulle note di Ezy Ryder di Jimi Hendrix, riesce a divertire e interessare anche chi non ha mai avuto niente a che fare con questo mondo. Dogtown and Z-boys funziona, un po’ come tutti i racconti riguardanti persone che, quando si mettono in gioco per una passione, lo fanno senza mezzi termini, spesso correndo dei rischi sulla propria pelle; attributi spesso latitanti in chi sceglie di fare cinema, a parte rare eccezioni come quella di Werner Herzog che, proprio con un documentario autoreferenziale (Kinski – il mio nemico più caro), ha definitivamente svelato questa sua attitudine.
[FRANCIS FORD COPPOLA'S TETRO]

Qui di seguito un estratto da un comunicato stampa del Torino Film Festival di lunedì scorso, 3 Agosto 2009: “[...] un secondo Premio 8½ verrà attribuito ad una società cinematografica, l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, per il contributo al rinnovamento dell’industria filmica negli Stati Uniti e il prezioso ruolo di congiunzione tra cinema classico e cinema del futuro. Francis Ford Coppola sarà presente a Torino per ritirare il premio alla sua società e per l’anteprima italiana del suo ultimo film Tetro, distribuito da BIM. In onore di Coppola, il Festival presenterà inoltre Rusty il selvaggio e la versione restaurata di Scarpette rosse, il capolavoro di Powell e Pressburger al quale Tetro rende un commovente omaggio.”
Il premio 8½ è stato istituito quest’anno da Gianni Amelio, succeduto a Nanni Moretti come direttore del festival cinematografico più importante d’Italia insieme a quello di Venezia. Tetro è un film in bianco e nero, costato 15 milioni di dollari (quindi “low-budget”) e girato in Argentina. Ma la vera notizia è che, per la prima volta dopo ben 35 anni, Coppola (1939) ha scritto una sceneggiatura originale; non accadeva dal 1974, dai tempi de La conversazione, ed è accaduto nonostante il regista abbia subito il furto del laptop (a Buenos Aires) a stesura dello script ancora in corso. Il film, dopo qualche polemica proiettato in anteprima mondiale al Festival di Cannes (peccato non averla fatta a Buenos Aires), ha un’importante presenza in rete: un canale ufficiale su youtube, un profilo su twitter e facebook e un sito ufficiale. Sempre sul web si possono vedere il trailer, la prima sequenza e alcune foto di scena che rendono del tutto onore a Buenos Aires e ai suoi quartieri storici del centro. Coppola ha dichiarato che si tratta di un film “indipendente e autoprodotto”: che il cinema abbia ritrovato un Coppola d’altri tempi? Da queste dichiarazioni e dalle motivazioni del premio del Torino Film Festival all’American Zoetrope si direbbe proprio di sì.




