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[Rap & Rock]

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Il seguente articolo è uscito su Alias del Manifesto Sabato 9 Luglio 2011 (Alias ANNO 14 – N.27) a pp.12-13 col titolo “Contaminazione di una scena”. Ho cercato di ripercorrere la storia dell’incontro tra il rap e il rock in un paio di pagine… All’interno dello speciale sul settimanale culturale del Manifesto figurava anche un box sui campionamenti rock dell’hip hop intitolato “I campioni dell’hip hop” che qui non metto perché già così avete molto da leggere…

Il crossover è una delle principali tendenze musicali che ha segnato gli anni ’90, specie la prima metà. La definizione di per sé è generica ma all’epoca era intesa come la fusione tra rap e rock – c’è anche chi dice tra funk e metal – operata da un gruppo o un solo artista e in questo senso era una vera novità. Per la stessa fusione generata da una collaborazione tra rappresentanti dell’uno o dell’altro genere si faceva già più fatica a tirare in ballo il termine anche perché un singolo episodio non pareva né generare un fenomeno nuovo né snaturare lo stile degli autori. Per i cultori tutto ha inizio nel 1991 con l’uscita di Life ‘n Perspectives Of A Genuine Crossover, album fondamentale per farsi non solo un’idea del genere (per giunta fuori dai canoni poi affermatisi) ma anche per capire in fretta la concezione musicale di un decennio in cui è avvenuto lo sdoganamento collettivo e dunque definitivo delle contaminazioni tra ambiti musicali diversi. A firmarlo non sono né degli artisti americani né inglesi ma gli olandesi Urban Dance Squad, al loro secondo lavoro, quello che ha ufficializzato la nascita del crossover. Ma la vera e propria esplosione popolare del binomio rock-rap arriva appena un anno dopo con l’uscita dell’eponimo esordio degli statunitensi Rage Against The Machine: un album che prende spunto dal concetto portato alla ribalta dagli Urban Dance Squad ma risulta più immediato e ha un grande impatto, specie sui ventenni di allora, anche per il messaggio antagonista dei testi. Gli spettatori del primo concerto italiano della band di Zack de la Rocha e Tom Morello, un sabato pomeriggio allo Zimba di Milano, hanno potuto assistere a una sintesi estetica più che mai efficace del fenomeno: il pubblico era diviso tra incappucciati vestiti oversize, pantaloni col cavallo basso e via così, e capelloni vestiti di nero o, meno numerosi, con una camicia di flanella a scacchi sbottonata. Rapper e rocker, gli stessi che spesso e volentieri si guardavano storti fino a disprezzarsi, per una volta erano uniti sotto lo stesso palco. Da qui in poi la sintesi tra rock e rap ha cominciato a essere istituzionalizzata fino a far entrare stabilmente le rime a tempo nell’estetica pop, ultima e definitiva conferma del successo di questo sdoganamento della presunta “antimusica” rap. Ma non tutto inizia negli anni ’90, anzi. La novità vera e propria dell’epoca era appunto il processo di istituzionalizzazione. È quando i Run DMC decidono di includere su Raising Hell anche la cover di un pezzo degli Aerosmith e di realizzarla con l’apporto dei membri stessi del gruppo capitanato da Steven Tyler, che si scrive però un pezzo di storia. E siamo appena nel 1986. Tutto esplode anche grazie a un video che rappresenta con ironia ed efficacia questo incontro-scontro tra due culture considerate agli antipodi: per questi e altri motivi Walk This Way è entrata a far parte a tutti gli effetti della cultura popolare. Ma il 1986 è un anno clou in questo senso perché registra l’uscita di un altro album fondamentale: in Licensed To Ill dei Beastie Boys, trio proveniente dal punk ma più che mai coinvolto nel rap, chitarre e rime si incrociano a più riprese a cominciare da (You Gotta) Fight for Your Right (to Party!), l’inno di una generazione che, in piena affermazione del decennio edonistico, si stava ancora formando. Questo brano di recente è stato celebrato nel video di Make Some Noise, il primo realizzato a partire da un singolo estratto da Hot Sauce Committee Part Two (2011), ultimo e ispirato album dei tre (ex) ragazzacci newyorkesi. Si tratta più di un mediometraggio di fiction che di un videoclip musicale: un divertito e ironico omaggio dei Beastie Boys ai loro esordi che parte proprio da quella chitarra grezza fusa alla perfezione con quel rap urlato. Se il flirt tra rock e rap con la sua ricca storia stava rischiando di venire dimenticato, i Beastie Boys insomma hanno pensato di evitare l’ingiustizia ricordandoci che loro per esempio sono esplosi così. Per giunta senza il featuring di un gruppo rock.

La storia di questo flirt sta vivendo ormai da tempo e inevitabilmente uno dei momenti più anonimi. Le star delle due sponde Jay-Z e Linkin Park con Collision Course nel 2004 hanno provato di nuovo ad attirare l’attenzione su questo connubio ma la loro collaborazione non ha eccelso per incisività e originalità, anzi. È andata un po’ meglio con Street Sweeper Social Club, gruppo messo in piedi da Tom Morello (Rage Against the Machine) e Boots Riley (The Coup) a Los Angeles nel 2006, ma nel loro eponimo album del 2009 vince la nostalgia visto che si tratta a tutti gli effetti di crossover anni ’90. In Blakroc, progetto e album del 2009 prodotto musicalmente dal duo rock Black Keys che duetta, tra gli altri, con Mos Def, Q-Tip, Raekwon, Ludacris, RZA e Pharoahe Monch, invece si sfruttano i differenti stili dei rapper chiamati a raccolta e il risultato sa meno di già sentito. Ma tocca guardare più indietro per trovare le vere e proprie chicche. Partiamo dal 1991: i Public Enemy, all’epoca i rapper con i suoni più rock in circolazione, danno alle stampe una nuova versione di un loro singolo uscito nel 1987, Bring the Noise. Stavolta la musica non arriva dai piatti ma è opera degli Anthrax, metal band newyorkese che dà al brano una spinta in più rendendolo uno dei rap più potenti della storia. Chuck D ne parla in termini eloquenti: “Quando ho incontrato Percy Sledge gli ho chiesto quante volte ha cantato When A Man Loves A Woman e lui mi ha risposto ‘circa sei milioni di volte’. Allora ho pensato ‘Se Percy Sledge può cantare When A Man Loves A Woman sei milioni di volte io posso fare Bring The Noise per altri vent’anni”. In questa dichiarazione del 2008 il Nostro non si riferisce espressamente alla versione con gli Anthrax ma è anche grazie a quella che il brano è diventato a tutti gli effetti un classico per un pubblico trasversale. Passiamo all’incontro tra i Cypress Hill e i Sonic Youth: introdotta da alcuni “rumori” chitarristici I Love you Mary Jane (ogni doppio senso non è puramente casuale) prende quota con Kim Gordon che sussurra fino a quando la voce nasale di B-Real si fa avanti a ritmo ma dando la sensazione di provenire da una persona in uno stato alterato di coscienza. Considerando la distanza estetica tra i due gruppi il risultato è una combinazione sorprendente. Il brano fa parte della colonna sonora di Judgment Night (in italiano Cuba Libre – La notte del giudizio) film del 1993 di Stephen Hopkins diventato un vero e proprio culto per i rapper e i rocker meno puristi. Basta leggere la lista delle collaborazioni sul booklet della colonna sonora per capire i motivi di questo successo: gli Helmet sostengono gli House of Pain, i Dinosaur Jr. se la vedono con Del the Funky Homosapien, gli Slayer con Ice-t (già avvezzo al crossover visto che appena un anno prima aveva dato vita al progetto Body Count), i De La Soul con i Teenage Fanclub, i Faith No More affiancano i Boo-Ya Tribe e i Living Colour i Run DMC – che tornano a coltivare il vizio dopo aver ricevuto varie soddisfazioni da quel primo esperimento. Ma il picco della colonna sonora resta proprio I Love You Mary Jane: un brano etereo, senza quel rap duro e quelle chitarre pestate che hanno presto reso scontato e statico il crossover. Successivamente solo la collaborazione tra i Black Lips e GZA (Wu-Tang Clan) del 2009 per il brano The Drop I Hold si è avvicinata a questi livelli di armonia anomala. Una versione ancora meno prevedibile è stata quella europea anche se da queste parti il genere non è stato frequentato tanto quanto oltreoceano. In prima linea ci sono proprio gli Urban Dance Squad, gruppo che si è formato in quel 1986 in cui sono usciti Walk This Way e Licensed To Ill ma che dopo i primi due folgoranti album ha perso un po’ di smalto uniformandosi in qualche modo allo stile statunitense. Subito dopo, perché no, ci sono gli Assalti Frontali di Conflitto (1996), più che mai ispirati e per l’occasione sostenuti dai Brutopop, band post-punk capitolina il cui groove irregolare si incastra alla perfezione col flow di Militant A. Ma la fusione più didascalica dei due generi è salita alla ribalta proprio a scapito di queste versioni meno allineate e questa stagione è presto finita. Se da qualche anno però il rap è entrato nel linguaggio rock e pop fino a non farsi più notare il merito è anche dei musicisti meno allineati dell’epoca che dunque si sono presi la loro rivincita. Questa fusione naturale, “nascosta”, accade anche quando ci sono di mezzo collaborazioni tra esponenti dei due fronti come quella, emblematica in questo senso, tra Kid Cudi, MGMT e Ratatat per Pursuit of Happiness (2009). Di certo l’ala radicale dei puristi hip hop che storceva il naso anche all’epoca della prima ribalta dei Roots perché non riteneva lecito parlare di hip hop per una band che non rappava su delle basi ma su un tappeto sonoro creato da strumenti (più) tradizionali, oggi ripenserà a quei tempi con imbarazzo. Stesso discorso per i rocker che in passato hanno biasimato Aerosmith, Anthrax e Sonic Youth per le collaborazioni citate. Chissà che i Beastie Boys non abbiano risvegliato le coscienze del crossover, genere che di certo rivivrà la sua gloria quando il gruppo giusto lo riprenderà nella maniera giusta e nel momento giusto. Mentre scriviamo Big Boi degli Outkast per esempio è in studio con i Modest Mouse per collaborare al nuovo LP di questi indie rocker trentenni. Non si tratta di nomi nuovi e sulla carta non sembrano poter approdare sulla scena musicale spiazzando un po’ tutti ma chissà…

[Cinema in tv: Coffee & Cigarettes]

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In questi giorni su Cult, uno dei migliori canali di Sky, è in programmazione Coffee & Cigarettes di Jim Jarmusch. Qui di seguito qualche nota sul film, che potete vedere su Cult martedì 6 Lugio alle 19 e mercoledì 7 Luglio alle 11.


Coffee & Cigarettes (Usa, 2003, 95′) è un progetto nato come trilogia nella seconda metà degli anni Ottanta e, nel corso di quasi vent’anni, rimpolpato per poi essere presentato nel 2003 in formato lungo. Undici piccoli film il cui legame principale è il consumo in scena di caffè e sigarette. Un progetto in cui la musica, sia funk o rocksteady, punk o rap, ha un ruolo di primo piano perché, oltre a fare spesso da sottofondo costante ai vari episodi, può vantare vari suoi esponenti tra gli attori protagonisti, vedi Tom Waits, Iggy Pop, i due White Stripes e i rapper RZA e GZA. D’altronde Jarmusch è un regista che per la scelta dei soggetti, degli attori (su tutti Joe Strummer in Mystery Train) e per l’originalità delle colonne sonore che accompagnano le sue pellicole (su tutte Daunbailò, Dead Man e Ghost Dog), ha dimostrato da tempo di avere un rapporto diretto e sentito con la musica di qualità di generi disparati.
In Coffee & Cigarettes il minimalismo narrativo del regista dell’Ohio ma newyorkese d’adozione sembra prediligere il ‘non detto’ che, a turno, può essere tradotto in mistero, timidezza e ipocrisia. A dirla tutta questo ‘non detto’ è il protagonista obbligato perché davanti a caffè e sigarette non si può che chiacchierare, lasciando quindi fuori dal discorso le parole che contano, quelle meno improvvisate. Il minimalismo di Jarmusch concede poi uno spazio quasi nullo ai personaggi di contorno mettendo così in scena un costante dualismo (leggi anche conflitto, ma in versione decisamente leggera) anche quando a dialogare e a compiere le piccole azioni ci sono tre attori, numero massimo di facce presenti in scena. Un minimalismo filmato in bianco e nero (tra i direttori della fotografia degli episodi figura il futuro regista Tom DiCillo), spesso brillante e a tratti delirante e paradossale. La versione italiana però non può che essere soggetta a una critica: come si fa a doppiare una voce come quella di Tom Waits? E come si fa a far doppiare il Benigni che parla il suo inglese maccheronico con accento toscano dal solito Benigni ma in versione italiana? Entrambi gli episodi in questione si erano già visti da queste parti in lingua originale con sottotitoli (il primo al cinema il secondo in vhs) e sicuramente rendevano di più. Eppure Jarmusch in questo caso si era dichiarato esplicitamente contrario al doppiaggio.

[Il rapper ammaestrato da Sarkozy]

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Quanto sia tenuto in considerazione il rap in Francia è intuibile dalle connessioni tra i rapper e Nicolas Sarkozy. L’attuale Presidente della Repubblica francese, dai tempi in cui era ministro dell’interno, porta avanti una causa giudiziaria per diffamazione contro il rapper Hamé del gruppo La Rumeur, ostinandosi a non accettare l’assoluzione dell’artista, già accertata da tre giudici. Le parole maggiormente prese di mira (pubblicate su una fanzine, neanche rappate) sono queste: “I rapporti del ministero dell’interno non parleranno mai delle centinaia di nostri fratelli uccisi dalla polizia senza che nessun assassino sia stato indagato”.
Le relazioni tra le banlieue e Sarkozy sono ancora segnate da quanto accaduto nel novembre 2005: la morte di Bouna Traoré e Zyed Benna, due abitanti minorenni della periferia parigina che, inseguiti senza motivo dalla polizia, rimangono fulminati dall’alta tensione, provocano la rivolta dei sobborghi di tutto il Paese. Il ministro dell’interno, futuro presidente, a ridosso della morte dei due ragazzini ha urlato in tv: “ci sbarazzeremo di questa feccia”, “sono canaglie”.

La Rumeur (Hamé è il secondo da sx)

Bruno Beausir (1974), in arte Doc Gynéco, è nato e cresciuto nella banlieue parigina. Originario della Guadalupa, si è imposto al pubblico come rapper con la fissa del sesso (Gynéco sta per Ginecologo). Il suo esordio però è avvenuto nel 1994 su 95200, album dei suoi amici Stomy Bugsy e Passi, ossia i Ministère A.M.E.R., gruppo che nel 1995 per un brano anti-polizia comparso sulla colonna sonora del film L’odio, Sacrifice de poulet, è stato querelato dall’allora ministro dell’interno, Charles Pasqua, e condannato a pagare un’ammenda di 250.000 franchi (Pasqua, conservatore e neogollista, aveva anche chiesto di vietare la vendita dei dischi del gruppo). Negli anni seguenti, dal 1994 al 2004, Doc Gynéco è stato sotto contratto con la Virgin pubblicando tre album. Ma dopo il discreto successo dell’esordio, Première consultation, le cose sono andate così così e, giunta la crisi delle vendite discografiche, nonostante varie apparizioni tv del Nostro in veste di opinionista di un talk show (‘On ne peut pas plaire à tout le monde’), la major lo ha liquidato. Durante questi anni di carriera artistica Doc Gynéco, nonostante l’impronta disimpegnata, ha anche musicato rime “coscienti”, come “Sono debole e sto a sinistra” (da Cousins, brano di RZA del Wu Tang) e “Sono negro, ebreo e comunista” (da Oyé Sapapaya,con Stomy Bugsy). Ma una volta ritentata la fortuna senza il supporto di una major, con un doppio album metà reggae e metà rap – altro mezzo flop -, e pur avendo rilasciato negli anni dichiarazioni di sostegno al socialista Lionel Jospin e di critica al Sarkozy ministro dell’Interno, ecco l’outing: “Non sono mai stato di sinistra. Quando criticavo Nicolas probabilmente mi avevano riferito cose sbagliate sul suo conto”. Qualcosa non torna? Beh, c’è un antefatto: nel 2006 Pierre Charon, consigliere di Sarkozy, contatta Doc Gynéco perché all’Eliseo si è pensato a una mossa per ben figurare di fronte alle banlieue.

Nicolas Sarkozy e Doc Gynéco

In un dibattito del 2007 (questo) su France 2 in cui si parlava del suo libro Les grands esprits se rencontrent – Sarkozy et moi, une amitié au service de la France, Gynéco ha dichiarato: “Essere di destra è qualcosa che è dentro di me”. Per poi controbattere alle critiche del giornalista Michel Polac (1930) così: ”Sapevo che lei era malato, ma vedo che è proprio in fase terminale”. Nessun argomento, poche frasi di senso compiuto, tanta arroganza e una fuga dallo studio prima della fine del dibattito. Dal 2006 insomma Gynéco è diventato un vero e proprio militante dell’UMP (partito di Sarkozy) ma pare aver compromesso la sua missione quando ha definito gli abitanti delle banlieue dei clown: “sono scioccati di essersi sentiti chiamare canaglie quando ogni giorno si insultano tra di loro”.
Thomas N’Gijol, attore comico francese di origine camerunese, in un’altra diretta televisiva ha cercato di scuotere il Nostro: “Bruno, sei un rapper di destra. Ma non esiste proprio!”. Già, perché non si sta parlando semplicemente del primo rapper francese a schierarsi con l’UMP, ma di un personaggio pubblico che ha definito Sarkozy il suo “maestro di pensiero” e che, tanto per chiudere il cerchio, si è fatto produrre il suo ultimo disco da tale Dj Mosey, anche conosciuto come Pierre Sarkozy; il figlio del Presidente.

Doc Gynéco e il frutto della sua collaborazione con Bernard Tapie

È di mercoledì scorso l’ultima notizia su Gynéco, confermata due giorni dopo dal diretto interessato: “Sì, mi sono iscritto al Pôle Emploi (una sorta di ufficio di collocamento che durante la ricerca di un impiego garantisce un sussidio di disoccupazione, ndr). La belle époque è finita e come tutti ho bisogno di soldi per vivere”. Già, dopo tre anni e mezzo di boicottaggio da parte dei suoi vecchi fan è anche possibile che sia così. Non male come soluzione per uno che nel 2006 aveva dichiarato pubblicamente che non si sarebbe mai iscritto al Pôle Emploi: “Per me accettare di iscrivermi sarebbe la fine”.
Doc Gynéco è sempre stato un rapper mediocre, anche quando frequentava assiduamente colleghi con delle idee e dunque più coerenti di lui. La sua sembra più una storia all’italiana che francese (accontentiamoci di Apicella). Storia che la redazione della webzine francese Fluctuat ha commentato con una battuta ineccepibile: “Uno che si chiama Doc Gynéco non poteva che andare d’accordo con chi ha fatto il ministro dell’interno”.

[RZA: DOPO IL CINEMA ANCHE LA PITTURA]

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Dopo Ghost Dog di Jim Jarmusch, American Gangster di Ridley Scott e altri ruoli nel cinema, RZA, rapper e produttore del Wu-Tang Clan, s’è concesso anche alla “pittura”. Ecco la prima foto di uno dei 360 esemplari dell’opera con cui ha esordito ufficialmente nell’arte figurativa il 1° Gennaio scorso, Victory Or Death:


L’opera fa parte del progetto When Art Imitates Life (WAIL) ed è una rilettura di Washington Crossing the Delaware, quadro di Emanuel Leutze del 1851. Rilettura in chiave hip hop visto che, oltre al viso dell’autore – sovrapposto a quello del 1° Presidente degli Usa, George Washington – in Victory Or Death figurano anche i volti di GZA, Ol’ Dirty Bastard (1968 – 2004) e due mani che formano una W, simbolo dello storico gruppo rap statunitense. Ma a quanto pare la tela ha altri dettagli da scoprire…

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