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["L'incompiuter"]
Un paio di giorni fa mi è arrivata una cartolina. Non virtuale, eh, postale, in cartoncino, adagiata nella buca delle lettere e scritta a mano. Tutto regolare. Una nonna direbbe “ E quindi? Siamo a fine estate e arrivano le cartoline, no?”. “Nonna, ma a me non capitava da una ventina d’anni di ricevere una cartolina nel periodo post-vacanze, cristo!”. Abitudini d’altri tempi; magari gli studenti le coltivano ancora, ma ho i miei dubbi. Grazie alla cartolina però è stato scritto, a quattro mani, un piccolo capolavoro: il racconto breve Qualcuno e nessuno, firmato da Enzo Jannacci e Beppe Viola e presente nella raccolta No, tu no. A dirla tutta la prima edizione della raccolta uscì nel 1974 col titolo L’incompiuter, neologismo perfetto per sintetizzare un post in cui, alle soglie del 2011, si parla di cartoline. “Perché la cartolina in genere si manda a uno che ti deve 10.000 lire con la speranza che si ricordi, al parrucchiere perché ti chiami sempre dottore, all’amante con su scritto seguirà espresso”. Così scrivevano Jannacci e Viola, con buona pace della borghesia e facendomi sorgere qualche dubbio sul mio sentimento di gratificazione quando ho aperto la casella della posta l’altro ieri. E ancora: “Sarebbe opportuno che il ministero delle Poste e Telecomunicazioni varasse un programma che consentisse di spedire le cartoline dalle località più importanti (Gabicce Mare, Courmayeur, Isola del Giglio ecc.) anche rimanendo a casa propria […]”. Ora, la mia cartolina arriva dalla Cina in teoria; a meno che mi sia sfuggito l’iter della proposta Jannacci-Viola e la stessa abbia ricevuto il beneplacito anche dal senato (a questo punto potrei replicare dalla Selva Lacandona, se la danno a buon prezzo – nel testo la proposta prosegue con ipotetiche tariffe a seconda della località scelta). “Oggi il mondo è diviso in “i nessuno” e “i qualcuno”, quelli che ricevono cartoline e quelli che vengono regolarmente trascurati” (tutte le citazioni sono tratte da No, tu no, pp. 53-55, Bompiani, 1994). Beh, oggi, in epoca di computer, anche il cane della mia ex ragazza ha un profilo su facebook con vari amici e credo proprio riceva vari messaggi privati…
Comunque stasera alle 23 su RaiTre fanno Saxofone, film del 1978 diretto da Renato Pozzetto e sceneggiato da Cochi, Renato, Jannacci e Beppe Viola! Un concentrato di nonsense da non credere ma soprattutto da non perdere.
[Umberto Simonetta: "Tirar mattina"]

Umberto Simonetta (fotogramma tratto da "Malamilano")
È stato uno degli autori di ‘Onda Libera’ (o Televacca) programma tv del ’76 / ’77 di Rete 2 ambientato in una stalla e con Roberto Benigni nei panni di Mario Cioni (programma d’altri tempi, non solo per l’ambientazione, ma anche per ritmi e contenuti). Ha scritto per Giorgio Gaber La ballata del Cerutti (ma non solo quella). Tra i titoli più noti della sua opera da commediografo ci sono Arriva la rivoluzione e non ho niente da mettermi e Mi voleva Strehler. Da giornalista ha pubblicato articoli soprattutto su Il Giornale. A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 ha poi diretto il Teatro Milanese, ex Teatro Gerolamo (storica sala meneghina). Per finire figura nell’elenco degli amici di Smemoranda e ha scritto vari romanzi, di cui tre riuniti nel 1997 da Baldini e Castoldi col titolo Le ballate dei Cerutti. Milanese, interista fazioso (a dare retta all’Avvocato Prisco), Umberto Simonetta (1926 – 1998), viene descritto dalle persone che lo hanno conosciuto come un anticonformista allergico alle etichette. Ne ho sentito parlare la prima volta nel documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio, Malamilano (1997), che dopo vari anni ho rivisto di recente dopo essermi appassionato su youtube al resoconto video di una serata organizzata da MalaRicordi?. Nel video sulla malavita milanese d’altri tempi diretto da Curagi e Gorio in realtà è lo stesso Simonetta a raccontarsi e nello specifico parla di un suo romanzo, Tirar mattina, pubblicato per la prima volta nel 1963 da Einaudi. Rivisto il documentario ho cercato il libro, ormai (purtroppo) fuori catalogo; dopo aver girovagato un po’ sul web l’ho trovato (e comprato) su Ebay.

Umberto Simonetta (fotogramma tratto da "Malamilano")
Un romanzo notevole. “Aldino questa è l’ultima volta che si trotta nella notte a perdere il tempo, diamo un addio alla vita, tra poco scatta la trappola”, dice tra sé e sé il trentatreenne protagonista di questa storia ambientata tutta in una notte, a Milano nel 1960. Ma la trappola in questione, a differenza de La venticinquesima ora (2001), romanzo di David Benioff portato sul grande schermo da Spike Lee, non è un vero e proprio carcere, ma un garage; già, Aldino dopo anni in cui si è arrangiato, anche facendo il magnaccia, ha finalmente trovato lavoro, ma vuole godersi le ultime ore di libertà. Un romanzo, un po’ come gli scritti di Beppe Viola, pieno di gergo metropolitano, oltre che di quel dialetto milanese celebrato perfino da Stendhal, come testimonia la citazione che precede l’incipit della vicenda. Aldino è “un non inserito” “un irregolare” (cito Simonetta da Malamilano), un qualunquista, un balordo egoista in perenne conflitto con la società (anche se, va detto, in quegli anni la scelta malavitosa era più tollerata, quanto meno perché in giro si potevano incontrare molti più colleghi). Costruito su flashback che partono dall’immediato dopoguerra, Tirar mattina è ambientato in una Milano notturna, lasciva, piena di “vivör”, fancazzisti e lavativi, una Milano da bar che si confrontava con l’immigrazione veneto-meridionale (come dice Primo Moroni in Malamilano, verso la fine degli anni ‘50 “il Veneto è un sud”). Durante la lettura viene da attribuire a più personaggi una parlata simile a quella di Giulio Blasetti – ossia quella di Ugo Tognazzi in Romanzo popolare di Mario Monicelli (tra l’altro proprio Tognazzi ha trasposto sul grande schermo un romanzo di Simonetta del 1976, I viaggiatori della sera) -, nel contempo si delinea il quadro di formazione della scuola di autori e attori del mitico Derby (per esempio si individuano alcune radici del mondo di Renato Pozzetto – cosa che accade ancora di più leggendo Beppe Viola). Giorgio Gaber, il giorno prima dei funerali di Simonetta, così lo ricordava sulle pagine del Corriere della Sera: “Ha parlato tantissimo di Milano: un osservatore geniale capace di scrivere cose importanti sull’Italia di quegli anni, una malavita che stava cambiando…”. In Tirar mattina l’utilizzo dello slang e una descrizione senza filtri di certi ambienti e certi personaggi immersi nelle dinamiche sociali dell’epoca, costituiscono una conferma di questa capacità di osservazione e dell’indipendenza intellettuale di Umberto Simonetta. Un romanzo ad alto potenziale cinematografico che fornisce uno spaccato storico di un’Italia molto più dinamica di quella odierna.
[Eh, beh, insomma, il tram è sempre il tram, eh]

Deposito Ticinese - 26 Marzo 2000 (© 2003 Ivan Furlanis)
Nel tempo ho letto tre o quattro varianti della seguente citazione di Cesare Zavattini (qui metto la più diffusa sul web): “Il cinema italiano è morto quando chi fa cinema, sceneggiatori e registi hanno smesso di prendere il tram”. Il senso è lo stesso anche nelle altre versioni. Non so in che anno l’abbia detta, ma qui non ha molta importanza, anche perché il cinema non c’entra; c’entra il tram. Zavattini (1902 – 1989) parlava di Roma: lì si produce gran parte del cinema italiano e lì viveva lo sceneggiatore di Ladri di biciclette. Io vivo a Milano, dove sono tornato lo scorso Aprile, e ogni due giorni passo un paio d’ore sul tram, il 16, quello che una volta, per chi è cresciuto a San Siro, era il 24. Sul tram leggo, dormo, guardo fuori dal finestrino e ascolto gli altri, a volte spiandoli, a volte catturato da toni di voce ingombranti. Oggi, nell’ultima carrozza, in fondo al 16, all’altezza di Piazzale Brescia un signore sugli ottant’anni seduto di fronte a me si è rivolto a bassa voce alla sua compagna di viaggio, più giovane di una quindicina d’anni: “Eh, Milano, come è cambiata. Chissà come sarà tra vent’anni. Ma tanto non la vedrò, tu forse sì. A me basterebbe vedere l’Expo. Spero tanto di arrivarci”. Una frase inoffensiva, non così pregna da dare spunti per fare cinema ma per quel che mi riguarda utile a farmi venire voglia di scrivere questo post. Quel che più conta però, sempre lasciando in pace Zavattini, è che la frase non mi ha proiettato nel prossimo futuro – non smanio per vedere l’Esposizione Universale del 2015 – anzi: io al contrario, nel tanto diffuso quanto sterile sentimento di nostalgia indotta, avrei proprio voluto essere nella Milano vissuta dal signore seduto di fronte a me, quella degli anni ‘50, ‘60 e ‘70. Mi riferisco, rispettivamente, a quella della Liggera raccontata nel documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio, Malamilano (1997), o ancora da Luciano Lutring (1937), a quella del boom economico descritta da Luciano Bianciardi (1922 – 1971) ne L’integrazione e La vita agra, e a quella dei racconti di Beppe Viola (1939 – 1982) – recentemente ristampati da Baldini Castoldi Dalai – e di tutti quelli che gravitavano attorno al Derby (nel titolo del post parafraso uno di questi: Renato Pozzetto). Proprio Viola, che il prossimo 26 Ottobre avrebbe compiuto settant’anni, nel suo scritto più celebre, Quelli che…, diceva: “Quelli che hanno paura del tram […] Quelli che parlano al manovratore […] Quelli che aspettano il tram né ridendo, né scherzando […]”. Senza dimenticare uno dei suoi servizi televisivi più celebri, in cui per intervistare Gianni Rivera è salito a bordo del 15 esordendo così: “Una frase di Jannacci dice che ‘Nessuno si occupa di quelli che prendono il tram’; tu te ne sei mai occupato?”. Domanda quanto meno spiazzante per un calciatore. Spulciando youtube poi, direttamente dagli archivi Rai, troverete un filmato del 1971 su ‘Il tram della cultura’: tra i passeggeri intervistati c’è proprio un polemico e coraggioso Luciano Bianciardi. Ecco un brano de La vita agra, il suo romanzo più noto, uscito nel 1962 per Rizzoli: “Ogni giorno io trascorrevo in tram almeno un’ora e mezzo. Bene, chi non sa può forse credere che, viaggiando su quel mezzo pubblico quarantacinque ore ogni mese, in capo all’anno uno debba avere fatto centinaia di conoscenze, decine di amicizie.” (La vita agra, di Luciano Bianciardi; qui si può leggere il seguito del brano). Per chiudere il cerchio basti dire che in Malamilano si parla di ladri portati in questura col tram. Insomma il tram qui a Milano, anche grazie a delle vetture d’annata che ancora circolano – vedi quelli della serie 1500 lanciati in gran numero nel 1928 -, è uno dei tramiti (scusate il gioco di parole) più immediati con la città che non c’è più, con un suo passato meno agiato, meno perbene, ma decisamente più vivo. Da questo circoscritto punto di vista dunque ascoltare un ottantenne sul tram che spera di vedere la Milano del 2015 è spiazzante; mai come lo è stato Viola con Rivera, sia chiaro, però nel suo piccolo…







