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[Anniversary: Renato Pozzetto]

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Il 14 Luglio scorso ha compiuto 70 anni. RaiTre per l’occasione gli ha reso omaggio trasmettendo, il lunedì notte, una serie di suoi film che in tv non si vedevano da un po’, come Luna di miele in tre e Fico d’India. Stracult gli ha dedicato un lungo servizio con relativa intervista e Pippo Baudo l’ha invitato lunedì scorso all’interno del programma Novecento per ripercorrere la sua carriera. Vari canali di Sky nel frattempo, su tutti Sky Cinema Italia, stanno ripescando dall’archivio film di nicchia come Due cuori una cappella (1975). Per finire la 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo ha recentemente invitato al Lido in quanto figura tra i protagonisti della retrospettiva dedicata quest’anno alla comicità italiana (‘La situazione comica 1910 – 1988’). Pubblicità contro il fumo e ospitate a Radio Deejay e Zelig a parte, Renato Pozzetto non era così in vista da un bel po’ d’anni, almeno una ventina. Qui di seguito un mio articolo scritto apposta per Blaluca sull’attore milanese adottato dal Lago Maggiore.

A sinistra Renato Pozzetto sul set dietro la macchina da presa. A destra il disegno per la locandina de "Il padrone e l'operaio" (1975).

Ugo Tognazzi il provinciale borghese. Vittorio Gassman il mattatore. Marcello Mastroianni l’amatore. Alberto Sordi l’italiano medio. Nino Manfredi il poveraccio. Renato Pozzetto il campagnolo. Con le dovute differenze ma tant’è: in più film il ragazzo di campagna, in realtà milanese, ha interpretato il ruolo del paesano sprovveduto che arriva nella metropoli, la grande città “piena di tentazioni, tentacolare”, come dice ad Artemio sua madre (Clara Colosimo) prima che lasci Borgo Tre Case. Se in Ecco noi per esempio (1977) Palmambrogio Guanziroli sbarca in una tumultuosa e vivace Milano, in Sono fotogenico (1980) Antonio Barozzi finisce in una Roma cinica, furba, avvoltoia e truffaldina. Ma ci sono anche il fin troppo esplicito Il ragazzo di campagna (1984) con un nuovo approdo fuori luogo a Milano, per giunta in pieni anni ’80, e lo “scorreggioneUno contro l’altro… praticamente amici (1981), in cui si passa dalla provincia di Varese alla Roma borgatara del Monnezza (Tomas Milian). Chi può attentare all’ingenuità di un ragazzotto di paese arrivato in città grazie ai soldi di famiglia, ladruncoli a parte? I gay. Il passaggio non è certo scontato, risponde all’idea che l’omosessualità fiorisca solo dove ci sono menti più aperte e meno occhi addosso, ma è difficile ricordare più di due o tre film di Pozzetto senza una gag con un personaggio omosessuale (“Ciao bella gioia!”). Probabilmente questo lo avrà reso poco amato da buona parte dei gay, nei suoi film spesso ridicolizzati o resi una caricatura. Ma La patata bollente (1979) di Steno, caso anomalo all’interno della commedia all’italiana di seconda generazione, potrebbe anche averlo riscattato: luoghi comuni a parte, il caso di un operaio sindacalista (stavolta di città) che, volente o nolente, porta alla luce del sole il tabù del comunista omofobo, a fine anni ‘70 non era proprio scontato.

La foto finale de "La patata bollente"

“Se i fascisti stanno contro quelli là e noi stiamo contro i fascisti può la morale popolare essere contro i culattoni?!“ dice il Gandi “in sede politica” di fronte ai suoi compagni di fabbrica che, come lui a inizio film, dimostrano di avere vari pregiudizi omofobi. I tempi sono cambiati ma i film di oggi che si spacciano come eredi della commedia all’italiana non hanno certo alzato il livello delle gag in cui c’è di mezzo un personaggio gay, anzi. Tra l’altro all’epoca di questi primi film di Pozzetto dal Derby Club di Milano era uscito, insieme a tanti altri amici di Cochi e Renato poi divenuti famosi, Ernst Thole (1953 – 1988), a oggi interprete di uno dei personaggi effeminati più di successo del cinema e cabaret italiano, approdato anche sulla Rai (su ‘Non Stop’, vedi qui), sempre a fine anni ‘70. Thole ha partecipato a vari film di e con Pozzetto tra cui Saxofone (1978), apoteosi della comicità nonsense diretta proprio dal neo settantenne. Tra i gay dei suoi film infine non si può non segnalare Harry Reems, già medico e co-protagonista (alquanto eterosessuale) di Gola profonda (1972), accanto a Pozzetto in Luna di miele in tre (1976), esordio alla regia di Carlo Vanzina. In quel periodo Reems, perseguitato dalla giustizia (era l’accusato-capro espiatorio del processo per oscenità al porno più noto della storia) non se la passava bene dunque un ruolo minore in una cinematografia prestigiosa come quella italiana, per quanto in declino, poteva fare al suo caso. In questa prima commedia di Vanzina il “campagnolo” non arriva in nessuna città tentacolare. L’avventura si svolge in un Paese lontano – allora più di oggi si usava dire esotico -, la Giamaica, e il gay in questione proviene dagli USA, il Paese più aperto e moderno nell’immaginario popolare. Nell’esilarante episodio di Di che segno sei? (1975) di Sergio Corbucci invece il muratore sprovveduto perde la strada di casa e incontra due animali metropolitani, una starlet apparsa su Novella2000 e il suo amante, un attempato conte con un macchinone di lusso. L’incontro clou avviene in una terra di nessuno, una stazione di benzina, ma le tentazioni a cui è sottoposto il Nostro sono le stesse che potrebbe offrire una grande città: sesso con una showgirl e soldi facili. Anche qui però, nonostante ci sia spazio per una rivincita (carnale) del mondo meno sviluppato/urbanizzato, il personaggio interpretato da Pozzetto come sempre torna nella sua realtà che tanto dimostra di detestare a inizio vicende. Le piccole soddisfazioni che i protagonisti di questi film si prendono riguardano quasi solo il sesso e non attenuano la puntuale sconfitta finale che tocca l’apice in Sono fotogenico, film con un epilogo quanto meno amaro con cui Pozzetto, anche grazie alla fama anteriore di Dino Risi, è andato al festival di Cannes. Per poi tornare, con ogni probabilità, nella sua casa sul Lago Maggiore, al riparo dall’ambiente dei grandi eventi mondani e delle tentazioni. Ora per i suoi 70 anni il sistema cine-televisivo è tornato bussare con insistenza alla sua porta. Auguri, Renato!

 

Pozzetto in "Fico d'India" sfodera una delle sue espressioni cult (foto presa da filmscoop.wordpress.com)

["L'incompiuter"]

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Un paio di giorni fa mi è arrivata una cartolina. Non virtuale, eh, postale, in cartoncino, adagiata nella buca delle lettere e scritta a mano. Tutto regolare. Una nonna direbbe “ E quindi? Siamo a fine estate e arrivano le cartoline, no?”. “Nonna, ma a me non capitava da una ventina d’anni di ricevere una cartolina nel periodo post-vacanze, cristo!”. Abitudini d’altri tempi; magari gli studenti le coltivano ancora, ma ho i miei dubbi. Grazie alla cartolina però è stato scritto, a quattro mani, un piccolo capolavoro: il racconto breve Qualcuno e nessuno, firmato da Enzo Jannacci e Beppe Viola e presente nella raccolta No, tu no. A dirla tutta la prima edizione della raccolta uscì nel 1974 col titolo L’incompiuter, neologismo perfetto per sintetizzare un post in cui, alle soglie del 2011, si parla di cartoline. “Perché la cartolina in genere si manda a uno che ti deve 10.000 lire con la speranza che si ricordi, al parrucchiere perché ti chiami sempre dottore, all’amante con su scritto seguirà espresso”. Così scrivevano Jannacci e Viola, con buona pace della borghesia e facendomi sorgere qualche dubbio sul mio sentimento di gratificazione quando ho aperto la casella della posta l’altro ieri. E ancora: “Sarebbe opportuno che il ministero delle Poste e Telecomunicazioni varasse un programma che consentisse di spedire le cartoline dalle località più importanti (Gabicce Mare, Courmayeur, Isola del Giglio ecc.) anche rimanendo a casa propria […]”. Ora, la mia cartolina arriva dalla Cina in teoria; a meno che mi sia sfuggito l’iter della proposta Jannacci-Viola e la stessa abbia ricevuto il beneplacito anche dal senato (a questo punto potrei replicare dalla Selva Lacandona, se la danno a buon prezzo – nel testo la proposta prosegue con ipotetiche tariffe a seconda della località scelta). “Oggi il mondo è diviso in “i nessuno” e “i qualcuno”, quelli che ricevono cartoline e quelli che vengono regolarmente trascurati” (tutte le citazioni sono tratte da No, tu no, pp. 53-55, Bompiani, 1994). Beh, oggi, in epoca di computer, anche il cane della mia ex ragazza ha un profilo su facebook con vari amici e credo proprio riceva vari messaggi privati…
Comunque stasera alle 23 su RaiTre fanno Saxofone, film del 1978 diretto da Renato Pozzetto e sceneggiato da Cochi, Renato, Jannacci e Beppe Viola! Un concentrato di nonsense da non credere ma soprattutto da non perdere.

Ornella Muti e Beppe Viola. Fotogramma tratto dal film "Romanzo Popolare" (1974) di Mario Monicelli.

[Ecco noi per esempio]

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Ieri sera all’interno della rassegna filmica per celebrare la carriera di Renato Pozzetto, che la settimana scorsa ha compiuto 70 anni, RaiTre ha mandato in onda la terza pellicola della serie, Ecco noi per esempio (1977) di Sergio Corbucci. Il film è senza dubbio tra i migliori interpretati dall’ex socio di Cochi Ponzoni: insieme a Terra, l’episodio di Di che segno sei? (Sergio Corbucci, 1975), Luna di miele in tre (Carlo Vanzina, 1976), Saxofone (Renato Pozzetto, 1978), La patata bollente (Steno, 1979) e Sono fotogenico (Dino Risi, 1980), fa parte degli anni d’oro dell’attore comico originario del Lago Maggiore. Nella versione andata in onda ieri, seppure il film sia iniziato verso le 23.40 circa, un’ora dopo la fine della fascia protetta, è stata tagliata sia la scena di sesso tra Pozzetto e Barbarba Bach, in cui la futura moglie di Ringo Starr si concede in un nudo integrale, sia qualche battuta del dialogo tra l’aspirante poeta Palmambrogio Guanziroli (sempre Pozzetto) e il maestro Melano Melani (interpretato da Georges Wilson) – nello specifico questa “Ah, la prefazione. Te la farò la prefazione, ma dopo… dopo il culo, è la prassi”.
La prima volta che ho visto Ecco noi per esempio andavo alle medie, ero un ragazzino, e i film di Pozzetto, soprattutto sui canali di Berlusconi, passavano spesso. Negli anni ’80 però la fascia protetta non esisteva e il film su Canale 5 era andato in onda in versione integrale in prima serata (da ragazzino delle medie ero rimasto decisamente colpito dal nudo della Bach…). Nel ’77 nelle sale era stato distribuito col divieto ai minori di 14 anni per la scena di sesso citata e quella dell’ispezione vaginale della femminista (non tagliata dalla Rai), ma nonostante tutto aveva incassato due miliardi di lire. Che la Rai abbia mandato in onda questa versione censurata, che non fa capire un paio di passaggi se non dopo qualche minuto, sembra del tutto ridicolo, ed è scandaloso che c’è chi rimetta mano al montaggio di un film di un regista per giunta morto 20 anni fa. Con ogni probabilità ieri è andata in onda la copia prevista per il passaggio in prima serata, presente da anni negli archivi, e in Rai nessuno si è assicurato di controllarla. Peccato, perché per questa rassegna-omaggio è stata fatta una buona selezione di titoli.

In Ecco noi per esempio si vede la Milano borghese/alto-borghese sia in conflitto sia in affari con quella proletaria/bohémien. Visti i tempi, gli anni ’70, si può tradurre con la Milano nostalgica del fascismo e quella in subbuglio per le grandi speranze, in lotta per i diritti. Si vede anche la Milano degli eventi e delle feste negli appartamenti, entrambe ancora in voga, delle discoteche frequentate da zotici e nottambuli incalliti (eredi diretti dei “vivör” raccontati da Umberto Simonetta), dei fancazzisti e truffaldini, della malavita che rapiva i figli degli industriali, la Milano infine della vita nelle pensioni che da qualche decennio non è più praticata così a tempo indeterminato come negli anni ’60 – si legga per esempio Bianciardi – e nei ’70, quando era molto comune (la pensione dove alloggiano Celentano e Pozzetto si trova all’inizio di Via San Nicolao, quasi di fronte a Buscemi hi-fi, negozio di impianti stereo che esiste da una quarantina d’anni, a ridosso di una delle zone più anni ’60 di Milano, ossia il quartiere Magenta – il cui cuore è Piazza Mentana, a cui si arriva da Corso Magenta prendendo prima Via Brisa e poi Via Morigi). Insomma, il clima di quegli anni, seppure con qualche approssimazione, d’altronde si tratta di una commedia, è ben reso, e ne esce il ritratto di una città viva, in costruzione, ancora non adagiata del tutto su conti in banca e status symbol. Il primo film che vede fianco a fianco Celentano e Pozzetto insomma è un bel ritratto di una Milano per lo più scomparsa.

[ANNIVERSARY: MARCO RISI]

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Lasciando stare i titoli di testa di Un ragazza e una ragazza (questi), riscoperti da poco grazie a una persona presente tra i miei contatti su facebook, oggi segnalo il 59mo compleanno di Marco Risi principalmente per due motivi:

1) Insieme al padre Dino Risi e a Massimo Franciosa ha scritto la sceneggiatura di uno dei miei film culto, Sono Fotogenico (1980), che oltre ad aver portato Renato Pozzetto a Cannes è uno dei film sul mondo del cinema più divertenti e nel contempo amari che abbia mai visto (con cameo di Gassman, Tognazzi e Monicelli che interpretano se stessi). Ci sono varie battute degne di nota ma soprattutto c’è una scena geniale che aspettavo solo l’occasione giusta per postare qui su Blaluca. Paolo Mereghetti sul suo ‘Dizionario dei film’ dice che è ripresa da un film di Franco Franchi ma poco importa visto che è questa con Pozzetto a essere pluricitata da più appassionati della commedia all’italiana. Ecco a voi dunque Antonio Barozzi, aspirante attore che da Laveno, sul Lago Maggiore, piomba a Roma in cerca di fortuna; per lavorare deve farsi un book…:


2) Fortapàsc. Un film del 2008 che, in sintesi, ben restituisce le atmosfere degli anni ’80 – anche grazie a un’accurata scelta dei luoghi dove è stato girato -, è ben recitato da Libero De Rienzo e Michele Riondino e ben racconta la storia di Giancarlo Siani, giornalista de Il Mattino ucciso dalla camorra nel 1985. Un giornalista d’inchiesta ma soprattutto un giornalista d’altri tempi. Magari passerò per qualunquista ma credo che se lo stesso film lo avesse girato un regista considerato giovane se ne sarebbe parlato molto di più (per quanto sia stato ben accolto dalla critica). A Marco Risi credo proprio non si perdonino certi passi falsi, da L’ultimo capodanno (1998) al più recente Maradona – La mano de Dios (2007); nello stesso tempo pochi si ricordano che proprio lui nel 1989 ha firmato un grande successo popolare come Mery per sempre. Ecco il trailer di Fortapàsc:


[Addio maestro Melani!]

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Georges Wilson e Ugo Tognazzi ne "Il federale"

Mercoledì a Parigi è morto l’attore e regista francese di origine irlandese Georges Wilson, nato il 16 ottobre 1921 a Champigny-sur-Marne e padre dell’attore Lambert Wilson. Attivo sia in campo teatrale che cinematografico, in Italia Wilson è noto soprattutto per il ruolo del filosofo antifascista nel film campione d’incassi della stagione ’61-’62 Il federale (1961) di Luciano Salce, in cui per 1 h e 40 m affianca Ugo Tognazzi. Ha avuto un ruolo anche in uno dei film culto di Lucio Fulci, Non si sevizia un paperino (1972, con Tomas Milian, Barbara Bouchet, Irene Papas e Florinda Bolkan), ma qui su Blaluca lo voglio ricordare soprattutto per aver impersonato il poeta Melano Melani in Ecco noi per esempio, film di Sergio Corbucci del 1977 ambientato in una tumultuosa Milano e con, per la prima volta insieme sul grande schermo, Renato Pozzetto e Adriano Celentano. “Maestro, sa sono un po’ emozionato. Vedere un grande vate nella sua intimità è una fortuna che penso di non meritare. [...] Sa che io conosco tutti i suoi libri a memoria? Ho scritto anche un saggio sulla sua opera! [...] Quando si nasce geni come lei, ogni cosa diventa arte. Di Melano Melani ce n’è uno solo! Solo gli americani non l’hanno capito. Ma si sa che gli americani di poesia non capiscono un cazzo!” dice Palmambrogio Guanziroli (Pozzetto) quando incontra Melano Melani (Wilson) anche grazie a uno stratagemma architettato col suo amico fotografo Clic (Celentano). Parole pronunciate dall’aspirante poeta di provincia messo in scena da Pozzetto subito prima di questo notevole dialogo:

Wilson tra gli anni ’60 e ’70 in Italia ha lavorato anche con Luchino Visconti, Damiano Damiani, Vittorio De Sica, Francesco Rosi e Alberto Lattuada. In Francia è ricordato soprattutto come discepolo di Jean Vilar, per i suoi lavori teatrali, ma tra i registi cinematografici con cui ha lavorato ci sono due maestri come Marcel Carné e Jacques Demy. Tra le personalità che gli hanno reso pubblico omaggio dopo il decesso ci sono Nicolas Sarkozy, Bertrand Delanoë e Jack Lang; tanto per dare un’idea della fama e dell’importanza di Wilson oltralpe (vedi anche l’articolo di Le Monde, qui).

 

Georges Wilson

[Umberto Simonetta: "Tirar mattina"]

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Umberto Simonetta 1

Umberto Simonetta (fotogramma tratto da "Malamilano")

È stato uno degli autori di ‘Onda Libera’ (o Televacca) programma tv del ’76 / ’77 di Rete 2 ambientato in una stalla e con Roberto Benigni nei panni di Mario Cioni (programma d’altri tempi, non solo per l’ambientazione, ma anche per ritmi e contenuti). Ha scritto per Giorgio Gaber La ballata del Cerutti (ma non solo quella). Tra i titoli più noti della sua opera da commediografo ci sono Arriva la rivoluzione e non ho niente da mettermi e Mi voleva Strehler. Da giornalista ha pubblicato articoli soprattutto su Il Giornale. A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 ha poi diretto il Teatro Milanese, ex Teatro Gerolamo (storica sala meneghina). Per finire figura nell’elenco degli amici di Smemoranda e ha scritto vari romanzi, di cui tre riuniti nel 1997 da Baldini e Castoldi col titolo Le ballate dei Cerutti. Milanese, interista fazioso (a dare retta all’Avvocato Prisco), Umberto Simonetta (1926 – 1998), viene descritto dalle persone che lo hanno conosciuto come un anticonformista allergico alle etichette. Ne ho sentito parlare la prima volta nel documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio, Malamilano (1997), che dopo vari anni ho rivisto di recente dopo essermi appassionato su youtube al resoconto video di una serata organizzata da MalaRicordi?. Nel video sulla malavita milanese d’altri tempi diretto da Curagi e Gorio in realtà è lo stesso Simonetta a raccontarsi e nello specifico parla di un suo romanzo, Tirar mattina, pubblicato per la prima volta nel 1963 da Einaudi. Rivisto il documentario ho cercato il libro, ormai (purtroppo) fuori catalogo; dopo aver girovagato un po’ sul web l’ho trovato (e comprato) su Ebay.

Umberto Simonetta 2

Umberto Simonetta (fotogramma tratto da "Malamilano")

Un romanzo notevole. “Aldino questa è l’ultima volta che si trotta nella notte a perdere il tempo, diamo un addio alla vita, tra poco scatta la trappola”, dice tra sé e sé il trentatreenne protagonista di questa storia ambientata tutta in una notte, a Milano nel 1960. Ma la trappola in questione, a differenza de La venticinquesima ora (2001), romanzo di David Benioff portato sul grande schermo da Spike Lee, non è un vero e proprio carcere, ma un garage; già, Aldino dopo anni in cui si è arrangiato, anche facendo il magnaccia, ha finalmente trovato lavoro, ma vuole godersi le ultime ore di libertà. Un romanzo, un po’ come gli scritti di Beppe Viola, pieno di gergo metropolitano, oltre che di quel dialetto milanese celebrato perfino da Stendhal, come testimonia la citazione che precede l’incipit della vicenda. Aldino è “un non inserito” “un irregolare” (cito Simonetta da Malamilano), un qualunquista, un balordo egoista in perenne conflitto con la società (anche se, va detto, in quegli anni la scelta malavitosa era più tollerata, quanto meno perché in giro si potevano incontrare molti più colleghi). Costruito su flashback che partono dall’immediato dopoguerra, Tirar mattina è ambientato in una Milano notturna, lasciva, piena di “vivör”, fancazzisti e lavativi, una Milano da bar che si confrontava con l’immigrazione veneto-meridionale (come dice Primo Moroni in Malamilano, verso la fine degli anni ‘50 “il Veneto è un sud”). Durante la lettura viene da attribuire a più personaggi una parlata simile a quella di Giulio Blasetti – ossia quella di Ugo Tognazzi in Romanzo popolare di Mario Monicelli (tra l’altro proprio Tognazzi ha trasposto sul grande schermo un romanzo di Simonetta del 1976, I viaggiatori della sera) -, nel contempo si delinea il quadro di formazione della scuola di autori e attori del mitico Derby (per esempio si individuano alcune radici del mondo di Renato Pozzetto – cosa che accade ancora di più leggendo Beppe Viola). Giorgio Gaber, il giorno prima dei funerali di Simonetta, così lo ricordava sulle pagine del Corriere della Sera: “Ha parlato tantissimo di Milano: un osservatore geniale capace di scrivere cose importanti sull’Italia di quegli anni, una malavita che stava cambiando…”. In Tirar mattina l’utilizzo dello slang e una descrizione senza filtri di certi ambienti e certi personaggi immersi nelle dinamiche sociali dell’epoca, costituiscono una conferma di questa capacità di osservazione e dell’indipendenza intellettuale di Umberto Simonetta. Un romanzo ad alto potenziale cinematografico che fornisce uno spaccato storico di un’Italia molto più dinamica di quella odierna.

[Eh, beh, insomma, il tram è sempre il tram, eh]

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Deposito Ticinese - 26 Marzo 2000 (© 2003 Ivan Furlanis)

Deposito Ticinese - 26 Marzo 2000 (© 2003 Ivan Furlanis)

Nel tempo ho letto tre o quattro varianti della seguente citazione di Cesare Zavattini (qui metto la più diffusa sul web): “Il cinema italiano è morto quando chi fa cinema, sceneggiatori e registi hanno smesso di prendere il tram”. Il senso è lo stesso anche nelle altre versioni. Non so in che anno l’abbia detta, ma qui non ha molta importanza, anche perché il cinema non c’entra; c’entra il tram. Zavattini (1902 – 1989) parlava di Roma: lì si produce gran parte del cinema italiano e lì viveva lo sceneggiatore di Ladri di biciclette. Io vivo a Milano, dove sono tornato lo scorso Aprile, e ogni due giorni passo un paio d’ore sul tram, il 16, quello che una volta, per chi è cresciuto a San Siro, era il 24. Sul tram leggo, dormo, guardo fuori dal finestrino e ascolto gli altri, a volte spiandoli, a volte catturato da toni di voce ingombranti. Oggi, nell’ultima carrozza, in fondo al 16, all’altezza di Piazzale Brescia un signore sugli ottant’anni seduto di fronte a me si è rivolto a bassa voce alla sua compagna di viaggio, più giovane di una quindicina d’anni: “Eh, Milano, come è cambiata. Chissà come sarà tra vent’anni. Ma tanto non la vedrò, tu forse sì. A me basterebbe vedere l’Expo. Spero tanto di arrivarci”. Una frase inoffensiva, non così pregna da dare spunti per fare cinema ma per quel che mi riguarda utile a farmi venire voglia di scrivere questo post. Quel che più conta però, sempre lasciando in pace Zavattini, è che la frase non mi ha proiettato nel prossimo futuro – non smanio per vedere l’Esposizione Universale del 2015 – anzi: io al contrario, nel tanto diffuso quanto sterile sentimento di nostalgia indotta, avrei proprio voluto essere nella Milano vissuta dal signore seduto di fronte a me, quella degli anni ‘50, ‘60 e ‘70. Mi riferisco, rispettivamente, a quella della Liggera raccontata nel documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio, Malamilano (1997), o ancora da Luciano Lutring (1937), a quella del boom economico descritta da Luciano Bianciardi (1922 – 1971) ne L’integrazione e La vita agra, e a quella dei racconti di Beppe Viola (1939 – 1982) – recentemente ristampati da Baldini Castoldi Dalai – e di tutti quelli che gravitavano attorno al Derby (nel titolo del post parafraso uno di questi: Renato Pozzetto). Proprio Viola, che il prossimo 26 Ottobre avrebbe compiuto settant’anni, nel suo scritto più celebre, Quelli che…, diceva: “Quelli che hanno paura del tram […] Quelli che parlano al manovratore […] Quelli che aspettano il tram né ridendo, né scherzando […]”. Senza dimenticare uno dei suoi servizi televisivi più celebri, in cui per intervistare Gianni Rivera è salito a bordo del 15 esordendo così: “Una frase di Jannacci dice che ‘Nessuno si occupa di quelli che prendono il tram’; tu te ne sei mai occupato?”. Domanda quanto meno spiazzante per un calciatore. Spulciando youtube poi, direttamente dagli archivi Rai, troverete un filmato del 1971 su ‘Il tram della cultura’: tra i passeggeri intervistati c’è proprio un polemico e coraggioso Luciano Bianciardi. Ecco un brano de La vita agra, il suo romanzo più noto, uscito nel 1962 per Rizzoli: “Ogni giorno io trascorrevo in tram almeno un’ora e mezzo. Bene, chi non sa può forse credere che, viaggiando su quel mezzo pubblico quarantacinque ore ogni mese, in capo all’anno uno debba avere fatto centinaia di conoscenze, decine di amicizie.” (La vita agra, di Luciano Bianciardi; qui si può leggere il seguito del brano). Per chiudere il cerchio basti dire che in Malamilano si parla di ladri portati in questura col tram. Insomma il tram qui a Milano, anche grazie a delle vetture d’annata che ancora circolano – vedi quelli della serie 1500 lanciati in gran numero nel 1928 -, è uno dei tramiti (scusate il gioco di parole) più immediati con la città che non c’è più, con un suo passato meno agiato, meno perbene, ma decisamente più vivo. Da questo circoscritto punto di vista dunque ascoltare un ottantenne sul tram che spera di vedere la Milano del 2015  è spiazzante; mai come lo è stato Viola con Rivera, sia chiaro, però nel suo piccolo…

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