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[Depardieu ebbro di politica]

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Gérard Depardieu (1948), nei cinema italiani dal 29 Ottobre con Mammuth e dal 5 Novembre con Potiche, sin dai tempi delle elezioni presidenziali ha sostenuto pubblicamente Nicolas Sarkozy. A oggi non ha perso la stima verso il suo presidente tanto che il 13 Settembre scorso durante il programma televisivo francese Le Grand Journal, in onda dal lunedì al venerdì alle 19.05 su Canal +, parlando di Claude Chabrol, scomparso il giorno precedente, ha dichiarato: “I politici? Sono merda”, “Tutti?” lo ha incalzato la giornalista in studio, “Beh, mi piace molto Nicolas Sarkozy perché ha osato fare delle cose assolutamente incredibili”. Fino a qui nessuna novità insomma ma poi il Nostro ha tirato in ballo Martine Aubry, attuale segretaria del Partito Socialista francese, coniando per l’occasione un soprannome sulla scia di un umorismo tutto berlusconiano che ha fatto sorridere solo lui: “Aubry, alito di birra“. Ultimamente in Francia le dichiarazioni dell’attore stanno facendo particolarmente rumore. A fine agosto sulla rivista austriaca Profil se l’è presa gratuitamente con la collega Juliette Binoche: “Per favore potete spiegarmi il segreto di questa attrice? Vorrei davvero sapere perché da anni è così stimata. Non ha niente, Assolutamente niente! Non è nessuno. Isabelle Adjani ha molto più talento anche se è totalmente folle. O Fanny Ardant, è magnifica, impressionante. Ma la Binoche? Cos’ha?”. Un’opinione ci può stare, ma ha impressionato che fosse così colorita. L’affascinante attrice, stuzzicata da un giornalista inglese del canale radiofonico BBC4, invece ha replicato con eleganza: “Non capisco, può darsi che l’abbia provocato senza saperlo. Credo non si possa amare tutti e credo si possa anche non apprezzare il lavoro di qualcuno. Ma non capisco tutta questa violenza”. La Binoche probabilmente ha parlato di violenza non a caso perché Depardieu appena otto mesi prima di questa uscita era finito sulle cronache dei giornali per aver distrutto, apparentemente senza motivo, una macchina parcheggiata non lontano dalla sua abitazione parigina, a Saint-Germain-des-Prés. Si sospetta fosse in preda a un raptus dovuto all’abuso di alcol.
Ora, nella settimana clou per la riforma delle pensioni, in Francia molto contestata (da tempo si susseguono scioperi e manifestazioni), Depardieu parlando proprio di uno degli ultimi film a cui ha partecipato, Potiche di François Ozon, ha detto: “Quello che sta succedendo in Francia è ridicolo. Si tratta di una manipolazione da parte dei sindicati”. Nel film Depardieu interpreta il ruolo di un sindaco comunista che negli anni ’70 è chiamato a fronteggiare uno sciopero operaio, dunque il tema del film ha un collegamento con l’attualità. Ma a lasciare perplessi parte dell’opinione pubblica francese è la maniera in cui l’attore sta sfruttando la sua notorietà per lasciarsi andare a esternazioni spesso gratuite e mai sobrie. In un’intervista a Repubblica del 2006 aveva dichiarato: “Non so niente di politica. Io non voto, sono piuttosto anarchico. […] Non amo il potere. E a quelli che sostengono di amare il potere, dico che non voglio che si occupino di me”. Evidentemente ha cambiato idea in fretta perché nel 2007 non solo ha sostenuto pubblicamente la candidatura del marito di Carla Bruni ma lo ha anche definito “l’unico uomo politico capace, che lavora veramente”.
Ricordo anni fa una sua partecipazione a un telegatto (purtroppo non ho trovato il video sul web) in cui in prima fila duettava fuori scaletta con Sean Penn – chiamato sul palco – urlando e ridendo come un matto tra l’imbarazzo della regia e dei presentatori; probabilmente era in preda ai fumi dell’alcol. Ecco, lì era simpatico, a suo modo sovversivo (oltre che ancora “anarchico”, deduco). Ora come ora una parte di francesi vorrebbe sentirlo parlare più di cinema che di altro o in ogni caso vorrebbe sentirlo usare toni meno clamorosi e violenti. Magari con lui è una partita persa, visto che non pare una persona misurata ma capisco chi la pensa in questo modo – per giunta ho il mito della buona educazione francese che, per quanto formale, è sempre un buon esercizio di civiltà. Io preferirei sentirlo parlare, che so, di quando ha preso parte a Novecento di Bernardo Bertolucci o L’ultima donna di Marco Ferreri (per restare in Italia), ma se da Chabrol è arrivato a Sarkozy, credo sia proprio una partita persa.

[Anniversary: Renato Pozzetto]

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Il 14 Luglio scorso ha compiuto 70 anni. RaiTre per l’occasione gli ha reso omaggio trasmettendo, il lunedì notte, una serie di suoi film che in tv non si vedevano da un po’, come Luna di miele in tre e Fico d’India. Stracult gli ha dedicato un lungo servizio con relativa intervista e Pippo Baudo l’ha invitato lunedì scorso all’interno del programma Novecento per ripercorrere la sua carriera. Vari canali di Sky nel frattempo, su tutti Sky Cinema Italia, stanno ripescando dall’archivio film di nicchia come Due cuori una cappella (1975). Per finire la 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo ha recentemente invitato al Lido in quanto figura tra i protagonisti della retrospettiva dedicata quest’anno alla comicità italiana (‘La situazione comica 1910 – 1988’). Pubblicità contro il fumo e ospitate a Radio Deejay e Zelig a parte, Renato Pozzetto non era così in vista da un bel po’ d’anni, almeno una ventina. Qui di seguito un mio articolo scritto apposta per Blaluca sull’attore milanese adottato dal Lago Maggiore.

A sinistra Renato Pozzetto sul set dietro la macchina da presa. A destra il disegno per la locandina de "Il padrone e l'operaio" (1975).

Ugo Tognazzi il provinciale borghese. Vittorio Gassman il mattatore. Marcello Mastroianni l’amatore. Alberto Sordi l’italiano medio. Nino Manfredi il poveraccio. Renato Pozzetto il campagnolo. Con le dovute differenze ma tant’è: in più film il ragazzo di campagna, in realtà milanese, ha interpretato il ruolo del paesano sprovveduto che arriva nella metropoli, la grande città “piena di tentazioni, tentacolare”, come dice ad Artemio sua madre (Clara Colosimo) prima che lasci Borgo Tre Case. Se in Ecco noi per esempio (1977) Palmambrogio Guanziroli sbarca in una tumultuosa e vivace Milano, in Sono fotogenico (1980) Antonio Barozzi finisce in una Roma cinica, furba, avvoltoia e truffaldina. Ma ci sono anche il fin troppo esplicito Il ragazzo di campagna (1984) con un nuovo approdo fuori luogo a Milano, per giunta in pieni anni ’80, e lo “scorreggioneUno contro l’altro… praticamente amici (1981), in cui si passa dalla provincia di Varese alla Roma borgatara del Monnezza (Tomas Milian). Chi può attentare all’ingenuità di un ragazzotto di paese arrivato in città grazie ai soldi di famiglia, ladruncoli a parte? I gay. Il passaggio non è certo scontato, risponde all’idea che l’omosessualità fiorisca solo dove ci sono menti più aperte e meno occhi addosso, ma è difficile ricordare più di due o tre film di Pozzetto senza una gag con un personaggio omosessuale (“Ciao bella gioia!”). Probabilmente questo lo avrà reso poco amato da buona parte dei gay, nei suoi film spesso ridicolizzati o resi una caricatura. Ma La patata bollente (1979) di Steno, caso anomalo all’interno della commedia all’italiana di seconda generazione, potrebbe anche averlo riscattato: luoghi comuni a parte, il caso di un operaio sindacalista (stavolta di città) che, volente o nolente, porta alla luce del sole il tabù del comunista omofobo, a fine anni ‘70 non era proprio scontato.

La foto finale de "La patata bollente"

“Se i fascisti stanno contro quelli là e noi stiamo contro i fascisti può la morale popolare essere contro i culattoni?!“ dice il Gandi “in sede politica” di fronte ai suoi compagni di fabbrica che, come lui a inizio film, dimostrano di avere vari pregiudizi omofobi. I tempi sono cambiati ma i film di oggi che si spacciano come eredi della commedia all’italiana non hanno certo alzato il livello delle gag in cui c’è di mezzo un personaggio gay, anzi. Tra l’altro all’epoca di questi primi film di Pozzetto dal Derby Club di Milano era uscito, insieme a tanti altri amici di Cochi e Renato poi divenuti famosi, Ernst Thole (1953 – 1988), a oggi interprete di uno dei personaggi effeminati più di successo del cinema e cabaret italiano, approdato anche sulla Rai (su ‘Non Stop’, vedi qui), sempre a fine anni ‘70. Thole ha partecipato a vari film di e con Pozzetto tra cui Saxofone (1978), apoteosi della comicità nonsense diretta proprio dal neo settantenne. Tra i gay dei suoi film infine non si può non segnalare Harry Reems, già medico e co-protagonista (alquanto eterosessuale) di Gola profonda (1972), accanto a Pozzetto in Luna di miele in tre (1976), esordio alla regia di Carlo Vanzina. In quel periodo Reems, perseguitato dalla giustizia (era l’accusato-capro espiatorio del processo per oscenità al porno più noto della storia) non se la passava bene dunque un ruolo minore in una cinematografia prestigiosa come quella italiana, per quanto in declino, poteva fare al suo caso. In questa prima commedia di Vanzina il “campagnolo” non arriva in nessuna città tentacolare. L’avventura si svolge in un Paese lontano – allora più di oggi si usava dire esotico -, la Giamaica, e il gay in questione proviene dagli USA, il Paese più aperto e moderno nell’immaginario popolare. Nell’esilarante episodio di Di che segno sei? (1975) di Sergio Corbucci invece il muratore sprovveduto perde la strada di casa e incontra due animali metropolitani, una starlet apparsa su Novella2000 e il suo amante, un attempato conte con un macchinone di lusso. L’incontro clou avviene in una terra di nessuno, una stazione di benzina, ma le tentazioni a cui è sottoposto il Nostro sono le stesse che potrebbe offrire una grande città: sesso con una showgirl e soldi facili. Anche qui però, nonostante ci sia spazio per una rivincita (carnale) del mondo meno sviluppato/urbanizzato, il personaggio interpretato da Pozzetto come sempre torna nella sua realtà che tanto dimostra di detestare a inizio vicende. Le piccole soddisfazioni che i protagonisti di questi film si prendono riguardano quasi solo il sesso e non attenuano la puntuale sconfitta finale che tocca l’apice in Sono fotogenico, film con un epilogo quanto meno amaro con cui Pozzetto, anche grazie alla fama anteriore di Dino Risi, è andato al festival di Cannes. Per poi tornare, con ogni probabilità, nella sua casa sul Lago Maggiore, al riparo dall’ambiente dei grandi eventi mondani e delle tentazioni. Ora per i suoi 70 anni il sistema cine-televisivo è tornato bussare con insistenza alla sua porta. Auguri, Renato!

 

Pozzetto in "Fico d'India" sfodera una delle sue espressioni cult (foto presa da filmscoop.wordpress.com)

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