Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

Posts Tagged ‘musica elettronica

[Railster: The Blaluca Mixtape #13]

leave a comment »

Produttore, autore di remix e mixtape, l’udinese Railster è attivo dal 2000 e ha mosso i primi passi nell’hip hop per poi sperimentare suoni e ritmi elettronici di altra matrice. L’autore dell’album Patchwork Anthems (ReddArmy, 2009) e sorta di direttore artistico della raccolta BEAT.IT ha realizzato il tredicesimo Blaluca Mixtape (che si apre con un remix inedito di un brano di Night Skinny aka TNS). Ma non aggiungo altro perché ci siamo detto molto nella chiacchierata via web. Di seguito trovate il link al mix (cliccando sulla copertina), l’intervista e la tracklist. Buon ascolto e buona lettura.

Qual è stato il tuo ruolo in BEAT.IT? Come è nata l’idea?
L’idea è partita da Gabriele Marino di SentireAscoltare, che ha contattato il mio amico Marco (U.X.O.) e gli ha chiesto di fare una compilation sulla scena “wonky” (mi si passi il termine). Marco mi ha girato l’idea e ho cercato di metterla in pratica. Più di un anno fa ho creato un piccolo gruppo su facebook, dove ci teniamo in contatto condividendo le uscite musicali, scambiandoci opinioni, insomma conoscendoci. Anche questo ha influito nella decisione di fare una piccola raccolta, con alcune tracce musicali che potessero dare un aiuto a orientarsi a tutti gli artisti e alle etichette underground, magari anche per iniziare un percorso di approfondimento e di collaborazione. Poi da questa idea embrionale ci sono stati ulteriori sviluppi e tanti amici hanno dato un aiuto senza chiedere un euro. Ho contattato Filippo Aldovini della Error Broadcast che fin da subito si è dimostrato entusiasta dell’idea e mi ha anche dato una mano nella selezione dei brani e nella promozione, poi ho avuto la grande fortuna di incontrare MattB della Made In Glitch che con molta pazienza ha curato il processo di mastering per i brani ricevuti nel suo studio negli Stati Uniti. Io ho raccolto il materiale, ho coordinato tutto il progetto, ho fatto il sito internet. Ma tutto è stato fatto anche grazie al contributo di Fulvio della ReddArmy. Ulteriore menzione va a Chiara “Goose”, che ha curato la parte grafica del progetto, a Simone Zaccagnini, che ha creato l’immagine della copertina, e a Imeji studio, che ha fatto il piccolo video promozionale della compilation che spiega come piegare il booklet.
Hai un background hip hop ma il tuo Blaluca Mixtape spazia in vari ritmi. Già dai tuoi esordi eri interessato ad altri ritmi, anche lontani dall’hip hop, o è una passione che hai sviluppato nel corso del tempo?
La cultura hip hop è sempre stata un contenitore di diversi generi e influenze, da sempre la concepisco così. È stato fondamentale scoprire che Planet Rock era stata campionata dai Kraftwerk, gruppo che non aveva niente a che fare con quanto si è creato negli anni a seguire nel movimento hip hop. Stesso effetto scoprire che il giro di synth di Lose Control di Missy Elliot è uguale a quello di Clear di Juan Atkins (Cybotron). Quindi, cos’è l’hip hop se non una musica di contaminazioni? Di recente ho scritto un post su facebook in cui richiedevo maggiori informazioni sulla collaborazione tra Flying Lotus e Dorian Concept: non ne sapevo niente e la risposta mi ha impressionato visto che mi si diceva che avrei dovuto essere a conoscenza di tutte le ultime uscite, in quanto esperto del genere. Sinceramente non credo che la musica sia controllare i feed rss delle maggiori etichette di musica elettronica. In quel momento mi è sembrato di tornare ai banchi di scuola o davanti alla scena della mamma che ti dice di studiare mentre tu fai altro. È come quelli che fanno “assoli di chitarra metal” e ascoltano dischi di “assoli di chitarra metal”. Figo, no?
Intendi dire che si pretende molto da chi proviene dall’hip hop proprio per la sua natura, ormai assodata, di “genere contenitore”?
No. Credo che spesso ci sia l’idea che il produttore di un determinato genere di musica elettronica ascolti solamente questa particolare musica elettronica. Questo non è vero. Secondo me, in quei casi si tratta solo di invasati di un genere che potenzialmente si perdono le cose più interessanti. Spesso la musica elettronica può differenziarsi anche solo per l’utilizzo di particolari sample anziché di altri, e questo dà l’idea del cambiamento rispetto al passato. Se io mi fossi sempre focalizzato sul “wonky” forse non avrei capito neanche un disco come Butter di Hudson Mo o le ultime produzioni di Rustie. Quindi ascoltare diversi generi credo sia fondamentale.
Lasciando stare rapper e produttori, credi che il pubblico hip hop italiano in media sia davvero aperto all’ascolto di ritmi nati in altri contesti e magari interessato a conoscere altre sottoculture musicali? Anni fa si parlava molto dei “puristi”, oggi quel pubblico si può dire sia maturato?
Non so se si tratti di effettiva maturazione ma sicuramente l’hip hop, per quanto riguarda l’Italia, sta vivendo un buon periodo. Si sente molto l’influenza di generi come la dubstep, basti sentire Salmo che, con la sua Street Drive-in Remix per esempio, ha avuto un ottimo feedback: quasi due milioni di views. Anche la collaborazione tra Fibra e Marracash con Qualcuno normale suona molto fresca. Allo stesso modo tanti altri, come i miei amici milanesi 3 Is A Crowd, o gli Useless Wooden Toys o i Crookers, sicuramente hanno rinfrescato l’hip hop italiano portandolo verso influenze elettroniche. C’è stato anche un ricambio generazionale che ha aiutato gli artisti a spingersi più avanti, trovando dei giovani ascoltatori abituati a generi musicali differenti, meno “puristi” rispetto al passato. Ancora non c’è una grande ricerca da parte degli utenti stessi in diversi sottogeneri legati all’hip hop, ma su questo non mi sentirei di generalizzare, la musica e la ricerca sono sempre legate alla curiosità del singolo individuo. Oggi, rispetto a dieci anni fa, sicuramente ci sono più stimoli, quindi è più facile approfondire con una semplice ricerca su Google. Il pubblico hip hop si è allargato e anche l’offerta è diventata molto varia: mi pare una buona cosa per l’Italia. Nel mio caso, la compilation BEAT.IT è stata recensita da portali hip hop come RapBurger, il che mi ha fatto molto piacere, credevo anche che venisse scaricata maggiormente da utenti esteri, e invece è stato il contrario, tanti download sono proprio venuti da diverse parti d’Italia, e forse anche da computer hip hop.

TRACKLIST
01 Night Skinny – NYC Born (feat. Dre Love) (Railster Remix) (Inedit)
02 Rusko – Dirty Sexy
03 Chris Brown – Look At Me Now (feat. Lil Wayne & Busta Rhymes)
04 Girls – Girls (Baauer Remix)
05 Digi G’Alessio – Juke Skywalker
06 LDFD – Pinheiro
07 B JU – Gobble Gobble
08 Barrington Levy – The Vibes Is Right (Om Unit Edit)
09 Ital Tek – Days Illusion
10 heRobust – Frontman Bandwidth
11 Miqi O. – Honeyboxxx Generation (Leonard Dstroy Remix)
12 Ashanti – Foolish (eLan Remix)
13 Doug E Pillz (Radio Bootleg) (RAJA Remix)
14 Morpheground – Pathological
15 Todd Terje – Inspector Norse
16 Gus Gus – Within You
17 Joy Orbison & Boddika – Mercy
18 Lone – Vulcan Mill Acid
19 Gino Soccio – So Lonely (vinyl)

[Aquadrop: The Blaluca Mixtape #11]

with one comment

Aquadrop è l’alias di Aron Airaghi, dj, compositore di musica elettronica, sound designer e beatboxer. Milanese, trentenne, con un passato jazz-funk (The Natural 6), Aquadrop si è distinto per le sue uscite su etichette statunitensi e inglesi come Trenchant Dubs, Eight: Fx, L2S Recordings, Seclusiasis e sulla francese Musique Large. La sua musica è passata a più riprese su BBC Radio 1, un suo brano figura nella colonna sonora della serie tv americana Skins e il suo mix realizzato in esclusiva per Blaluca si apre con Mosca e si chiude con Jaco Pastorius, due ambienti sonori quanto mai agli antipodi. In mezzo scorrono beat pieni di contaminazioni ma con una genesi per lo più riconducibile a due grandi contenitori come bass music e hip hop. Di seguito il mix e l’intervista. Buon ascolto e buona lettura!

[Aquadrop: The Blaluca Mixtape #11], posted with vodpod

Le aree principali in cui ti sei formato sembrano essere il jazz, l’hip hop e la bass music. È un’approssimazione che rende giustizia al tuo percorso musicale (che non sembra amare confini e definizioni) o no?
Il rap dei bei tempi e di conseguenza jazz e funk sono generi a cui mi sono affezionato sin da piccolo. Crescendo ė passato di tutto, dalla jungle a Philip Glass. Ho sempre ascoltato tanta musica, apprezzando sia il lato dancefloor (entro certi limiti) sia quello concettuale. In questo momento sto ascoltando i brani originali di The Secret of Monkey Island (da vero nerd).
L’hip hop sembra essere una buona scuola di formazione: si sente sempre più spesso di artisti partiti dall’hip hop per approdare ad altro e farlo bene. Allo stesso tempo sembra condannato a restare una fase di passaggio: tu per crescere artisticamente hai dovuto prendere le distanze dall’hip hop?
Penso sia un’ottima scuola di formazione, in generale cerco di portarlo sempre con me. Avessi ogni giorno a disposizione il talento di Long John Silver aka ArgentoVivo – con il quale spesso collaboro – forse produrrei solo grime. Detto ciò, mi sono allontanato dalla scena mainstream italiana, se così può essere chiamata. La trovo un po’ una buffonata. Nonostante tutto mi capita ancora di fare il beatbox / freestyle per strada con gente mai vista prima ed è sempre bello.
Visto che hai spesso a che fare con il mercato musicale estero (soprattutto americano e inglese), come spiegheresti la differenza con quello italiano?
Credo sia sufficiente dire che all’estero lo spettro è molto più ampio, in qualsiasi senso. Parlando di discografia c’è una quantità incredibile di etichette indipendenti, molte buone, altre meno, ovviamente. Gli artisti incontrano pochi ostacoli nel trovare “casa”, uscire sul mercato e cercare di farsi una carriera. Si può rimanere originali, anzi parecchie volte l’originalità è premiata. Il sistema non è così malandato e il pubblico ha le orecchie meno tappate: da quelle parti non passano solamente Vasco, Jovanotti o qualche rapper per teenager con evidenti problemi di percezione uditiva. Nonostante tutto, essendo le cose un po’ più facili, nascono come funghi cloni di qualsivoglia artista più o meno affermato – nella classifica garage di juno trovate in questi giorni una copia di J. Blake tanto perfetta quanto imbarazzante – mentre qui ho la convinzione ci sia spazio per un’ispirazione più intima e personale (chiaramente non nella musica pop). Di pari passo va la questione in termini radiofonici e giornalistici. Riassumendo penso che all’estero ci sia molto meno sonnifero nell’aria e molta più fame di cultura e novità.
In altre parole in Italia chi fa musica non può contare su un supporto professionale adeguato, deve affidarsi alla propria intraprendenza ma questo stato delle cose può avere anche il suo pro. Non si tratta di una consolazione?
È una selezione naturale positiva a mio parere. Non avendo supporto adeguato uno ci deve credere con tutta la forza, autoproducendosi senza dover fare i conti con i tempi (e magari i gusti) indecenti delle etichette oppure mandando miliardi di demo come faccio tuttora.
Puoi anticipare o dare qualche indizio sulla sorte dei tuoi demo in circolazione ora?
A parte la release su Seclusiasis e un remix per il disco di King Knut su Musique Large ho appena finito la prima parte di un progetto chiamato Synthesized Landscapes from Future. Non è garage né dubstep, si avvicina un po’ alle ultime cose di Rustie. Questa volta credo che avrò un tot di difficoltà a trovare chi sappia apprezzarlo! Per il resto sto preparando un remix per il mio amico – e grande artista – Pandaj e un singolo con il mio amico – e grande artista – The Golden Toyz.
Vuoi dire qualcosa su questo mix per Blaluca?
Come ti avevo anticipato, dopo settimane di full immersion in studio mi sono trovato in clima piuttosto sbarazzino e danzereccio. È decisamente più tamarro del solito ma mi faccio perdonare con la parte finale, ahahah!

TRACKLIST
01 Mosca – Done me Wrong
02 Zed Bias feat. MC Rumpus & Nicky Prince – Neighbourhood 09 (Roska Remix)
03 SBTRKT – Sanctuary
04 Seiji – Agua Riddim
05 Breach – Fatherless (T. Williams Remix)
06 Digitaline – Africa
07 Yellowman – Zungguzungguguzungguzeng (Horsepower Productions Remix)
08 Sukh Knight, Mensah. Squarewave – Quad Bikes
09 MRK1 feat. Doctor – Rapapampam
10 Lost feat. Beezy – Snake Eyes
11 The Prodigy – Take Me to the Hospital (Rusko Remix)
12 Breakage feat. David Rodigan & Newham Generals – Hard
13 16Bit – Jump
14 Sukh Knight – Diesel not Petrol
15 Chris Brown feat. Busta Rhymes & Lil Wayne – Look at Me Now
16 Aquadrop feat. Natalie Storm – Look pon Me
17 D&D All Stars – 1, 2 Pass It (Remix & Original Mix)
18 Cocoa Brovaz feat. Tony Touch & Hurricane G – Spanish Harlem
19 De La Soul – Itsoweezee (HOT)
20 Jaco Pastorius – Portrait of Tracy (Live)

[Robot Kaard: intervista]

with 2 comments

Robot Kaard, producer napoletano classe 1985 di formazione hip hop. Da poco è uscito il suo ultimo lavoro, Robot Network (questo il link per il free download diretto). Sua anche l’etichetta che lo pubblica, Cardema Records (dal suo vero nome, Carmine De Maria). Di seguito l’intervista rilasciata a Blaluca in cui trovate parole (e link) utili a inquadrare la musica di Robot Kaard.

Si può parlare dell’abstract hip hop come del suono genitore del tuo stile? O pensi sia riduttivo?
Non è riduttivo, anzi… attualmente c’è l’hip hop nella mia musica. Durante l’ultimo anno è cambiato moltissimo il mio modo di produrre musica. Quando ho iniziato seriamente a produrre, nel 2009, le mie più grandi fonti di ispirazioni erano per lo più artisti del panorama hip hop come Madlib (che comunque spazia da un genere all’altro pur restando fedele alla più grande risorsa del rap, che è la sintesi del campionamento), poi MF Doom, El-P e la anticon. in generale. Da un po’ invece pur considerandomi un onnivoro di dischi hip hop (e tutti i suoi sottogeneri e precursori) sto ascoltando tantissima altra musica tipo il krautrock, le OST dei film di Takeshy Kurosawa, The Doors e soprattutto l’epoca tedesca di Bowie, Iggy e King Crimson. Ma attualmente sono Damon Albarn, Thom Yorke e Four Tet le mie più grandi influenze, sia come mentalità sia come approccio alle sperimentazioni. In sintesi considero la mia musica Abstract/Electronica e oggi nell’elettronica è sottointesa la presenza anche dell’hip hop.
Come hai prodotto i brani dei tre titoli che hai pubblicato quest’anno, The Love Movement, A Time 4 Love e Robot Network?
The love movement è stato realizzato con un iPad ed un iPhone 4. Sono sempre attento alle nuove tecnologie in ambito musicale, pur preferendo di gran lunga i software alle macchine considero l’iPad uno strumento straordinario per fare musica. Le drums di The love movement sono state suonate con l’iElectribe della Korg, un app musicale davvero eccezionale. Adoro il suono delle drum machine e ho utilizzato anche Funkbox, lo stesso che hanno utilizzato i Gorillaz per realizzare The Fall. Mi sono anche aiutato con un app semplice ma efficace come Kit Drums. A Time For Love può considerarsi la seconda parte di The Love Movement: avevo del materiale che non mi convinceva più di tanto, poi l’ho editato, ho aggiunto qualche campione e nel giro di qualche mese era pronto. Sono soddisfatto del risultato finale! Robot Network invece nasce precisamente un’ora dopo aver visto The Social Network di D. Fincher: pur considerando il film come un piccolo gioiello, quello che mi ha più impressionato è la colonna sonora originale premio Oscar di T. Reznor (che ascolto in media due volte a settimana). Mi ha influenzato tantissimo, ho pensato solo ed esclusivamente a quel disco mentre realizzavo Robot Network. Ma è un po’ il cinema in generale che gioca un ruolo fondamentale nella mia musica. In Robot Network ho usato anche alcuni samples dalla OST di Taxi Driver e Sampei. In quest’ultimo lavoro cominciano a delinearsi alcuni aspetti della mia musica futura: attualmente sto lavorando a Cancer Ep, sono già pronti due pezzi e riprenderò proprio quanto ho iniziato a fare con Robot Network. Uscirà per la mia etichetta.
Ecco, come nasce Cardema Records? Vocazione all’autoproduzione, disinteresse ad aspettare il riscontro di etichette o cos’altro?
Beh, hai riassunto perfettamente le mie intenzioni: mi interessa poco un riscontro delle etichette, se arriverà bene ma sarà una conseguenza… quando faccio musica sto bene, mi fa sentire vivo e mi fa vivere meglio. Tra l’altro per la mia etichetta sto organizzando una serie di podcast: il primo è un mio tributo a Madlib (eccolo), il secondo uscirà a natale e sarà opera di Andrea Mi (che i lettori di questo blog già conoscono), poi collaboreranno Mecna, Matthias Boler, John Robinson, Planet Soap e tanti altri. Inoltre è in lavorazione e uscirà sempre per la mia etichetta l’ep di GroveKingsley, grandissimo produttore di Oristano.

[PepeSoup: The Blaluca Mixtape #9]

leave a comment »

PepeSoup è un duo formato da Francesco aka Cukiman, Dj e producer romano già parte di Viral Bass, e Miss Annie, vocalist e cantante liberiana nonché speaker di M2o. Il loro itinerario musicale tocca Afrotech, Uk Funky, Uk Garage e House, e ne potete prendere atto dal Blaluca Mixtape, il nono della serie, che hanno realizzato in esclusiva per questo blog. Anche Soupu Music, l’etichetta che marchia le uscite di PepeSoupo (e non solo le loro…) è opera di Cukiman e Miss Annie. Per saperne di più di seguito trovate la consueta intervista agli autori del mixtape (la tracklist è in fondo al post). Buon ascolto e buona lettura!

[PepeSoup: The Blaluca Mixtape #9], posted with vodpod

Partiamo dalla presentazione: come si può riassumere la storia di PepeSoup?
Con questa immagine: l’incontro tra i dischi dubstep di Cukiman e le cassette del papà di Miss Annie. Io e Annie ci siamo incontrati quasi casualmente nel 2009 grazie a un amico in comune (James Crema) e da li è partito tutto. Si tratta letteralmente di un incontro tra cultura e musica africana (nello specifico Liberia – West Africa) e la musica dance europea, specialmente quella UK.
PepeSoup è un progetto dal respiro internazionale e ho l’impressione che, a oggi, stia avendo più riscontri all’estero che in Italia. Sbaglio?
Sì, è realmente cosi! I nostri brani sono suonati nelle radio internazionali (vedi BBC1xtra o Rinse Fm), abbiamo fatto due show in Olanda o per esempio partecipato al progetto ‘Surprising Europe’ di Al Jazeera. E probabilmente esporteremo presto il nostro sound anche negli USA. Rivolgersi al mercato internazionale è stata una scelta mirata. Ora come ora la cultura Italiana ci sta un po’ stretta, anche se ci piacerebbe avere più seguito anche qui in Italia che in fondo è il paese dove siamo nati e cresciuti.
Perché avete deciso di fondare una vostra etichetta? Sfiducia nel mercato discografico, fiducia nell’autoproduzione o cos’altro?
Non ci piace il concetto di sfiducia quindi diciamo che crediamo molto nell’autoproduzione. Inoltre avevamo una gran voglia di uscire allo scoperto senza aspettare che qualcuno ci facesse “sapere” se il nostro sound potesse funzionare o meno e a quanto pare abbiamo fatto bene!
Per concludere, qualche parola sul mix…
Innanzi tutto ci tengo a dire che all’interno del mix ci sono un po’ di exclusive della nostra label. La prima è Harder, un brano afropop, un mix tra Liberia e Nigeria con un featuring di Valentino Ag, ragazzo di origine nigeriana nato in Italia. Il beat chiaramente è UK Funky. Il brano deve ancora uscire e posso preannunciare che all’interno del singolo ci sarà anche il remix di Funk Butcher (Rinse Fm). Le altre exclusive di PepeSoup sono Visualize, altro inedito, e sopratutto Angels, brano a cui teniamo particolarmente per il featuring dell’afroamericana Mijan Owens, cantante gospel anche conosciuta nella house soulfull per dei brani divenuti famosi negli anni ’90 (come Alright). Inoltre nel mix figura il nuovo acquisto della nostra label Soupu Music: Hagan, un ragazzo londinese di soli 19 anni. Infine, con una traccia appena sfornata, ancora untitled, c’è Lorenzo il giovane talento romano, che con i suoi brani ha fatto colpo sulla scena UK. Vorrei anche segnalare la traccia di chiusura, un brano scelto da Al Jazeera come spot per la serie documentaristica cui accennavo prima, ‘Surprising Europe’. Siamo stati loro ospiti all’ottava puntata, è venuta una troupe apposta dall’Olanda per intervistarci e si tratta di un progetto davvero interessante con il quale abbiamo realizzato anche questo videoclip. Nel resto del mixtape troverai solo musica PepeSoup e della nostra label Soupu Music, musica di matrice afro con influenze UK e più in generale dell’elettronica europea. Consiglio un ascolto da stereo con bassi.

TRACKLIST
01 Lorenzo – Over Capacity
02 Hagan – Talking Drum MASHING UP WITH PepeSoup feat. Valentino Ag – Harder
03 Hagan – Footstomper
04 PepeSoup feat. Moustapha Mbengue (Vip) – Pepe Soup Skank
05 Smoove Kriminal – Magma
06 PepeSoup – Liberian Jokes (Bobby Dozen remix)
07 Mellow Be – Space Launch
08 Lorenzo – Untitled
09 Lr Groove – Bush Man
10 PepeSoup – Visualize
11 PepeSoup feat. Mijan Owens – Angels
12 PepeSoup – This is Africa: Surprising Europe Sound Track

[Subeena: The Blaluca Mixtape #5]

leave a comment »

Rieccoci con The Blaluca Mixtape, la serie di mix prodotti appositamente per questo blog. Il quinto capitolo (qui il precedente) è firmato Subeena, producer italiana di origine bulgara di stanza a Londra e titolare della Opit Records (intervistata per Blaluca poco più di un anno fa, si veda qui). La sua selezione esplora i sotterranei inglesi: ci ritroverete i Circle Traps (di cui ho già parlato qui) e vari nomi emergenti come T. Williams. Sotto il mix la consueta intervista. Buon ascolto e buona lettura.

[Subeena: The Blaluca Mixtape #5], posted with vodpod


C’è una predominanza di brani prodotti a Londra nel tuo mix. Quanto è cambiata la tua visione e concezione della musica da quando risiedi nella capitale inglese? Credi ci siano altre capitali dei ritmi elettronici altrettanto interessanti?
Per anni ho creduto di no, o forse più che altro non mi interessava, ma in realtà sì… Per quanto credo siano in parte influenzate da quello che succede a Londra, città come LA, Detroit, Berlino e Glasgow – per fare qualche esempio – hanno la loro forza e il loro sound. Fosse tutto solo a Londra sarebbe un po’ claustrofobico. C’è anche da dire che spesso la gente tende a non voler vedere oltre Londra e per altro il fatto che le tracce nel mio mix siano soprattutto londinesi non era premeditato o calcolato. Di solito cerco di variare un po’. Difficile dire se ci sia tanta altra musica che non emerge perché non viene da Londra o se effettivamente l’ambiente qui dia più spazio ed equilibrio a produzione e collaborazione – perché alla fine l’interagire è spesso alla base dei tanti sviluppi musicali. La mia concezione si è in certi sensi ampliata parecchio ma allo stesso tempo si è ristretta in fatto di angolo. Cerco di non escludere nulla a priori però sono esposta a molte meno cose rispetto a quando ero adolescente. Diciamo che se fossi riesposta a più cose probabilmente le giudicherei con criteri molto più ampi rispetto a qualche anno fa.
Quali riscontri ti hanno colpita di più e quali sono state le maggiori soddisfazioni da quando hai messo in piedi la Opit Records?
In generale credo il fatto della gestione totale, coinvolgere chi voglio e non dover per forza stare dietro ad approvazioni altrui. È ottimo lavorare con altre etichette e in effetti combinare le due cose (stare dietro alla propria etichetta e nel contempo produrre per altre) credo sia la situazione ideale. Allo stesso tempo le dinamiche del mercato sono cambiate, etichette che mi piacevano un sacco sono cambiate, la quantità di musica si é iper-moltiplicata… Avere la propria etichetta se si é nella condizione favorevole lascia tante libertà. Riscontri positivi: in generale direi che è stato ottenuto un feedback positivo ed è positivo che stia proseguendo sulla linea che avevo già intrapreso negli anni precedenti.
La formula “bass music” ti pare un buon compromesso per definire i ritmi sviluppatisi e affermatisi dall’esplosione del dubstep in poi? O è riduttiva?
Direi che risparmia un sacco di noie quindi è un compromesso che accetto. Ovvio che poi il basso c’è in qualsiasi musica, quindi da un’altra ottica ovviamente può sembrare un po’ assurda come definizione. Però l’idea di dover iniziare a spiegare perché la parola dubstep non va bene, la garage neanche, che dubstep va bene solo in certi contesti mentre electro solo per il fatto che si abbia una 808 non può essere usata ecc… ecc… mi fa venire voglia di tagliare corto con un bel “UK / London bass”, così siamo tutti contenti. Per specificare male o in maniera non adatta (che poi qual é adatta?) preferisco il vago e rispettoso. Se poi uno chiede specificazioni allora deve sorbirsi tutto lo “spiegone”.


TRACKLIST
01. Szare – Action Five
02. VeElSkSiEdL – Voluminous Coils
03. T. Williams – In The Deep (Zander Hardy Remix)
04. Chaos – Afrogermanic
05. Om Unit – Prawn Cocktail
06. Ph0t0machine – Technicolour (Optimum Remix)
07. El Sudor – Hermit
08. Mosca – Tilt Shift (Julio Bashmore Remix)
09. Velour – Kick It Till It Breaks
10. Morris Cowan – The Good Shift Fellow
11. Altered Natives – Goodbye
12. Circle Traps – Bo! Symbol (Subeena Remix)

Written by blaluca

17 maggio 2011 at 10:41 am

[James Blake]

with one comment

E dopo l’album di Ghostpoet ecco James Blake con il suo debutto eponimo in uscita il 7 Febbraio per Atlas e atteso con curiosità da molti dopo la pubblicazione nel corso del 2010, tra marzo e settembre, dei tre ottimi EP (The Bells Sketch, CMYK e Klavierwerke) ben accolti dalla stampa di mezzo mondo. Nell’album c’è un’intimità sospesa tra soul e folk che mette un velo sul background dubstep dell’autore, non fino a occultarlo ma quasi. Non credo fosse un aspetto previsto da molti anche se il percorso dei tre EP ora si può dire sia stato propedeutico a questo album (se il primo, The Bells Sketch, è il più “chiassoso”, l’ultimo, Klavierwerke, di certo è il più intimo). Fatto sta che Blake ha scavalcato le aspettative e per il debutto di un artista di appena 22 anni non è un passo del tutto scontato.
Proprio come Ghostpoet (che di anni ne ha 24), Blake vive a Londra ma ho tirato in ballo il primo giusto per dire che se continua così la mia playlist di Gennaio/Febbraio corrisponderà a quella del 2011. Intanto ecco il video del primo singolo estratto dall’album di James Blake, Limit to Your Love, uscito il 28 novembre scorso, utile per farsi una prima idea sulle atmosfere del disco… solo una prima, perché in questo caso il background emerge.


Written by blaluca

19 gennaio 2011 at 11:28 am

[King Cannibal - The Way Of The Ninja]

with one comment

King Cannibal (photo copyright Nathan Seabrook)

20 tracce musicali prodotte a partire da 256 brani, con campioni che coprono 20 anni di storia della Ninja Tune e delle sue etichette sussidiarie Big Dada, Ntone e Counter. Un mix assemblato “su aerei, treni, in camere d’albergo e in studio tra Maggio e Luglio usando vinili, cd, file .wav e un DAT su Ableton Live e Logic”, come rivela il comunicato stampa. Dylan Richards aka ZILLA aka King Cannibal firma un mix, uscito l’8 novembre scorso, di 73 minuti a tratti vertiginosi rappresentante, come ha dichiarato, il suono dei suoi ultimi 20 anni. Si tratta di un’altra iniziativa sviluppata all’interno delle celebrazioni per il ventennale della Ninja Tune, uno degli eventi musicali del 2010: NINJA TUNE XX. King Cannibal – The Way Of The Ninja contiene estratti di tanti classici, ma non solo, usciti per i marchi su citati. Si parte con ritmi tendenti all’hip hop poi ecco Amon Tobin a dare una prima sterzata che rafforza il beat a cavallo della quarta e quinta traccia con un frammento di Sordid, pezzo forte di Permutation (il mix abbonda di tracce del brasiliano). Ma l’hip hop torna in fretta, con un’impronta funk che nel giro di pochi secondi lo tramuta in house. A calmare di nuovo gli animi ci pensa un accenno di Nocturne di Dj Food: stiamo entrando nella fase trip hop, tra passato e presente, e l’oscurità del suono mano a mano apre le porte a dubstep e grime (raccomando il remix di Blazin di Ghislain Poirier fatto dai Modeselektor e la ruvida Poison Dart di The Bug con Warrior Queen, già un classico). Ma le intromissioni sono continue. King Cannibal dimostra di avere una capacità di sintesi notevole e una grande abilità a sovrapporre e incastrare, a volte impercettibilmente (date un’occhiata qui alla composizione delle tracce e poi ascoltatele), artisti non certo affini come The Bug e cLOUDDEAD. Ottimo anche come sfrutta un dj giocoliere e imprevedibile come Kid Koala, utile a introdurre uno degli artisti non “elettronici” del giro, Pop Levi. Dopo un dovuto intervallo drum’n’bass, il finale è più che mai eclettico: Mike Ladd con la sua voce polverosa (dall’ultimo album degli Infesticons) passa da Kruder & Dorfmeister per introdurre l’indie rock degli Spokes, uno dei pochi gruppi del roster Counter. Un viaggio musicato da 12 / 13 brani per traccia: considerando che in un paio di casi siamo sotto i 2 minuti si può intuire il lavoro minuzioso del nostro. I patiti di Ninja Tune e Big Dada potrebbero anche esaltarsi di fronte a certi passaggi del mix. E alla fine chiunque si ritroverà a prender nota di quel remix o a cercare di scoprire l’identità di una strumentale o dell’‘a capella’ che ci gira sopra.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.