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[Rassegna Argentina vol.2]

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Segnalo la recente uscita di due articoli riguardanti l’Argentina sui mensili musicali Blow Up e XL (uno più musicale, l’altro meno; meglio precisarlo). Su Blow Up #150 – Novembre 2010 (pp. 138-139), Giovanni Vacca partendo dal Festival del Tango di Roma ha redatto un’accurata sintesi della storia sociale del tango che, per dirne una, non ignora il ruolo della sponda rioplatense meno in vista, quella Montevideo spesso snobbata quando si parla di questo “genere ‘urbano’ nato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento”. Vacca viaggia tra autori, stili ed epoche e segnala infine la ristampa del saggio Il Tango – Musica e danza (Auditorium, Casanova & Chianura Edizioni) di Marco Brunamonti. Unica svista l’aforisma “Il tango è un pensiero triste che si balla”, attribuito a Borges quando in realtà è di Enrique Santos Discépolo.
Sull’ultimo numero di XL (Anno VI n.60 – Novembre 2010; pp. 156-159) invece Sebastiano Vitale ha curato un reportage (foto e testo) da Buenos Aires con uno spirito simile a quello uscito di recente su Internazionale e che avevo segnalato qui. Stavolta il barrio preso di mira è Almagro, tra musicisti che si muovono tra folclore e modernità e locali di riferimento di questa movida musicale. Tra gli artisti citati spicca Sofia Viola ma i riferimenti, anche pratici, sono molti in questo ennesimo invito a viaggiare verso Buenos Aires redatto dalla stampa italiana negli ultimi anni. Non perdetevi infine l’intervista a Peppe Voltarelli, altro italiano in Argentina, realizzata da Tanoka per il blog L’Argentina, qui.

[Argentina: Jalla! Jalla!]

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Oggi nel primo pomeriggio ero ospite di Jalla! Jalla!, magazine culturale di Radio Popolare in onda in network dal lunedì al venerdì dalle 14 alle 15.30. Qui di seguito una via di mezzo tra il resocondo di questa mia partecipazione radiofonica (potete ascoltarla qui) e la pubblicazione degli appunti (rivisti) utili per parlare ancora una volta di Argentina.

Osvaldo Bayer

Da ieri e fino a domenica è in corso la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte. L’Argentina è il terzo Paese latino-americano ospite di questo evento dopo il Messico (1992) e il Brasile (1994), perché oltre ad avere una scena letteraria vibrante – così la definisce un articolo sul sito ufficiale della Buchmesse – quest’anno festeggia i 200 anni di indipendenza dalla Spagna. Questo è l’omaggio europeo per la riccorenza. Con Paolo Maggioni, conduttore di Jalla! Jalla! ne abbiamo approfittato per far intervenire in diretta Alberto Prunetti, scrittore e reporter che ho già intervistato per Blaluca (qui), e parlare dell’attualità musicale argentina.
Nel 2009 a Francoforte è stata annunciata l’edizione entrante della Buchmesse con la presenza dello scrittore di Santa Fe Osvaldo Bayer (1927), esule a Berlino durante la dittatura dei generali. Proprio ieri Bayer ha partecipato a Francoforte a una tavola rotonda su Haroldo Conti e Rodolfo Walsh.
Alberto Prunetti ha curato la traduzione italiana di Patagonia Rebelde, saggio storico di Bayer. Da molti definita una vera e propria riscrittura, questa traduzione ha fatto vincere ad Alberto e alla casa editrice Eleuthera un premio conferito dal Ministero della Cultura Argentina nell’ambito del programma Sur, lanciato in occasione di Francoforte per sostenere e incentivare traduzioni di opere argentine.
Alberto Prunetti è uno degli scrittori italiani che meglio conosce e ha raccontato l’Argentina, soprattutto nel suo ultimo romanzo, Il fioraio di Perón, uscito quest’anno per Stampa Alternativa. Se come ha scritto ieri Vanna Vannuccini su La Repubblica “la ricerca della verità è un tema dominante in Argentina dove gli scrittori si stanno riappropriando della storia”, allora viene il dubbio che Alberto sotto sotto sia argentino.

Luca Prodan

Il romanzo è anticipato da una citazione di Luca Prodan: “Meglio non parlare di certe cose…”. Il riferimento è al brano dei Sumo Mejor no hablar de ciertas cosas con testo firmato da Indio Solari, altro rocker argentino. L’intervento radiofonico di Alberto dunque è stato preceduto da questo rock nervoso tratto dal debutto discografico dei Sumo, Divididos por la felicidad (1985). Come se non bastasse negli ascolti consigliati ai lettori del suo romanzo, Alberto ha inserito i Sumo e lo preciso perché io e lui ci siamo conosciuti dopo l’uscita su Alias del Manifesto della mia intervista al fratello di Luca Prodan, Andrea (eccola).
Il fioraio di Perón, come scrive Massimo Carlotto nella prefazione, è un romanzo-reportage che ha preso vita da alcuni articoli scritti da Alberto Prunetti per Il Manifesto e Carmilla on line (qui e qui due contributi argentini di Alberto a Carmilla). La storia, intrisa di storia argentina del ‘900, è quella di un emigrante italiano che diventa il fioraio ufficiale della Casa Rosada e di un suo nipote italiano che, morto lo zio, parte per l’Argentina a causa di un mistero legato all’eredità di questo lontano parente fratello di sua nonna. Il primo incontro di rilievo del nipote del fioraio a Buenos Aires è quello con Osvaldo Bayer che tra le altre cose gli racconta di quando nel ’75 partecipò alla Fiera del libro di Francoforte – per tornare allo spunto di partenza.
Il romanzo si sviluppa sulle ricerche del nipote del fioriaio volte alla ricerca della verità e mano a mano regala varie fotografie di Buenos Aires. Tra le righe infatti ci sono anche molte informazioni preziose per chi vuole viaggiare da quelle parti. Potrebbe insomma funzionare anche da guida alternativa alla capitale argentina, vero personaggio del romanzo (come dice Alberto). Per esempio si parla di un bar in Calle Lavalle, ‘Las Carabelas’, dove storicamente si ritrovano gli emigranti italiani. Da visitare!

La testata del blog L'Argentina (© largentina.org)

La testata del blog L'Argentina (© largentina.org)

La trasmissione è iniziata con la mia segnalazione de L’Argentina, blog collettivo curato da 8 italiani tra i 30 e i 40 anni provenienti da varie parti d’Italia, che vivono in varie città dell’Argentina e svolgono lavori che spaziano dall’assistenza sociale alla psicologia e dalla comunicazione al giornalismo. Come dice la loro presentazione: “non solo Patagonia e tango, ma anche bollette da pagare, inflazione galoppante, fernet con coca-cola – il cocktail più popolare da quelle parti, nda – e un’Italia lontana, ma non troppo”. Il blog è in italiano ma iniziano a esserci dei post in castigliano. Mi ha coinvolto definitivamente quando mi ci ha riportato google: stavo facendo una mini-ricerca sui taxisti di Buenos Aires, che sono figure piuttosto importanti in una città così estesa. A me è sempre capitato di parlare di calcio coi taxisti porteños perché appena gli dicevo l’indirizzo capivano che ero italiano e a quel punto era fatta. Quel post (questo) cita il calcio come argomento di conversazione quotato ma poi descrive i taxisti di Buenos Aires non solo come chiacchieroni e divulgatori di luoghi comuni – come possono esserlo anche i taxisti romani, per esempio – ma li cataloga, parla del rapporto carnale che hanno con la loro radio ufficiale, Radio 10, suggerisce strategie per non farsi attaccare bottone e alla fine ti dice che se incontri un taxista peruviano – come accaduto all’autore del post, Tanoka – può anche essere silenzioso e ascoltare una radio con una voce sensuale femminile… Visto che Perù, Bolivia e Paraguay sono i Paesi da cui ora come ora arriva la maggioranza delle persone che vogliono stabilirsi in Argentina, mi è sembrato un buon esempio della Buenos Aires che cambia.
Oltre a racconti sociali e informazioni culturali largentina.org per forza di cose parla anche dei documenti utili per trasferirsi da quelle parti, di come muoversi per trovare lavoro e dà cifre sull’ultima ondata migratoria di italiani verso l’Argentina (tra il 2004 e il 2009 pare che solo 1230 italiani si siano stabiliti da quelle parti… dagli articoli di costume sui giornali italiani si potrebbe pensare di più) e via così. Insomma è una fotografia aggiornata sulla società argentina in movimento.

La trasmissione si è chiusa accennando, anche grazie all’intervento di Alberta Bottini da Buenos Aires, alla questione che tiene banco nelle ultime settimane: la protesta dei musicisti di stanza a Baires per trovare una soluzione a un grosso problema che riguarda la musica dal vivo e gli spazi dove suonare: le autorità competenti stanno facendo chiudere – sia temporaneamente sia in maniera permanente – molti locali per concerti, specie i più piccoli, dopo un’altra tragedia accaduta un mese fa in un locale del barrio Palermo dove è crollato il soffitto poco dopo la fine di un concerto di cumbia e sono morte due ragazze ventenni. Dico “un’altra” perché a fine 2004 in un club di Once, il Cromañon, durante un concerto di un gruppo rock underground – i Callejeros – in un clima euforico per la fine dell’anno, è stato sparato un bengala verso il soffitto da cui si è sviluppato un grosso incendio che ha causato la morte di 194 ragazzi compresi tra un’età che va dai 15 ai 30 anni circa. Fatto sta che gli ispettori due settimane dopo l’ultimo grave incidente simile sono entrati con la polizia in un locale molto noto di Buenos Aires, il Café Vinilo, e hanno fatto interrompere un concerto dichiarando inagibile il palco da quel momento in poi: un locale per concerti è diventato improvvisamente un semplice bar. A molti è sembrato un metodo un po’ troppo autoritario. I musicisti, soprattutto appartenenti ad associazioni di musicisti indipendenti o a sindacati ecc…, si sono riuniti sotto lo slogan NO AL SILENCIO MUSICAL / SÍ A LA MÚSICA EN VIVO! (c’è anche un gruppo ufficiale su fb) e chiedono che venga interrotta quella che loro definiscono “persecuzione alla musica dal vivo” così come “la chiusura arbitraria e compulsiva e la censura preventiva di spazio per concerti”. Musicisti e padroni dei locali stanno sollecitando l’amministrazione della città perché definisca una legge in merito alle leggi di sicurezza (ce n’è una del 2009 da regolamentare, secondo i musicisti) inoltre vogliono che ci siano permessi meno ambigui e a tempo indeterminato per poter organizzare concerti. Su Pagina12 se n’è parlato a più riprese (si veda qui e qui, per chi legge lo spagnolo). Giudicando le tragedie che hanno aperto la questione credo che il dibattito apertosi e la mobilitazione dei musicisti sia tutt’altro che scontata.
Tanti argomenti concentrati in 30 minuti scarsi di trasmissione per dare una fotografia di un Paese in movimento.

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