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[Crema: intervista]

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La seguente intervista è stata pubblicata su Alias del Manifesto Sabato 8 Ottobre 2011 (Alias ANNO 14 – N.39) a pp.12-13 col titolo “Roma, diritto di cittadinanza”. A parlare è James Crema, uno dei rapper che ho coinvolto attivamente per definire lo speciale “Italia 2011, rap col sangue misto”. Con lui ho parlato di origini, formazione, romanità e del suo ottimo album (La mia carta d’identità), con gli altri, Amir e Yared Delirious PitDog, dei “nuovi italiani”.

Nei testi di Crema (una volta Baby G Crema), voce ruvida e graffiante, spesso ci sono riferimenti alla sua città, Roma, dove è nato nel 1981. Il titolo del suo album, La mia carta d’identità, parla chiaro e la title track è un rap autobiografico di denuncia: “Io porto amore, direttamente dal cuore, mi vogliono portare via dalla città che mi dà calore, non è un favore che mi fate, ne ho abbastanza, me la merito di diritto questa cittadinanza”. Un album per più versi dal respiro internazionale a cui hanno contribuito tra gli altri Dj Baro, Esa, Gente de Borgata e Matt er Negretto. Ma il contributo musicale fondamentale è di Cukiman. Abbiamo parlato di tutto questo con Crema.
Partirei banalmente dal titolo, La mia carta d’identità. Da dove nasce?
È il mio primo disco solista. È la mia carta d’identità, è un disco spesso “personale”, in cui parlo della mia vita qua in Italia, dove sono nato e dove vivo con il permesso di soggiorno: sulla mia carta d’identità è scritto ‘cittadinanza capoverdiana’, ‘luogo di nascita Roma’. Vivo le stesse difficoltà di un immigrato sbarcato a Lampedusa. È politica, e non vorrei entrare nel merito, ma la cittadinanza per chi è nato e cresciuto in Italia dovrebbe essere un diritto. La cosa assurda è che in Italia la cittadinanza è “di sangue”: se nasci e vivi dall’altra parte del mondo ma hai un genitore italiano la cittadinanza è un tuo diritto, se nasci e cresci qui, mangi, studi e parli Italiano e i tuoi genitori sono stranieri, no!
Quanto le tue radici hanno influenzato la tua musica?
Credo molto, anche se faccio rap. Quando vivevo con mia madre e mio padre a casa si ascoltava solo musica capoverdiana. Su tutto mi sono rimaste impresse le domeniche mattine con loro, piatti tipici e zouk e kuduro nelle casse dello stereo di casa. Credo che questi generi mi abbiano influenzato nel timbro della voce e sopratutto nelle metriche. Negli ultimi anni crescendo sento ancora di più tutto questo e nei miei prossimi lavori sentirete ancora più evidente l’Africa e Capo Verde.
Tornando all’identità: rispetto alla tua esperienza di italiano di origine straniera, dopo tanti anni dall’uscita come valuti il brano Lo straniero dei Sangue Misto (“la mia posizione è di straniero nella mia nazione”)?
Sono cresciuto con quell’album. Erano i tempi del liceo, quel disco e il rap di quegli anni li ho vissuti in prima persona perché sono cresciuto con Ice One e al mio primo concerto mi hanno portato Massimo (Masito), Simone (Danno) e proprio Seby, in altre parole il Colle der Fomento. Quella è stata la mia scuola. Spesso tuttora vivo questa sensazione di “straniero” non solo per le mie origini ma proprio per un sentimento di distanza da ciò che una certa cultura italiana (che di italiano ha veramente poco) vuole imprimere nei giovani. Devo regolarmente andare a rinnovare il permesso di soggiorno e la cosa più assurda è che la mia situazione si sbloccherà grazie alla nascita di mio figlio Peter, nato da mia moglie Valentina Yohara, italo-eritrea.
In uno dei brani che ti ha portato alla ribalta, Ke ne sai, hai collaborato col francese di origine martinicana Busta Flex: dall’idea che ti sei fatto la Francia rispetto all’Italia è avanti in quanto a predisposizione nei confronti dei connazionali di origine africana?
Innanzitutto vorrei spendere due parole per Busta Flex: all’epoca era già un grande rapper, famoso, faceva concerti negli stadi e poteva tranquillamente snobbarmi. Invece s’è messo a sentire i pezzi di un rapper sconosciuto ed è venuto qui con umiltà e semplicità: è partito il giorno dopo ed è stata una bellissima esperienza. Non sono mai stato in Francia, anche per i miei problemi coi documenti, quindi non posso dare un vero e proprio giudizio. Sicuramente la cultura francese è più incline a capire le diversità culturali e sopratutto ad assimilarle nella propria, cosa che qui ci è ancora difficile. Ma credo anche che molti vivano una situazione di disagio, vedi le banlieue, come io vivo molte difficoltà al residence di Val Cannuta dove abitano famiglie da anni in attesa di casa popolare. La casa dovrebbe essere un diritto per tutti e i problemi in questa società moderna globalizzata sono uguali in tutto il mondo.
Il tuo album ha dei suoni che richiamano anche il fermento delle periferie londinesi degli ultimi anni. Si tratta di una scelta che contiene un messaggio, una sorta di omaggio agli effetti stimolanti del melting pot?
Beh, sicuramente sì anche perché questo melting pot c’è anche in Italia, anche se spesso non lo si vuol vedere. L’apporto di Cukiman al mio disco è fondamentale: con Francesco ci conosciamo dai tempi del liceo e il nostro è prima di tutto un legame di amicizia. Ci siamo persi di vista per alcuni anni e quando ci siamo rincontrati abbiamo cominciato a far musica proprio partendo da grime e dubstep: è lui ad aver portato tutte le sonorità più UK, essendo appunto Dj di grime e bass music, generi che nascono nelle periferie londinesi dagli incontri tra diverse culture.
Parigi, Londra… ma quanto c’è di romano nel tuo album? In vari brani citi la tua città…
È la città dove sono nato, la porto dentro, la vivo ogni giorno da trent’anni, mi ha formato in tutto e per tutto, mi ha insegnato a vivere la strada, mi ha insegnato le tradizioni. Senza contate che, come è noto, essere romani è qualcosa di più, uno stile di vita, un modo di essere. Infine paradossalmente è proprio Roma ad avermi insegnato l’arte dei graffiti e in seguito quella del rap: la scena romana degli anni ‘90 ha fatto scuola!

[Playlist n°10]

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Ad Agosto stacco dunque a questo giro la consueta playlist bimestrale diventa mensile. Qui di seguito ecco il meglio di Luglio secondo Blaluca. Ok, manca ancora qualche giorno alla fine del mese ma le dieci posizioni ormai sono occupate stabilmente, dunque tanto vale pubblicare la lista. La prossima top ten riguarderà settembre e ottobre. La precedente invece la trovate qui. Visto che non è proprio la stagione giusta stavolta non troverete cinema. Predominano i dischi e in tre casi devo ringraziare altrettante persone: Filippo Papetti per Clams Casino (qui la sua recensione), Cukiman per Crema – rapper romano di cui credo proprio si dovrebbe parlare di più… oggi è uscita la mia recensione su Alias del Manifesto – e U.X.O. – l’avevo intervistato tempo fa, ecco la chiacchierata di allora.

01 Serengeti – Family & Friends (anticon. / Goodfellas)
02 Sophie Bramly @ 12MAIL (Paris) – 1981 & +
03 Abd al Malik live @ Musiques Sacrées du Monde (Fès) – France Ô
04 Crema – La mia carta d’identità (Breakmagik)
05 Clams Casino – Instrumental Mixtape
(Autoproduzione)
06 MellowHype – BlackenedWhite (Fat Possum)
07 The Stepkids – The Stepkids (Stones Throw / Goodfellas)
08 U.X.O.Raw Meat (Plynt Records)
09 Drums & Ammo – Vol.1 (SWTBRDS)
10 Obake (Rare Noise / Cargo / Goodfellas)

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