Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

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[Playlist n°19]

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Dopo quella annuale (questa), ecco la prima playlist del 2013. Qui la precedente.

Adrian Young present The delfonics + Weedy of 40 Winks

01 Gil Scott-HeronThe Revolution Begins. The Flying Dutchman Masters (ACE Rec. / BGP)
02 Adrian Younge presents The DelfonicsAdrian Younge presents The Delfonics (Wax Poetics rec.)
03 Weedy of 40 WinksRetrospect Suite (Project: Mooncircle)
04 Braille FunkBraille Funk (QueenSpectra)
05 C2C – Tetra (On And On)
06 DELSBlack Salad EP (Big Dada)
07 SeravinceHear to See (Moovmnt Records)
08 Freddie JoachimFiberglass Kisses (Mellow Orange)
09 Chris Dave and The DrumhedzMixtape (Glow)
10 Chris TurnerLovelife is a Challenge (Autoproduzione)

[Criolo: intervista]

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Criolo è un cantautore di Sao Paolo con un background hip hop. Caetano Veloso è il suo estimatore più autorevole. Ma in Brasile sono in molti ad apprezzare la sua musica: si parla di 400mila download ufficiali del suo ultimo album. Da poco meno di un anno è sbarcato anche in Europa: l’estate scorsa, durante il suo primo tour da queste parti, Criolo è passato anche in Italia per due date, a Milano e Roma. Ho realizzato la seguente intervista per Alias del Manifesto, pubblicata all’interno di uno speciale sui cantautori brasiliani della generazione a cavallo tra i trenta e i quarant’anni (Alias di Sabato 22 dicembre 2012 – pp. 10-11 – Anno 15 N.50).

Criolo

Testi narrativi, realisti e impegnati che si sviluppano su tappeti musicali funk e hip hop, afrobeat, dub e samba con qualche sprazzo di jazz. Nó Na Orelha contiene suoni riconducibili a queste aree musicali ma non solo. Per il suo prossimo docu-film, Go, Brazil, Go!, Spike Lee ha intervistato l’attuale Presidente del Brasile, l’ex Lula da Silva, Pelè, Caetano Veloso, Jorge Ben ma anche Criolo. Vero nuovo fenomeno del pop d’autore brasiliano, l’artista ha risposto ad alcune domande mentre era in viaggio per l’Europa, dove continua il suo tour, in alcune date anche affiancato dal maestro etiope Mulatu Astatke, uno dei suoi riferimenti musicali.
Perché in uno dei pezzi più coinvolgenti del tuo album, Mariô (“un viaggio notturno attraverso la capitale brasiliana dell’hip hop”, si legge sul comunicato stampa, ndr), citi Mulatu Astatke e Fela Kuti?
Perché non solo credo nella forza del loro suono ma anche e soprattutto nella forza dei loro messaggi. Entrambi sono dei maestri. La loro musica ci tocca non solo attraverso il suono (indubbiamente sofisticato) ma anche attraverso il contenuto.
Pensi che il tuo background hip hop ti abbia aiutato a scoprire funk e afrobeat?
Ero solito ascoltare James Brown e tutte le icone della musica funk ai “bailes” del mio quartiere. I dj hip hop sono i responsabili del mio primo contatto con questo tipo di musica. L’afrobeat invece è entrato nella mia vita successivamente. I produttori del mio album mi ci hanno introdotto ed è stata un’esperienza molto speciale l’ascolto dell’afrobeat. Ho sentito subito il suo carattere ancestrale.
Quali sono invece gli artisti brasiliani che ti hanno ispirato per iniziare a fare musica?
I miei genitori.
La tua esperienza di vita in una favela (Favela das Imbuias, ndr) ha influenzato la tua musica?
Penso che l’ambiente che si ha intorno ha sempre un’influenza sulla vita delle persone. Non importa di quale ambiente si tratti. Una persona che vive di musica non può distaccare la vita di tutti i giorni dalla sua arte e questo non c’entra con il posto in cui si vive.
Pensi che la società brasiliana sia cambiata negli ultimi anni in termini di uguaglianza?
Preferisco lasciare questa risposta alle autorità del mio paese. Sono responsabili di una nazione che si sviluppa in frammenti. Come cittadino tutto quello che posso fare è continuare a credere nella bellezza delle persone. Le persone speciali che danno il loro meglio ogni giorno nel nome del mio paese.
E secondo te i testi rap possono influenzare in maniera particolare il pensiero degli ascoltatori?
Ci sono persone che leggono lo stesso libro più di una volta nella loro vita e a ogni lettura vedono quel libro in maniera differente. L’essere umano cambia costantemente. Quindi, per quanto creda nel potere della parola, tutto dipende da quanto la persona ascolti e riceva il messaggio. Credo che il rap sia una splendida maniera di esprimere un desiderio reale di contribuire al tutto.
Dunque nei paesi dove l’hip hop è davvero popolare, non credi che la combinazione di rap e consapevolezza possa davvero intimorire la classe media?
Ci sono molte maniere di vedere il mondo. Penso che quello che faccia paura a chiunque sia il sentimento di non avere speranza che perseguita la maggioranza del pianeta. L’hip hop non è tenuto a intimorire. È solo una legittima, sincera e molto peculiare maniera di comunicare con il resto del mondo.
Cosa pensi quando si parla di te come un “artista pop”? Ti trovi a tuo agio con l’etichetta “pop”?
Provo un interesse verso questo bisogno di etichettare tutto. Detto ciò, la gente ha il diritto di dare le proprie opinioni e tirare le proprie conclusioni. Non posso far altro che rispettarle. Ogni persona è unica e speciale e questa individualità è ciò che ci rende interessanti. Per quanto mi riguarda sono molto sicuro delle ragioni che mi spingono a scrivere e cantare.
Tornando alle tue origini, quanto è importante Sao Paolo per la tua musica? La tua città ha influenzato il tuo sound?
Ripeto, il mio habitat di certo ha un’influenza su quanto produco. Come l’habitat di un’altra persona influenza di certo ciò che questa persona produce. In alcuni casi più di altri, certo. Tutto dipende dalla prospettiva di ognuno di noi. Si può vivere nella stessa strada, uno dentro una casa e un altro per strada. È sempre la stessa città.
Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?
Continuare a cantare. Se mi sarà permesso.

[Aquadrop: The Blaluca Mixtape #11]

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Aquadrop è l’alias di Aron Airaghi, dj, compositore di musica elettronica, sound designer e beatboxer. Milanese, trentenne, con un passato jazz-funk (The Natural 6), Aquadrop si è distinto per le sue uscite su etichette statunitensi e inglesi come Trenchant Dubs, Eight: Fx, L2S Recordings, Seclusiasis e sulla francese Musique Large. La sua musica è passata a più riprese su BBC Radio 1, un suo brano figura nella colonna sonora della serie tv americana Skins e il suo mix realizzato in esclusiva per Blaluca si apre con Mosca e si chiude con Jaco Pastorius, due ambienti sonori quanto mai agli antipodi. In mezzo scorrono beat pieni di contaminazioni ma con una genesi per lo più riconducibile a due grandi contenitori come bass music e hip hop. Di seguito il mix e l’intervista. Buon ascolto e buona lettura!

[Aquadrop: The Blaluca Mixtape #11], posted with vodpod

Le aree principali in cui ti sei formato sembrano essere il jazz, l’hip hop e la bass music. È un’approssimazione che rende giustizia al tuo percorso musicale (che non sembra amare confini e definizioni) o no?
Il rap dei bei tempi e di conseguenza jazz e funk sono generi a cui mi sono affezionato sin da piccolo. Crescendo ė passato di tutto, dalla jungle a Philip Glass. Ho sempre ascoltato tanta musica, apprezzando sia il lato dancefloor (entro certi limiti) sia quello concettuale. In questo momento sto ascoltando i brani originali di The Secret of Monkey Island (da vero nerd).
L’hip hop sembra essere una buona scuola di formazione: si sente sempre più spesso di artisti partiti dall’hip hop per approdare ad altro e farlo bene. Allo stesso tempo sembra condannato a restare una fase di passaggio: tu per crescere artisticamente hai dovuto prendere le distanze dall’hip hop?
Penso sia un’ottima scuola di formazione, in generale cerco di portarlo sempre con me. Avessi ogni giorno a disposizione il talento di Long John Silver aka ArgentoVivo – con il quale spesso collaboro – forse produrrei solo grime. Detto ciò, mi sono allontanato dalla scena mainstream italiana, se così può essere chiamata. La trovo un po’ una buffonata. Nonostante tutto mi capita ancora di fare il beatbox / freestyle per strada con gente mai vista prima ed è sempre bello.
Visto che hai spesso a che fare con il mercato musicale estero (soprattutto americano e inglese), come spiegheresti la differenza con quello italiano?
Credo sia sufficiente dire che all’estero lo spettro è molto più ampio, in qualsiasi senso. Parlando di discografia c’è una quantità incredibile di etichette indipendenti, molte buone, altre meno, ovviamente. Gli artisti incontrano pochi ostacoli nel trovare “casa”, uscire sul mercato e cercare di farsi una carriera. Si può rimanere originali, anzi parecchie volte l’originalità è premiata. Il sistema non è così malandato e il pubblico ha le orecchie meno tappate: da quelle parti non passano solamente Vasco, Jovanotti o qualche rapper per teenager con evidenti problemi di percezione uditiva. Nonostante tutto, essendo le cose un po’ più facili, nascono come funghi cloni di qualsivoglia artista più o meno affermato – nella classifica garage di juno trovate in questi giorni una copia di J. Blake tanto perfetta quanto imbarazzante – mentre qui ho la convinzione ci sia spazio per un’ispirazione più intima e personale (chiaramente non nella musica pop). Di pari passo va la questione in termini radiofonici e giornalistici. Riassumendo penso che all’estero ci sia molto meno sonnifero nell’aria e molta più fame di cultura e novità.
In altre parole in Italia chi fa musica non può contare su un supporto professionale adeguato, deve affidarsi alla propria intraprendenza ma questo stato delle cose può avere anche il suo pro. Non si tratta di una consolazione?
È una selezione naturale positiva a mio parere. Non avendo supporto adeguato uno ci deve credere con tutta la forza, autoproducendosi senza dover fare i conti con i tempi (e magari i gusti) indecenti delle etichette oppure mandando miliardi di demo come faccio tuttora.
Puoi anticipare o dare qualche indizio sulla sorte dei tuoi demo in circolazione ora?
A parte la release su Seclusiasis e un remix per il disco di King Knut su Musique Large ho appena finito la prima parte di un progetto chiamato Synthesized Landscapes from Future. Non è garage né dubstep, si avvicina un po’ alle ultime cose di Rustie. Questa volta credo che avrò un tot di difficoltà a trovare chi sappia apprezzarlo! Per il resto sto preparando un remix per il mio amico – e grande artista – Pandaj e un singolo con il mio amico – e grande artista – The Golden Toyz.
Vuoi dire qualcosa su questo mix per Blaluca?
Come ti avevo anticipato, dopo settimane di full immersion in studio mi sono trovato in clima piuttosto sbarazzino e danzereccio. È decisamente più tamarro del solito ma mi faccio perdonare con la parte finale, ahahah!

TRACKLIST
01 Mosca – Done me Wrong
02 Zed Bias feat. MC Rumpus & Nicky Prince – Neighbourhood 09 (Roska Remix)
03 SBTRKT – Sanctuary
04 Seiji – Agua Riddim
05 Breach – Fatherless (T. Williams Remix)
06 Digitaline – Africa
07 Yellowman – Zungguzungguguzungguzeng (Horsepower Productions Remix)
08 Sukh Knight, Mensah. Squarewave – Quad Bikes
09 MRK1 feat. Doctor – Rapapampam
10 Lost feat. Beezy – Snake Eyes
11 The Prodigy – Take Me to the Hospital (Rusko Remix)
12 Breakage feat. David Rodigan & Newham Generals – Hard
13 16Bit – Jump
14 Sukh Knight – Diesel not Petrol
15 Chris Brown feat. Busta Rhymes & Lil Wayne – Look at Me Now
16 Aquadrop feat. Natalie Storm – Look pon Me
17 D&D All Stars – 1, 2 Pass It (Remix & Original Mix)
18 Cocoa Brovaz feat. Tony Touch & Hurricane G – Spanish Harlem
19 De La Soul – Itsoweezee (HOT)
20 Jaco Pastorius – Portrait of Tracy (Live)

[U.X.O., "Raw Meat"]

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Poco meno di un mese fa la belga Plynt Records ha pubblicato Raw Meat, EP di U.X.O. (all’anagrafe Marco Acquaviva) che ho inserito nella mia ultima playlist (questa). Di seguito qualche nota sul disco.

Il viaggio di Raw Meat avviene tra il 29 e il 30 Aprile scorsi: U.X.O. improvvisa usando i piatti e un campionatore SP 555. I frammenti sonori così assemblati generano una sorta di mix compresso in due parti di poco più di 9 minuti l’una e prendono le sembianze di dub psichedelico o hip hop oltremodo astratto (ma se si parla di hip hop più che altro è per il metodo). Un beat tape in cui la musica vive una continua fase introduttiva, non si dipana mai realmente, come se la sostanza restasse fuori campo, ma in cui qua e là si materializzano più che altro schizzi di funk e jazz (specie nella seconda parte). È dura insomma entrare nel gioco del riconoscimento di questo o quel frammento: l’approccio verso Raw Meat – e qui è opportuno ribadire: concepito con piatti e campionatore – deve essere di un altro stampo. È così che U.X.O. costringe all’ascolto di una creatura musicale che prescinde dalle sue origini e questo pare il valore primo di questi venti minuti di musica “elettronica” estemporanea concepita in notturna – altra informazione che può fornire direttamente la musica.
Potete ascoltare e/o scaricare Raw Meat cliccando qui.

Written by blaluca

27 luglio 2011 at 10:53 am

[Gil Scott-Heron]

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Il 27 Maggio scorso a New York è scomparso Gil Scott-Heron. L’altro ieri su Alias del Manifesto (Alias Anno 14 – N.23 – p.11) è uscito un mio articolo per ricordarlo, sulla prima pagina di Ultrasuoni. Ho scritto il pezzo nei giorni seguenti la morte. Eccolo anche su Blaluca.

Nel 2003 la BBC ha trasmesso per la prima volta uno dei documentari essenziali, appassionati, chiari e diretti realizzati da Don Letts (1956). Il titolo concorda in pieno con gli attributi che definiscono lo stile registico-narrativo del filmmaker londinese di origine giamaicana amico dei Clash: The revolution will not be televised – A Film about Gil Scott-Heron. Un ritratto dedicato a un colosso come Gil Scott-Heron (1949 – 2011) che dura appena sessanta minuti ma in cui ogni passaggio è pregno di storia e vita vissuta. Si parte dalle origini blues del poeta, scrittore e musicista afroamericano, si passa in fretta agli anni fondamentali del Black Arts Movement, di Malcolm X, Martin Luther King e delle loro morti, si transita per Harlem sul finire degli anni ’60 tra attivismo, idee rivoluzionarie, spoken word, soul, funk e jazz. Si parla inoltre di Apartheid, degli Usa di Reagan, di cocaina e carcere per arrivare verso il finale all’esplosione del rap antagonista e cosciente. L’aspetto straordinario emergente è che ogni tappa del racconto è scandita da almeno una canzone epocale scritta da questo artista appena scomparso che ha incarnato al meglio una fusione tanto rara quanto equilibrata e naturale tra arte e impegno. Interpellato da Don Letts, Abiodun Oyewole (1948), membro fondatore dei Last Poets, parlando degli esordi di Gil Scott-Heron ne dà una definizione efficace e suggestiva: “Era il collegamento fra Trane (John Coltrane, ndr) e Malcolm X: la sua opera rappresentava entrambi”. Pochi fotogrammi dopo Greg Tate (1957), scrittore e giornalista esperto di cultura afroamericana, rilancia: “Voleva assolutamente tradurre le idee e le forme letterarie e politiche del tempo in una forma culturale di massa, in qualcosa che aveva la possibilità di venir suonato per radio”. Tra immagini di repertorio e interviste originali nel documentario figura anche il protagonista: voce profonda e da fumatore incallito, fisico provato, il Nostro si racconta con un sorriso sempre a disposizione ma spesso amaro. Quegli anni non erano certo fortunati per l’artista afroamericano, lontano dalla popolarità e poco dopo il termine delle riprese finito in carcere per guai legati alla dipendenza dalla cocaina. Otto anni dopo l’uscita di questo omaggio firmato Don Letts, Gil Scott-Heron lo scorso 27 Maggio se n’è andato, poco meno di un anno e mezzo dopo l’uscita per l’etichetta XL di I’m New Here, album arrivato a sorpresa nei negozi (e nei digital store) tredici anni dopo il precedente e che gli ha concesso una nuova ribalta con tanto di tour europeo. L’ultima. Un album che lo ritrae in copertina concentrato a fumare una delle sue sigarette. Un album ben accolto dalla critica che, a maggior ragione oggi, dopo gli anni di silenzio e in disparte, non si è astenuta dal rimarcare il suo ruolo paterno nei confronti del rap, caso mai qualche nuovo adepto dell’hip hop non ne fosse al corrente. Eppure Gil Scott-Heron prendeva le distanze da questa elezione. Di certo si è trattato di una paternità involontaria a differenza dei suoi amici Last Poets, altri genitori eletti del genere: Abiodun Oyewole, Jalal Mansur Nuriddin e Umar Bin Hassan hanno prodotto musica ancora più prossima al rap e non ne hanno certo preso le distanze, anzi. Nelson George, scrittore, filmmaker e critico esperto di cultura afroamericana classe 1957, ha curato le note di copertina di tutti gli album di Gil Scott-Heron pubblicati da Arista. Senza citare il rap, così ha scritto di lui sul web all’indomani della morte: “Il romanziere, poeta, performer e filosofo Gil Scott-Heron è scomparso. Già a metà degli anni ’70 nelle sue canzoni parlava di Apartheid, incidenti nucleari e imperialismo Americano, sostenuto dagli arrangiamenti di Brian Jackson e The Midnight Band. Io e i miei compagni di college lo consideravamo il nostro Bob Dylan. Un artista inquieto e profondo”. Un ritratto commemorativo breve ma di certo meno sommario rispetto a quel lapidario “The Godfather of Rap” che ha un suo perché fin quando a tirarlo fuori sono rapper come Mos Def e Chuck D (entrambi presenti nel documentario di Don Letts) mentre stona se ripetuto per sentito dire da una schiera di Mc non proprio coscienti. Fatto sta che l’hip hop ha voluto e vuole Gil Scott-Heron come padre putativo, specie per la sua dote di leggere la realtà e trasformarla in poesia ritmata, immediata e tagliente. Un genitore campionato a più riprese da Kanye West – anche nell’ultimo acclamato album My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010) – e sui cui frammenti musicali hanno rappato tra gli altri Common, 2Pac, Mos Def, Atmosphere, Jungle Brothers, Boogie Down Productions, The Coup, Brother Ali ma anche i marsigliesi IAM per non guardare sempre e solo dentro i confini degli Usa. Nel 1994 nel suo album Spirits, uscito dopo altri dodici anni di inattività discografica, c’è Message To The Messengers, un appello alla coscienza, alla responsabilità e allo studio (della musica e della lingua) rivolto per lo più proprio ai rapper. O ancora meglio un brano in cui l’esperienza di un rappresentante acuto di una generazione che ha preso parte a un pezzo di storia moderna fondamentale è messa a disposizione di una nuova generazione che tanto lo acclama. E lo fa dagli esordi perché alcuni brani precedenti di questo artista simbolo dell’afroamericanismo suonavano nelle prime jam hip hop, quando i rappresentanti di questa cultura sentivano una vicinanza naturale con la sua arte. Ma è emblematico che il sito ufficiale di Spike Lee riporti un articolo di Barry Michael Cooper, scrittore, filmmaker e sceneggiatore tra gli altri di un film importante come New Jack City (1991), in cui si legge: “Quando Gil Scott-Heron ha rifiutato il titolo di ‘Godfather of Rap’, aveva le sue buone ragioni. Il denaro non era il suo padrone. Come un genuino griot postmoderno ha abbracciato la povertà. Non nel senso che era povero – non lo era – o che non gli piaceva il denaro (sono sicuro che gli piaceva). Gil Scott-Heron non amava il denaro e per questo il denaro non era il suo padrone. Un vero MC, un vero Maestro di Cerimonia deve essere proprio questo […] Una persona che guida la band senza diventare schiavo del ritmo. O del denaro”. Insomma, si trattava di un artista che tanto ha incarnato i valori degli anni ’70 fino a soccombere quando i tempi sono cambiati. Gli undici album pubblicati tra il 1970 e il 1980 e i quattro (appena) pubblicati tra il 1981 e questo 2011 la dicono lunga. Non è un caso che l’uscita di un brano su Reagan e tutto quanto significava per l’epoca l’elezione a presidente di questo attorucolo avviene proprio nel 1981 su Reflections: B Movie segna l’inizio della fine: “Quanto accaduto è che negli ultimi venti anni l’America è passata da produttrice a consumatrice”, recita un testo lucido e premonitore. Gli anni ’80 hanno cambiato tutto, compresa la sorte del Nostro. L’ultimo saluto spetta a Darius James (1954), autore di Blaxploitation (edizione italiana a cura di a-change, 1995 – 2002) e Negrophobia (1993). Facendo il verso a Whitey on the Moon, brano contenuto nell’esordio discografico di Gil Scott-Heron, Small Talk at 125th and Lenox (1970), il giornalista e scrittore afroamericano ha scritto: “Gil Scott is dead and whitey’s still on the moon!”. Insomma una delle voci più autorevoli dei senza voce è morto, chissà quanti guai stanno ancora passando le sue sorelle e i suoi fratelli ma i “visi pallidi” se ne infischiano e continuano a investire in imprese sulla falsariga dello sbarco sulla luna.

[Rassegna Argentina vol.6]

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Sesto appuntamento con la mia selezione di articoli che i media italiani dedicano all’Argentina (qui la precedente).

Borges e Sabato

“Il jazz argentino torna a far parlare di sé, grazie a una duplice situazione: da un lato l’uscita, in questi ultimissimi mesi, di cinque nuovi dischi ‘internazionali’, come Alredadores de la ausencia, Appreciacion, Domador de huellas,Once Upon a Time in Argentina, Tango Grill; dall’altro i quarant’anni dalla nascita di un moderno jazz argentino con il passaggio di testimone da Lalo Schifrin a Gato Barbieri, sino allora i due jazzmen più noti nel mondo e non a caso attivi soprattutto in Nord America e in Europa”. Così inizia lo speciale di Guido Michelone sul jazz argentino uscito su Alias, supplemento settimanale de Il Manifesto, sabato 30 Aprile 2011 (Alias ANNO 14 • N. 17; pp. 12-13) col titolo “Swing Buenos Aires swing”. Immigrazione ed emigrazione, incroci e paralleli col tango, scambi con USA e Italia per un vero e proprio viaggio nel jazz argentino che racconta le evoluzioni dagli anni ’70 ai giorni nostri. Nel box si parla anche delle origini prime del jazz nel grande paese del Cono Sud latinoamericano: “La storia del jazz in Argentina comincia nel 1925, quando le orchestre di tango di Francisco Canaro o Roberto Firpo includono nei loro repertori i brani di New Orleans e Chicago, mentre si forma la prima jazz band biancoceleste grazie ad Adolfo Avilés”. A proposito di tango, sulle pagine milanesi de Il Corriere della Sera si parla degli interessanti eventi tangueros in svolgimento nella sala della Palazzina Liberty: si veda qui qualche segnalazione e qui un video.
Il 30 Aprile scorso è morto lo scrittore Ernesto Sábato e Alberto Prunetti (autore de Il Fioraio di Perón che ho già intervistato qui) ne delinea un ritratto critico su Nazione Indiana oltrepassando l’opera e concentrandosi sui rapporti ambigui del Nostro con la dittatura, dal “famoso pranzo a fianco di Borges col dittatore [Videla]” in poi. Chi è interessato ad approfondire la questione può leggere l’articolo qui. Proprio in omaggio a Borges invece la Fondazione Cini a Venezia inaugurerà il prossimo 14 Giugno, a venticinque anni dalla sua morte, il Labirinto Borges di cui esiste già una versione a Mendoza, inaugurata nel 2003. Ne parla Stefano Salis sul domenicale de Il Sole 24 Ore n.19 uscito lo scorso 8 Maggio 2011. Pedro Memelsdorff, musicista e musicologo argentino, ha ideato un evento musicale per l’inaugurazione di questa opera formata da siepi costituite da 3.250 piante di bosso.

[The Insane Warrior - We Are The Doorways]

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Un album tutto strumentale ispirato alle colonne sonore cinematografiche horror e sci-fi edite tra il 1976 e il 1984. Autore RJD2, moniker per l’occasione The Insane Warrior, titolo dell’album We Are The Doorways. L’etichetta è quella personale del produttore originario dell’Oregon, RJ’s Electrical Connections e tutto è sbucato su Bandcamp (vedi qui, dove si può ascoltare integralmente) tre giorni fa, martedì 1 Febbraio.
Le colonne sonore di film inesistenti in campo musicale non sono certo una novità ma qui si tratta più che altro di un omaggio a certi suoni. Jazz, funk, psichedelia, fusion, addirittura prog, i synth a farla da padrone e tra i riferimenti dichiarati Brian Eno, John Carpenter e i Goblin. L’hip hop, quando c’è, resta tra le righe. Se nella seconda traccia, The Water Wheel – con la presenza hip hop più esplicita -, il funk scanzonato improvvisamente verso il finale si fa teso e oscuro fino a inquietare, poco dopo in Then You Hear Footsteps (traccia in free download) c’è solo tensione da inseguimento notturno, che si concede qualche pausa per rifiatare, certo, ma quando sale di tono è da vertigini. Black Nectar invece è un contenitore di più stati d’animo, un brano che in 8’ e 30’’ vira più volte fino a sfociare in un viaggio alla Carpenter e assurgere a traccia madre perché la struttura dei brani di questo album, da buon commento a un dramma immaginario, è piuttosto articolata. Se The Mountain è il brano più leggero (c’è chi ha accostato il groove ai porno anni ’70), la faccenda si rifà presto fin troppo seria (Trail of Fire) tanto che la chiusura, The Sunshine, è psichedelia acida che dà l’idea dell’uscita dall’incubo per il/la protagonista virtuale di queste vicende messe in musica e mai in scena.
Dieci tracce ispirate, che suonano a meraviglia per un RJD2 in versione vintage da one man band (qui il Nostro spiega la genesi dell’album).

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