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[Argentina: Jalla! Jalla!]

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Oggi nel primo pomeriggio ero ospite di Jalla! Jalla!, magazine culturale di Radio Popolare in onda in network dal lunedì al venerdì dalle 14 alle 15.30. Qui di seguito una via di mezzo tra il resocondo di questa mia partecipazione radiofonica (potete ascoltarla qui) e la pubblicazione degli appunti (rivisti) utili per parlare ancora una volta di Argentina.

Osvaldo Bayer

Da ieri e fino a domenica è in corso la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte. L’Argentina è il terzo Paese latino-americano ospite di questo evento dopo il Messico (1992) e il Brasile (1994), perché oltre ad avere una scena letteraria vibrante – così la definisce un articolo sul sito ufficiale della Buchmesse – quest’anno festeggia i 200 anni di indipendenza dalla Spagna. Questo è l’omaggio europeo per la riccorenza. Con Paolo Maggioni, conduttore di Jalla! Jalla! ne abbiamo approfittato per far intervenire in diretta Alberto Prunetti, scrittore e reporter che ho già intervistato per Blaluca (qui), e parlare dell’attualità musicale argentina.
Nel 2009 a Francoforte è stata annunciata l’edizione entrante della Buchmesse con la presenza dello scrittore di Santa Fe Osvaldo Bayer (1927), esule a Berlino durante la dittatura dei generali. Proprio ieri Bayer ha partecipato a Francoforte a una tavola rotonda su Haroldo Conti e Rodolfo Walsh.
Alberto Prunetti ha curato la traduzione italiana di Patagonia Rebelde, saggio storico di Bayer. Da molti definita una vera e propria riscrittura, questa traduzione ha fatto vincere ad Alberto e alla casa editrice Eleuthera un premio conferito dal Ministero della Cultura Argentina nell’ambito del programma Sur, lanciato in occasione di Francoforte per sostenere e incentivare traduzioni di opere argentine.
Alberto Prunetti è uno degli scrittori italiani che meglio conosce e ha raccontato l’Argentina, soprattutto nel suo ultimo romanzo, Il fioraio di Perón, uscito quest’anno per Stampa Alternativa. Se come ha scritto ieri Vanna Vannuccini su La Repubblica “la ricerca della verità è un tema dominante in Argentina dove gli scrittori si stanno riappropriando della storia”, allora viene il dubbio che Alberto sotto sotto sia argentino.

Luca Prodan

Il romanzo è anticipato da una citazione di Luca Prodan: “Meglio non parlare di certe cose…”. Il riferimento è al brano dei Sumo Mejor no hablar de ciertas cosas con testo firmato da Indio Solari, altro rocker argentino. L’intervento radiofonico di Alberto dunque è stato preceduto da questo rock nervoso tratto dal debutto discografico dei Sumo, Divididos por la felicidad (1985). Come se non bastasse negli ascolti consigliati ai lettori del suo romanzo, Alberto ha inserito i Sumo e lo preciso perché io e lui ci siamo conosciuti dopo l’uscita su Alias del Manifesto della mia intervista al fratello di Luca Prodan, Andrea (eccola).
Il fioraio di Perón, come scrive Massimo Carlotto nella prefazione, è un romanzo-reportage che ha preso vita da alcuni articoli scritti da Alberto Prunetti per Il Manifesto e Carmilla on line (qui e qui due contributi argentini di Alberto a Carmilla). La storia, intrisa di storia argentina del ‘900, è quella di un emigrante italiano che diventa il fioraio ufficiale della Casa Rosada e di un suo nipote italiano che, morto lo zio, parte per l’Argentina a causa di un mistero legato all’eredità di questo lontano parente fratello di sua nonna. Il primo incontro di rilievo del nipote del fioraio a Buenos Aires è quello con Osvaldo Bayer che tra le altre cose gli racconta di quando nel ’75 partecipò alla Fiera del libro di Francoforte – per tornare allo spunto di partenza.
Il romanzo si sviluppa sulle ricerche del nipote del fioriaio volte alla ricerca della verità e mano a mano regala varie fotografie di Buenos Aires. Tra le righe infatti ci sono anche molte informazioni preziose per chi vuole viaggiare da quelle parti. Potrebbe insomma funzionare anche da guida alternativa alla capitale argentina, vero personaggio del romanzo (come dice Alberto). Per esempio si parla di un bar in Calle Lavalle, ‘Las Carabelas’, dove storicamente si ritrovano gli emigranti italiani. Da visitare!

La testata del blog L'Argentina (© largentina.org)

La testata del blog L'Argentina (© largentina.org)

La trasmissione è iniziata con la mia segnalazione de L’Argentina, blog collettivo curato da 8 italiani tra i 30 e i 40 anni provenienti da varie parti d’Italia, che vivono in varie città dell’Argentina e svolgono lavori che spaziano dall’assistenza sociale alla psicologia e dalla comunicazione al giornalismo. Come dice la loro presentazione: “non solo Patagonia e tango, ma anche bollette da pagare, inflazione galoppante, fernet con coca-cola – il cocktail più popolare da quelle parti, nda – e un’Italia lontana, ma non troppo”. Il blog è in italiano ma iniziano a esserci dei post in castigliano. Mi ha coinvolto definitivamente quando mi ci ha riportato google: stavo facendo una mini-ricerca sui taxisti di Buenos Aires, che sono figure piuttosto importanti in una città così estesa. A me è sempre capitato di parlare di calcio coi taxisti porteños perché appena gli dicevo l’indirizzo capivano che ero italiano e a quel punto era fatta. Quel post (questo) cita il calcio come argomento di conversazione quotato ma poi descrive i taxisti di Buenos Aires non solo come chiacchieroni e divulgatori di luoghi comuni – come possono esserlo anche i taxisti romani, per esempio – ma li cataloga, parla del rapporto carnale che hanno con la loro radio ufficiale, Radio 10, suggerisce strategie per non farsi attaccare bottone e alla fine ti dice che se incontri un taxista peruviano – come accaduto all’autore del post, Tanoka – può anche essere silenzioso e ascoltare una radio con una voce sensuale femminile… Visto che Perù, Bolivia e Paraguay sono i Paesi da cui ora come ora arriva la maggioranza delle persone che vogliono stabilirsi in Argentina, mi è sembrato un buon esempio della Buenos Aires che cambia.
Oltre a racconti sociali e informazioni culturali largentina.org per forza di cose parla anche dei documenti utili per trasferirsi da quelle parti, di come muoversi per trovare lavoro e dà cifre sull’ultima ondata migratoria di italiani verso l’Argentina (tra il 2004 e il 2009 pare che solo 1230 italiani si siano stabiliti da quelle parti… dagli articoli di costume sui giornali italiani si potrebbe pensare di più) e via così. Insomma è una fotografia aggiornata sulla società argentina in movimento.

La trasmissione si è chiusa accennando, anche grazie all’intervento di Alberta Bottini da Buenos Aires, alla questione che tiene banco nelle ultime settimane: la protesta dei musicisti di stanza a Baires per trovare una soluzione a un grosso problema che riguarda la musica dal vivo e gli spazi dove suonare: le autorità competenti stanno facendo chiudere – sia temporaneamente sia in maniera permanente – molti locali per concerti, specie i più piccoli, dopo un’altra tragedia accaduta un mese fa in un locale del barrio Palermo dove è crollato il soffitto poco dopo la fine di un concerto di cumbia e sono morte due ragazze ventenni. Dico “un’altra” perché a fine 2004 in un club di Once, il Cromañon, durante un concerto di un gruppo rock underground – i Callejeros – in un clima euforico per la fine dell’anno, è stato sparato un bengala verso il soffitto da cui si è sviluppato un grosso incendio che ha causato la morte di 194 ragazzi compresi tra un’età che va dai 15 ai 30 anni circa. Fatto sta che gli ispettori due settimane dopo l’ultimo grave incidente simile sono entrati con la polizia in un locale molto noto di Buenos Aires, il Café Vinilo, e hanno fatto interrompere un concerto dichiarando inagibile il palco da quel momento in poi: un locale per concerti è diventato improvvisamente un semplice bar. A molti è sembrato un metodo un po’ troppo autoritario. I musicisti, soprattutto appartenenti ad associazioni di musicisti indipendenti o a sindacati ecc…, si sono riuniti sotto lo slogan NO AL SILENCIO MUSICAL / SÍ A LA MÚSICA EN VIVO! (c’è anche un gruppo ufficiale su fb) e chiedono che venga interrotta quella che loro definiscono “persecuzione alla musica dal vivo” così come “la chiusura arbitraria e compulsiva e la censura preventiva di spazio per concerti”. Musicisti e padroni dei locali stanno sollecitando l’amministrazione della città perché definisca una legge in merito alle leggi di sicurezza (ce n’è una del 2009 da regolamentare, secondo i musicisti) inoltre vogliono che ci siano permessi meno ambigui e a tempo indeterminato per poter organizzare concerti. Su Pagina12 se n’è parlato a più riprese (si veda qui e qui, per chi legge lo spagnolo). Giudicando le tragedie che hanno aperto la questione credo che il dibattito apertosi e la mobilitazione dei musicisti sia tutt’altro che scontata.
Tanti argomenti concentrati in 30 minuti scarsi di trasmissione per dare una fotografia di un Paese in movimento.

[Cantavamo "Chi non salta è un argentino"]

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Come ho già avuto modo di dire, da giornalista mi sono occupato varie volte di Argentina, per esempio quando con Paolo Maggioni di Radio Popolare (Milano) abbiamo realizzato il radio-documentario su Luca Prodan per Jalla!Jalla! o quando ho scritto una serie di reportage per la rivista nazionale (SlowFood) e internazionale (Slow) dell’associazione no profit Slow Food (vedi questo). Nei miei viaggi da quelle parti, da buon italiano, mi è capitato spesso di parlare di calcio, specie con i taxisti (impossibile tirarsi indietro, si legga qui). La prima volta che sono stato a Buenos Aires, durante una di queste discussioni calcistiche, un ragazzo, tutto serio, mi ha detto che gli piaceva molto un portiere italiano di cui però non ricordava il nome e, come auspica chiunque tenda un amo, ho subito chiesto “Chi, Buffon?”: nonostante all’epoca fossero passati quasi quindici anni, chiaramente l’argentino ha risposto “No, Zenga”, sorridendo. Per i più smemorati il motivo del suo sfottò è il goal di Caniggia nella semifinale di Italia ’90 tra Italia e Argentina, questo (l’audio è fuori sincrono ma vabbè…). Nella finale di quel mondiale di calcio poi vinto tra le polemiche dalla Germania, al momento degli inni nazionali è entrato nella storia il labiale scandito e ribadito di Diego Armando Maradona che dava un po’ a tutti gli italiani dei figli di puttana perché i nostri connazionali presenti allo stadio fischiavano l’inno argentino (ecco il momento). A quel mondiale seguì a stretto giro uno dei tanti tour affollati di Vasco Rossi, negli stadi naturalmente: quale miglior momento per sobillare il pubblico a cantare “Chi non salta è un argentino” (ne trovate conferma nella prima metà di questo articolo di Repubblica)? Insomma, il sentimento negativo verso uno dei due Paesi esteri più legati all’Italia (l’altro è l’Uruguay) ha toccato l’apice nell’estate del 1990; grazie al calcio e a Vasco Rossi, in Italia un’accoppiata presumibilmente più vincente di Berlusconi e Bossi. Ora, venti anni dopo, a Italia fuori dai mondiali “con vergogna”, le interviste delle tv e i sondaggi di tutti i siti web dicono che la maggioranza degli italiani tifa per l’Argentina di Diego Armando Maradona (vedi qui, per esempio). Che il tempo abbia azzerato quella rivalità pretestuosa e ridicola, quanto meno perché tanti italiani (compreso chi scrive) hanno parenti in Argentina, va solo bene. Ma quali sono le vere ragioni per cui gli italiani supportano l’Argentina di Diego Armando Maradona? Voglia di vincere in questo periodaccio di sacrifici (l’Argentina a oggi pare la favorita assoluta del mondiale, visto che al momento è più in forma del Brasile)? Identificazione in un leader fuori posto, che non opera nel suo campo (Maradona non è un allenatore come Berlusconi non è un politico)? Il richiamo del sangue (alcuni cognomi non lasciano molti dubbi: De Michelis, Di Maria, Bolatti, Pastore, Palermo…)? Lola Ponce e Belén Rodriguez? L’onda lunga della moda del tango argentino nelle nostre città (vedi questa notizia di appena una settimana fa)? Senza andare oltre, credo che c’entri una combinazione di tutte queste cose, ma non posso certo organizzare un sondaggio qui su Blaluca e stabilire le percentuali per decretarne la ragione prima; non sarebbe attendibile. Fatto sta che l’Argentina è talmente legata all’Italia che nei paesi più sperduti e minuscoli capita di imbattersi in insegne come quella della foto qui di seguito (perdonate la qualità ma è scattata da un pullman in movimento). All’Italia dunque farebbe solo bene, da più punti di vista, coltivare il rapporto con un Paese così lontano così vicino, a prescindere dal calcio. Chi è capitato da quelle parti si sarà reso conto che loro, gli argentini, coltivano la passione per l’Italia in maniera del tutto naturale, perché da abitanti di un ‘Paese sangue misto’ convinti che questa origine sia un pregio, non potrebbero mai disprezzare il Paese d’origine di una delle due comunità “straniere” predominanti. Certo, se la selección riuscisse davvero a vincere i Mondiali, il turismo italiano verso il Paese di Maradona, già aumentato sensibilmente dopo la crisi economica argentina del 2001, si intensificherebbe ulteriormente e allora magari, chissà…


[Lisandro Aristimuño: intervista]

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Lisandro_palacio peñarol_pata torres_002Circa un anno e mezzo fa, qualche mese dopo il mio secondo viaggio in Argentina, ho curato uno speciale per Alias del Manifesto sulla nuova onda musicale del grande Paese sudamericano dai più identificato con le meste melodie “tanguere”. Uscito col titolo ‘Il beat continuo dell’Argentina’, l’articolo parlava principalmente di quattro musicisti: Kevin Johansen, Axel Krygier, Federico Aubele e Lisandro Aristimuño. Per l’occasione a quest’ultimo avevo rivolto tre domande via mail ma sullo speciale avevo inserito solo stralci delle sue risposte. Ho deciso di mettere qui su Blaluca la versione integrale dell’intervista perché si tratta di un musicista misconosciuto dalle nostre parti, ma di raro talento; in questi giorni inoltre, in Argentina, sta uscendo il suo quarto album, Las cronicas del viento (Viento Azul discos), che aspetto impaziente di ascoltare. Un paio di suoi brani potreste averli ascoltati su Radio Popolare, precisamente su Jalla!Jalla!, trasmissione in network condotta da Paolo Maggioni e Nello Avellani dove sono stato ospite qualche volta, più che altro per parlare di musica argentina appunto. Aristimuño, classe 1978, è nato a Viedma, la città più antica della Patagonia. La sua musica, una sorta di “folktronica” spesso acustica e sotto forma di canzone, ha alle spalle un gran lavoro sugli arrangiamenti e sulla parte vocale, è molto intima e si sofferma sulle piccole cose. Il quotidiano spagnolo El País ha definito Aristimuño “il Thom Yorke della Patagonia”.
Sui booklet dei tuoi album in fondo ai testi delle canzoni, di fianco al tuo nome si legge spesso ‘voci’, più di ‘voce’. Che lavoro c’è sulle parti vocali?
La voce per me è importante in tutta la musica, non solo nelle mie canzoni ma anche in quelle che ascolto; se la voce è dolce, profonda e credibile, la canzone mi cattura subito. Nel mio caso mi piace utilizzare la voce in molte maniere: nei concerti uso due microfoni, in uno canto con la voce chiara, nell’altro la filtro e ci metto dei delay per ottenere varianti e colori. I musicisti che suonano con me oltre a suonare i propri strumenti cantano tutti, così ci sono molte armonie vocali nella maggior parte delle canzoni. Mi piacciono i cori e nei miei dischi me ne servo abbastanza.
Nei tuoi testi torna con insistenza il ‘tu’ (in argentino, ‘vos’, nda) e spesso sembra si tratti di una persona amata: si può dire che il verbo amare sia il primo da associare alla tua musica?
Come dicono i Beatles: all you need is love. Credo nell’amore e mi interessa fomentarlo. Non solo l’amore di coppia: nei miei testi spesso sembra che sto parlando di una donna ma l’amore non sta solo lì… per farti un esempio si può parlare dell’amore tra una pianta e l’aria.
Sembra che molti dei tuoi testi – penso per esempio a quello di Anochecer nell’album Ese asunto de la ventana - sia più “facile” scriverli se si è cresciuti in Patagonia. È così?
Può darsi sia così. La Patagonia è un posto che mi ispira moltissimo e in varie occasioni i miei testi presentano quei paesaggi che mi porto dentro. In questa grande città che è Buenos Aires (dove vivo da sette anni) a volte ho bisogno di chiudere i miei occhi e far uscire quelle fotografie, quegli odori e quelle sensazioni della mia infanzia patagonica per ispirarmi in mezzo a tanto fumo e rumore urbano.

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