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[Cantavamo "Chi non salta è un argentino"]
Come ho già avuto modo di dire, da giornalista mi sono occupato varie volte di Argentina, per esempio quando con Paolo Maggioni di Radio Popolare (Milano) abbiamo realizzato il radio-documentario su Luca Prodan per Jalla!Jalla! o quando ho scritto una serie di reportage per la rivista nazionale (SlowFood) e internazionale (Slow) dell’associazione no profit Slow Food (vedi questo). Nei miei viaggi da quelle parti, da buon italiano, mi è capitato spesso di parlare di calcio, specie con i taxisti (impossibile tirarsi indietro, si legga qui). La prima volta che sono stato a Buenos Aires, durante una di queste discussioni calcistiche, un ragazzo, tutto serio, mi ha detto che gli piaceva molto un portiere italiano di cui però non ricordava il nome e, come auspica chiunque tenda un amo, ho subito chiesto “Chi, Buffon?”: nonostante all’epoca fossero passati quasi quindici anni, chiaramente l’argentino ha risposto “No, Zenga”, sorridendo. Per i più smemorati il motivo del suo sfottò è il goal di Caniggia nella semifinale di Italia ’90 tra Italia e Argentina, questo (l’audio è fuori sincrono ma vabbè…). Nella finale di quel mondiale di calcio poi vinto tra le polemiche dalla Germania, al momento degli inni nazionali è entrato nella storia il labiale scandito e ribadito di Diego Armando Maradona che dava un po’ a tutti gli italiani dei figli di puttana perché i nostri connazionali presenti allo stadio fischiavano l’inno argentino (ecco il momento). A quel mondiale seguì a stretto giro uno dei tanti tour affollati di Vasco Rossi, negli stadi naturalmente: quale miglior momento per sobillare il pubblico a cantare “Chi non salta è un argentino” (ne trovate conferma nella prima metà di questo articolo di Repubblica)? Insomma, il sentimento negativo verso uno dei due Paesi esteri più legati all’Italia (l’altro è l’Uruguay) ha toccato l’apice nell’estate del 1990; grazie al calcio e a Vasco Rossi, in Italia un’accoppiata presumibilmente più vincente di Berlusconi e Bossi. Ora, venti anni dopo, a Italia fuori dai mondiali “con vergogna”, le interviste delle tv e i sondaggi di tutti i siti web dicono che la maggioranza degli italiani tifa per l’Argentina di Diego Armando Maradona (vedi qui, per esempio). Che il tempo abbia azzerato quella rivalità pretestuosa e ridicola, quanto meno perché tanti italiani (compreso chi scrive) hanno parenti in Argentina, va solo bene. Ma quali sono le vere ragioni per cui gli italiani supportano l’Argentina di Diego Armando Maradona? Voglia di vincere in questo periodaccio di sacrifici (l’Argentina a oggi pare la favorita assoluta del mondiale, visto che al momento è più in forma del Brasile)? Identificazione in un leader fuori posto, che non opera nel suo campo (Maradona non è un allenatore come Berlusconi non è un politico)? Il richiamo del sangue (alcuni cognomi non lasciano molti dubbi: De Michelis, Di Maria, Bolatti, Pastore, Palermo…)? Lola Ponce e Belén Rodriguez? L’onda lunga della moda del tango argentino nelle nostre città (vedi questa notizia di appena una settimana fa)? Senza andare oltre, credo che c’entri una combinazione di tutte queste cose, ma non posso certo organizzare un sondaggio qui su Blaluca e stabilire le percentuali per decretarne la ragione prima; non sarebbe attendibile. Fatto sta che l’Argentina è talmente legata all’Italia che nei paesi più sperduti e minuscoli capita di imbattersi in insegne come quella della foto qui di seguito (perdonate la qualità ma è scattata da un pullman in movimento). All’Italia dunque farebbe solo bene, da più punti di vista, coltivare il rapporto con un Paese così lontano così vicino, a prescindere dal calcio. Chi è capitato da quelle parti si sarà reso conto che loro, gli argentini, coltivano la passione per l’Italia in maniera del tutto naturale, perché da abitanti di un ‘Paese sangue misto’ convinti che questa origine sia un pregio, non potrebbero mai disprezzare il Paese d’origine di una delle due comunità “straniere” predominanti. Certo, se la selección riuscisse davvero a vincere i Mondiali, il turismo italiano verso il Paese di Maradona, già aumentato sensibilmente dopo la crisi economica argentina del 2001, si intensificherebbe ulteriormente e allora magari, chissà…
[Lisandro Aristimuño: intervista]
Circa un anno e mezzo fa, qualche mese dopo il mio secondo viaggio in Argentina, ho curato uno speciale per Alias del Manifesto sulla nuova onda musicale del grande Paese sudamericano dai più identificato con le meste melodie “tanguere”. Uscito col titolo ‘Il beat continuo dell’Argentina’, l’articolo parlava principalmente di quattro musicisti: Kevin Johansen, Axel Krygier, Federico Aubele e Lisandro Aristimuño. Per l’occasione a quest’ultimo avevo rivolto tre domande via mail ma sullo speciale avevo inserito solo stralci delle sue risposte. Ho deciso di mettere qui su Blaluca la versione integrale dell’intervista perché si tratta di un musicista misconosciuto dalle nostre parti, ma di raro talento; in questi giorni inoltre, in Argentina, sta uscendo il suo quarto album, Las cronicas del viento (Viento Azul discos), che aspetto impaziente di ascoltare. Un paio di suoi brani potreste averli ascoltati su Radio Popolare, precisamente su Jalla!Jalla!, trasmissione in network condotta da Paolo Maggioni e Nello Avellani dove sono stato ospite qualche volta, più che altro per parlare di musica argentina appunto. Aristimuño, classe 1978, è nato a Viedma, la città più antica della Patagonia. La sua musica, una sorta di “folktronica” spesso acustica e sotto forma di canzone, ha alle spalle un gran lavoro sugli arrangiamenti e sulla parte vocale, è molto intima e si sofferma sulle piccole cose. Il quotidiano spagnolo El País ha definito Aristimuño “il Thom Yorke della Patagonia”.
Sui booklet dei tuoi album in fondo ai testi delle canzoni, di fianco al tuo nome si legge spesso ‘voci’, più di ‘voce’. Che lavoro c’è sulle parti vocali?
La voce per me è importante in tutta la musica, non solo nelle mie canzoni ma anche in quelle che ascolto; se la voce è dolce, profonda e credibile, la canzone mi cattura subito. Nel mio caso mi piace utilizzare la voce in molte maniere: nei concerti uso due microfoni, in uno canto con la voce chiara, nell’altro la filtro e ci metto dei delay per ottenere varianti e colori. I musicisti che suonano con me oltre a suonare i propri strumenti cantano tutti, così ci sono molte armonie vocali nella maggior parte delle canzoni. Mi piacciono i cori e nei miei dischi me ne servo abbastanza.
Nei tuoi testi torna con insistenza il ‘tu’ (in argentino, ‘vos’, nda) e spesso sembra si tratti di una persona amata: si può dire che il verbo amare sia il primo da associare alla tua musica?
Come dicono i Beatles: all you need is love. Credo nell’amore e mi interessa fomentarlo. Non solo l’amore di coppia: nei miei testi spesso sembra che sto parlando di una donna ma l’amore non sta solo lì… per farti un esempio si può parlare dell’amore tra una pianta e l’aria.
Sembra che molti dei tuoi testi – penso per esempio a quello di Anochecer nell’album Ese asunto de la ventana - sia più “facile” scriverli se si è cresciuti in Patagonia. È così?
Può darsi sia così. La Patagonia è un posto che mi ispira moltissimo e in varie occasioni i miei testi presentano quei paesaggi che mi porto dentro. In questa grande città che è Buenos Aires (dove vivo da sette anni) a volte ho bisogno di chiudere i miei occhi e far uscire quelle fotografie, quegli odori e quelle sensazioni della mia infanzia patagonica per ispirarmi in mezzo a tanto fumo e rumore urbano.




