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[Alik & Dame Mariatchi: "Live From Nautingham"]

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Circa un mese fa ho intervistato il livornese Dj Alik (vedi qui). Dopo l’intervista mi aveva detto che tra le varie cose in ballo c’era un disco con un rapper di Detroit, Dame Mariatchi. Quel disco si intitola Live From Nautingham, è firmato Alik & Dame Mariatchi e si può ascoltare grazie al sito statunitense di riferimento per i mixtape, Datpiff. Lo condivido qui su Blaluca.

Written by blaluca

3 aprile 2013 at 5:09 pm

[Dj Alik: intervista]

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Dj Alik, classe 1976, livornese. Un esponente dell’hip hop italiano attivo dagli anni Novanta, rimasto in ombra ma rispettato e stimato da qualsiasi appartenente alla scena lo conosca. Dj e producer, Alik ha appena realizzato Invisible Landscape. Un lavoro autoprodotto, undici tracce solcate dalle rime di tre mc statunitensi, Lost Poet, Jon Doe e Severe. Il primo rappa su ben nove basi e ha anche realizzato dei videoclip a partire da alcuni di questi brani (eccone uno, qui). Gli altri due si sono presi una base a testa. Attualmente Dj Alik sta lavorando a nuovi progetti dal respiro internazionale, tra cui quello con Dame Mariatchi, rapper di Detroit. Ho rivolto qualche domanda a Dj Alik su Invisible Landscape e non solo.

Dj Alik

Come è nato Invisible Landscape e come sei entrato in contatto con Lost Poet, Jon Doe e Severe?
Il progetto è nato su internet. Mettendo i miei beat in rete ho avuto molte richieste: vari artisti volevano fare dei featuring. Dunque sono stati proprio i tre mc presenti nell’album a contattarmi. Abbiamo iniziato a lavorare su una traccia così, senza impegno, per prova… Dopo vari ascolti di amici e conoscenti, seguiti tutti da complimenti, abbiamo continuato il lavoro ed è uscito Invisible Landscape. In pratica abbiamo definito le tracce mandandole su e giù, avanti e indietro via mail.
E, per chi non li conosce, cosa puoi dirci di Lost Poet, Jon Doe e Severe? Da dove vengono? Che esperienza hanno in ambito musicale?
Lost Poet e Jon Doe sono due mc di Los Angeles. Severe viene da Kansas city. Si tratta di mc underground e ognuno ha un suo progetto. Lost Poet fa parte di un gruppo chiamato Fugitive Assassins, molto attivo con live e mixtape. La prossima data di Lost Poet, per intenderci, è con The Alchemist e Oh No, ossia i Gangrene. Inoltre collabora con un bel po’ di artisti di LA e ha appena fondato un blog chiamato Rap Nerd TV dove intervista gente talentuosa ma sconosciuta, soprattutto della scena hip hop losangelina. Jon Doe invece collabora con vari produttori e ultimamente ha fatto un pezzo con KRS-One (lo trovate su soundcloud, qui). Severe ha una voce unica e un superflow ed è anche una grande cantane r’n’b’… con lei stiamo preparando un progetto insieme per questa estate.
Lost Poet in particolare ha rappato sulla maggioranza delle tue produzioni. Se tu che hai deciso di puntare più che altro su di lui o è stata una sua richiesta quella di essere così presente sul disco?
Ho in ballo altri lavori con Severe e Jon Doe. Dunque ho voluto puntare su Lost Poet per la maggior parte del disco anche perché il progetto è nato proprio da noi due – mi riferisco a titolo e copertina. Lost Poet inoltre è stato velocissimo a cantare sopra le mie basi ed è molto professionale. Ha interpretato i miei beat molto bene. Senza nulla togliere a Severe e Jon Doe, eh: sono due mostri del rap anche loro!
Hai vissuto a New York ma da qualche anno sei tornato in Italia. Quali pensi siano le differenze principali tra collaborare con rapper italiani e rapper statunitensi?
Guarda, sinceramente quando sei in un fondo o in uno studio per suonare, con i ragazzi intorno, è come se non ci fossero barriere e confini. Sia a NY sia in Italia mi sono trovato benissimo in queste situazioni a fare musica. A NY logicamente, specie se sei appassionato di hip hop, c’è di tutto e di più. Ma anche qui in Italia non si scherza più, si va avanti. Molta gente sta venendo fuori, sia mc sia produttori, e mi fa molto piacere vedere la scena crescere, non solo quella commerciale ma anche quella delle camerette di casa.
A proposito, come vedi lo stato attuale del rap italiano? C’è qualche album recente che ti è piaciuto particolarmente?
Penso che qui in Italia stia ritornando la vera essenza dell’hip hop, come alle origini. Mi spiego: vedo che chi crede veramente nel movimento ha ancora voglia di comprare vinili, campionare il vecchio e cercare il flow (anche nella vita…). Molti ragazzi stanno capendo quale sia la vera storia di fare hip hop. Certo, a dirla tutta, a parte gente come Lugi e pochi altri, l’hip hop in Italia ha una facciata aggressiva, presente in molti più testi rispetto a tanti altri paesi. Ma siamo ancora all’inizio, penso. Cresce piano ma cresce “in da right way”. Forse c’è stato troppo abuso di testi pesanti e un po’ depressi anche in passato… avremmo bisogno di mc che parlano più di amore nei testi, insomma un po’ meno aggressivi. Conto molto sulla “new generation of kidz”. Utimamente sto ascoltando molto i Kalibri Kalabri, a cui ha prodotto interamente il disco Dj Lugi più o meno due anni fa. Non mi pare sia andato molto bene ma secondo me dovrebbe essere un classico in Italia. Un disco veramente bello e soulful.
Qualche mc italiano con cui ti piacerebbe collaborare?
In passato ho collaborato con molti mc italiani. Tra quelli di oggi mi piacerebbe fare un mega beat underground per Fabri Fibra. Anche con Ensi mi piacerebbe collaborare e sono sicuro che si farà. D’altronde sono sempre in cameretta a produrre!
Per finire, mi diresti come produci i tuoi brani e dove vai a pescare i campioni?
Produco i miei brani con un MPC2000 e Roland 404, usando solo vinili, dal jazz al rock anni ’60 e ‘70, e giradischi. No mixer, effetti o editing: solo “sound raw”. Per il momento.

[Criolo: intervista]

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Criolo è un cantautore di Sao Paolo con un background hip hop. Caetano Veloso è il suo estimatore più autorevole. Ma in Brasile sono in molti ad apprezzare la sua musica: si parla di 400mila download ufficiali del suo ultimo album. Da poco meno di un anno è sbarcato anche in Europa: l’estate scorsa, durante il suo primo tour da queste parti, Criolo è passato anche in Italia per due date, a Milano e Roma. Ho realizzato la seguente intervista per Alias del Manifesto, pubblicata all’interno di uno speciale sui cantautori brasiliani della generazione a cavallo tra i trenta e i quarant’anni (Alias di Sabato 22 dicembre 2012 – pp. 10-11 – Anno 15 N.50).

Criolo

Testi narrativi, realisti e impegnati che si sviluppano su tappeti musicali funk e hip hop, afrobeat, dub e samba con qualche sprazzo di jazz. Nó Na Orelha contiene suoni riconducibili a queste aree musicali ma non solo. Per il suo prossimo docu-film, Go, Brazil, Go!, Spike Lee ha intervistato l’attuale Presidente del Brasile, l’ex Lula da Silva, Pelè, Caetano Veloso, Jorge Ben ma anche Criolo. Vero nuovo fenomeno del pop d’autore brasiliano, l’artista ha risposto ad alcune domande mentre era in viaggio per l’Europa, dove continua il suo tour, in alcune date anche affiancato dal maestro etiope Mulatu Astatke, uno dei suoi riferimenti musicali.
Perché in uno dei pezzi più coinvolgenti del tuo album, Mariô (“un viaggio notturno attraverso la capitale brasiliana dell’hip hop”, si legge sul comunicato stampa, ndr), citi Mulatu Astatke e Fela Kuti?
Perché non solo credo nella forza del loro suono ma anche e soprattutto nella forza dei loro messaggi. Entrambi sono dei maestri. La loro musica ci tocca non solo attraverso il suono (indubbiamente sofisticato) ma anche attraverso il contenuto.
Pensi che il tuo background hip hop ti abbia aiutato a scoprire funk e afrobeat?
Ero solito ascoltare James Brown e tutte le icone della musica funk ai “bailes” del mio quartiere. I dj hip hop sono i responsabili del mio primo contatto con questo tipo di musica. L’afrobeat invece è entrato nella mia vita successivamente. I produttori del mio album mi ci hanno introdotto ed è stata un’esperienza molto speciale l’ascolto dell’afrobeat. Ho sentito subito il suo carattere ancestrale.
Quali sono invece gli artisti brasiliani che ti hanno ispirato per iniziare a fare musica?
I miei genitori.
La tua esperienza di vita in una favela (Favela das Imbuias, ndr) ha influenzato la tua musica?
Penso che l’ambiente che si ha intorno ha sempre un’influenza sulla vita delle persone. Non importa di quale ambiente si tratti. Una persona che vive di musica non può distaccare la vita di tutti i giorni dalla sua arte e questo non c’entra con il posto in cui si vive.
Pensi che la società brasiliana sia cambiata negli ultimi anni in termini di uguaglianza?
Preferisco lasciare questa risposta alle autorità del mio paese. Sono responsabili di una nazione che si sviluppa in frammenti. Come cittadino tutto quello che posso fare è continuare a credere nella bellezza delle persone. Le persone speciali che danno il loro meglio ogni giorno nel nome del mio paese.
E secondo te i testi rap possono influenzare in maniera particolare il pensiero degli ascoltatori?
Ci sono persone che leggono lo stesso libro più di una volta nella loro vita e a ogni lettura vedono quel libro in maniera differente. L’essere umano cambia costantemente. Quindi, per quanto creda nel potere della parola, tutto dipende da quanto la persona ascolti e riceva il messaggio. Credo che il rap sia una splendida maniera di esprimere un desiderio reale di contribuire al tutto.
Dunque nei paesi dove l’hip hop è davvero popolare, non credi che la combinazione di rap e consapevolezza possa davvero intimorire la classe media?
Ci sono molte maniere di vedere il mondo. Penso che quello che faccia paura a chiunque sia il sentimento di non avere speranza che perseguita la maggioranza del pianeta. L’hip hop non è tenuto a intimorire. È solo una legittima, sincera e molto peculiare maniera di comunicare con il resto del mondo.
Cosa pensi quando si parla di te come un “artista pop”? Ti trovi a tuo agio con l’etichetta “pop”?
Provo un interesse verso questo bisogno di etichettare tutto. Detto ciò, la gente ha il diritto di dare le proprie opinioni e tirare le proprie conclusioni. Non posso far altro che rispettarle. Ogni persona è unica e speciale e questa individualità è ciò che ci rende interessanti. Per quanto mi riguarda sono molto sicuro delle ragioni che mi spingono a scrivere e cantare.
Tornando alle tue origini, quanto è importante Sao Paolo per la tua musica? La tua città ha influenzato il tuo sound?
Ripeto, il mio habitat di certo ha un’influenza su quanto produco. Come l’habitat di un’altra persona influenza di certo ciò che questa persona produce. In alcuni casi più di altri, certo. Tutto dipende dalla prospettiva di ognuno di noi. Si può vivere nella stessa strada, uno dentro una casa e un altro per strada. È sempre la stessa città.
Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?
Continuare a cantare. Se mi sarà permesso.

[FFiume: intervista]

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Ormai fuori da un mese e mezzo, l’album di esordio di FFiume, Folto Caruso Ensemble (Strettoblaster/HLZY), si sviluppa su beat anni novanta, tra giochi di parole, rime senza pausa e buoni incastri metrici. Sia a livello di flow sia di suoni sembra di ascoltare l’aggiornamento di una tendenza del rap italiano anni novanta che all’epoca, per quanto in alcuni casi notevole, suonava più ingenua. Così si legge sul comunicato stampa di presentazione: “Non nuovo al microfono in veste di emcee, eppure rinnovato nello slancio e nella padronanza, FF scrive e racconta vita, dalla natia Reggio Calabria a Milano, cristallizzando il quotidiano e mescolandolo con i luoghi della memoria, in un continuo spazio-temporale, alternando momenti d’introspezione criptica ad altri più narrativi ed espliciti”. Qui la versione digitale del disco. Qui si può ordinare il vinile in edizione limitata. Di seguito l’intervista a FFiume, in cui si parla del disco ma non solo.

FFiume

FFiume

Come definiresti il suono di Folto Caruso Ensemble e in quale periodo collocheresti le influenze musicali più importanti alla base dei pezzi?
La definizione che ti potrei dare è tumido. Perché è il suono tumido e denso dei primi anni novanta, assieme a quello dei tardi sessanta e primi settanta, che ha forgiato e influenzato maggiormente la mia ricerca musicale. Da sempre.
Influenze musicali a parte, quanto il luogo dove vivi influenza la tua musica? Penso al neologismo – se così si può definire – che apre il disco, “Milanoma”…
Milano-mama, Milano-m’ama, Milano, ma… il posto dove vivi è da sempre un’influenza enorme, per me come penso per un milione di altri, in mille sensi. Come tutti i posti in cui sono stato per un certo periodo di tempo. In particolare penso a Bologna e Ancona. Nello specifico odierno, le vibre di Milano sono molto particolari, a volte isteriche, a volte placide, cortesi e distanti, affettuose, accanto a te ma senza guardarti. Oppure sbirciandoti la pagina del giornale, con aria indifferente e un sorriso sornione. Amo questa città e i suoi controsensi, e la mia musica da Milano ha subito un influsso molto positivo, direi.
Se in una recensione del disco comparisse la parola “nostalgia” (di un periodo, di un suono) ti darebbe fastidio, la troveresti fuori luogo?
No, nessun fastidio. Tutto è puro agli occhi – e alle orecchie, in questo caso – dei puri. Sul fatto che possa essere fuori luogo, probabile, ma si sa, ognuno di noi cerca di incasellare e dare etichette a tutto ciò che lo circonda, quindi sarebbe soltanto assistere al tentativo di circoscrivere un qualcosa, in buona o in malafede, uguale.
A questo punto faccio un’associazione artificiale: vivi a Milano da anni ma sei cresciuto altrove. In questo senso si possono tirare in ballo la “nostalgia” (intesa come considerazione e coscienza delle proprie origini) e l’essere “fuori luogo” (inteso come punto di vista esterno) in quanto elementi che influenzano la tua musica?
Penso di aver capito la domanda e, posta così come la metti, la risposta è no e sì. Ciò che ha influenzato e influenza la mia musica è il mio percorso di vita, nella sua totalità, qui e oggi, con una prospettiva passata, presente e futura, senza rimpianti o nostalgie, né grandi film. D’altra parte, l’essere stato spesso osservatore esterno di situazioni diverse è ed è stato senz’altro stimolo e aspetto arricchente.

Ok, cambio rotta. Da disco indipendente (con annesse autoproduzione e autopromozione) a un video trasmesso da Deejay Tv (vedi sopra): come è successo?
Con un po’ di fortuna, un tot di lavoro dietro e un prodotto che si vende da solo. Abbiamo fatto ascoltare in anteprima l’album a un po’ di addetti ai lavori, prodotto un videoclip con un’immagine fresca (o nostalgica, a seconda dei punti di vista… LOL) e lasciato spazio alla musica. Passaparola, passamano, arrivi alle orecchie e agli occhi giusti, la roba piace, e il resto lo hai detto tu.
Durante una recente diretta su Soca Beat, programma di Radio Ciroma, ragionavo con i ragazzi su una considerazione di Keny Arkana sul fenomeno rap-pop francese di questi ultimi anni, i Sexion D’Assaut. Tempo fa, in piena polemica per dei loro versi omofobi ripescati dalla stampa lei, scansando la questione, si diceva interessata soprattutto al ritorno della dimensione collettiva del rap dopo anni di dominio dei solisti. Mi sembra che anche in Italia ultimamente i lavori corali o che hanno alle spalle una crew, un collettivo, un’etichetta “orizzontale” – senza gerarchie classiche – si stiano facendo largo. Cosa ne pensi? Te lo chiedo anche perché sei un osservatore e cultore dell’hip hop.
La Francia è un mondo a parte in merito alla diffusione dell’hip hop, tu ci hai anche scritto un libro, ben sai. Nello specifico, non conosco bene i gruppi e l’emcee che citi, ma dall’inizio, il movimento hip hop, per come ci è stato tramandato e per come si è sviluppato anche in Italia, ha sempre avuto dei connotati tribali, collettivi, nel piccolo come nel più grande, quindi in senso stretto non ci vedo nessun tipo di novità o discontinuità rispetto al passato. Anche in passato, l’emergere del singolo implicava comunque una rete alle sue spalle, un network o una crew. Troppi sono gli esempi. Il fatto poi che oggi emerga e risalti maggiormente il gruppo, probabilmente è dovuto anche a un ritorno del marketing di gruppo, una roba alla Wu-Tang, unitamente a una maggiore consapevolezza nell’organizzazione e autodisciplina di entità liquide e orizzontali, volte sia alla produzione sia alla promozione di progetti musicali e artistici. In generale, non solo in ambito hip hop, credo. In Francia penso anche a gente come L’Entourage o ai 1995, in Italia gli esempi non mancano, mi vengono in mente i vari Truce, Machete e via dicendo. Ritrovarsi in gruppo aiuta, semplifica e corrobora, questione di unione e forza.
E che rete c’è dietro questo disco? Nel titolo c’è la parola “ensemble”…
Una parte del network di persone che ruota intorno a me e al maestro Caruso. Folto Caruso è la persona a cui ho scelto di affidare la co-produzione artistica del progetto e assieme abbiamo coinvolto un po’ di amici, in maniera molto spontanea. Così è nato l’Ensemble. Dalla frequentazione di persone, dalle sinergie che con queste si sono create anche al di là della musica – che è stata sicuramente il trait d’union ma non la fine del tragitto – e del fattore geografico – non tutti sono fisicamente nello stesso posto. Il Ras è uno di noi, dal giorno 1 ha seguito lo sviluppo del progetto, essendo una sorta di advisor per me e Folto. Bob e l’Amantide invece sono stati in primis fiancheggiatori delle nostre scorribande notturne, la loro presenza nel progetto si è sostanziata in modo naturale, quasi per gioco, e nella naturalezza hanno espresso esattamente quello che avevo in mente. Dario con il suo basso ha silenziosamente e generosamente coadiuvato a porre solide fondamenta ritmiche ai groove di Folto. Ntrippo ha seguito le operazioni a distanza, apportando una carica vitale disumana e una visuale musicale e tecnicissima sui giradischi, impreziosendo il tutto con gli scratch e il suo stile. Mastrofabbro, talentuoso beatmaker catanzarese, ci ha fornito una piccola gemma offrendo, con il tramite di Diegoh, la vibra giusta, pur rimanendo defilato rispetto ad altri, per ovvi motivi geografici. Stessa cosa dicasi per Argento – “monster beatmaker” e deejay con cui già in passato ho avuto il piacere e l’onore di collaborare – coinvolto per la bonus track presente esclusivamente sul vinile. Il resto è Milano, incontri fugaci, quattro chiacchiere, e via di corsa.
Per finire: sbaglio o c’è un’attenzione speciale per riportare l’attenzione su rima e assonanze e un’ossessione (in senso positivo) per i giochi di parole che incastrino tutto a modo e rendano il rap più fluido?
Non sbagli. Si tratta di far danzare le sillabe, come se la voce fosse un b-boy allenatissimo, sempre pronto a trovare il modo di rendere ogni passo unico, e far sì che questo ti si inchiodi in testa, sia per come suona sia per quello che dice. Il rap per me è questo, insieme di forma e contenuto, anche se a volte la forma può prendere il sopravvento. Ma si tratta di esprimersi allargando i confini dei significati, sperimentando intrecci, creando figure e immagini per intrattenere chi ascolta, senza necessariamente svelare tutto, lasciando quindi uno spiraglio per la libera interpretazione. Non è sempre facile, ma ci si prova.

[Stokka & MadBuddy: intervista]

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Di seguito la versione integrale dell’intervista che ho fatto a Stokka (già autore di un Blaluca Mixtape, questo) via Skype in occasione dell’uscita di #Bypass (Unlimited Struggle Recordings), l’album che il produttore e rapper palermitano ha realizzato in coppia con il suo socio storico, MadBuddy. Ho concordato l’intervista con Rumore per pubblicare degli stralci nel box apparso in calce alla recensione dell’album nella sezione ‘Ritmi’ del numero 246/247 (Luglio/Agosto 2012) dello stesso mensile.

Prima di tutto vorrei chiederti come spiegheresti a parole la musica di Stokka & MadBuddy a chi è proprio digiuno dei suoni e dei ritmi che frequentate.
Non mi è mai capitato di doverlo spiegare a una persona che parte da zero. Ormai l’hip hop è di dominio pubblico e faccio affidamento su questo. In ogni caso per spiegare la nostra musica bisogna tirare in ballo diversi generi. Noi cerchiamo di partire dall’hip hop più tradizionale, con cui siamo cresciuti, per poi cercare di contaminarlo con tutti gli spunti raccolti in questi anni: elettronica, soul… soprattutto di matrice britannica. Questo dal punto di vista musicale. Riguardo alla scrittura è un po’ più dura spiegare il nostro stile: lasciamo molto spazio all’immaginario, in ogni canzone facciamo più leva sulle immagini che trasmettiamo piuttosto che su un concetto specifico, ristretto.
MadBuddy non si è occupato delle produzioni…
Io stesso le ho curate in minima parte: sono appena quattro su quattordici le mie. Abbiamo lasciato spazio ad altre persone. Il produttore più presente nel disco è Big Joe, un ragazzo palermitano che tra le nuove leve dei produttori italiani è uno dei più validi: è super eclettico e ha fatto un grande lavoro. Poi abbiamo coinvolto Frank Siciliano, Shocca e Tony Madonia per aggiungere altre sonorità. MadBuddy si diletta a produrre sotto lo pseudonimo di Blessy ma prima di cimentarsi in produzioni per noi credo voglia ingranare un po’ di più. Anche se secondo me è molto capace.
Per quanto riguarda il tuo stile, ti ritrovi nella definizione di produttore musicale elettronico o ti sembra troppo vaga?
Mi ci ritrovo alla grande! Se per produttore di musica elettronica intendiamo chi usa macchine elettroniche, sono convinto che nell’hip hop lo siamo tutti. Detto ciò, mi ritrovo nella definizione anche se è attribuita a chi usa suoni elettronici. Anche perché #Bypass, a differenza del disco precedente (Block notes) – praticamente tutto prodotto con campioni -, è un disco per lo più suonato con sintetizzatori. Dunque la definizione va bene per me ma anche per gli altri che hanno lavorato alle musiche di questo disco.
A questo punto è utile tornare sui vostri ascolti e punti di riferimento britannici…
Sì, il nostro immaginario di gruppo hip hop è più vicino a un punto di vista inglese, molto più contaminato rispetto a quello americano. Ci ritroviamo di più anche in quel “lifestyle”: se penso a una realtà di riferimento penso a una realtà europea non americana, distante anni luce da quello che siamo.
Però qualche influenza Def Jux, per esempio, si può sentire nelle vostre cose.
Chiaro, ci piacciono tantissimo le cose Def jux.
Senza sfruttare i nuovi ritmi la vostra produzione musicale rispetto al resto della scena hip hop italiana suona molto avanti.
Ascoltando alcune nuove uscite italiane concordo sul fatto che si cerchi di sfruttare le nuove tendenze come la dusbtep (a cui credo ti riferisca). Per noi la musicalità del disco è oltremodo importante. Abbiamo cercato di innovare nel senso che la nostra sfida in #Bypass è stata quella di riuscire a inserire dei suoni nuovi – o comunque nuovi per Stokka & MadBuddy – senza snaturare il nostro approccio hip hop un po’ più tradizionale e muovendoci su delle linee che non seguono le tendenze attuali. Non abbiamo programmato di fare un pezzo più pop o con quei suoni elettronici che vanno per la maggiore nell’hip hop italiano. Volevamo prima di tutto creare delle canzoni che potessero rimanere.
Restando sulla musicalità mi hanno i colpito i vostri ritornelli: come li fate voi non si sentono nell’hip hop italiano.
I nostri ritornelli non sono super pop: da questo punto di vista siamo molto spontanei e se i nostri cantati possono risultare semplici, allo stesso tempo ci piacciono per come sanno essere diretti. Un sacco di persone inoltre mi ha fatto notare che continuiamo a fare ritornelli rappati, abitudine che si sta perdendo nel rap italiano.
Ascoltando il disco mi è venuto in mente Cose difficili dei Casino Royale remixata dai Sangue Misto nel ’95. Senza andare direttamente in Inghilterra, quell’approccio italiano che i Casino Royale hanno avuto specie in passato – e a loro modo – verso l’hip hop, può essere considerato un punto di riferimento per voi?
Noi siamo cresciuti con i Casino Royale! Sono stati un gruppo molto importante per noi, soprattutto nel periodo di Sempre più vicini e CRX, lo stesso a cui accenni tu. Dunque sono assolutamente un riferimento, sì. Ed è stato un grande onore aver coinvolto Patrick Benifei: eravamo esaltati all’idea! Se penso al ruolo dei Casino Royale in quel periodo degli anni ’90 direi che rappresentavano un gruppo che era vicino all’hip hop ma non faceva hip hop e che aveva un sound ricercato che affondava le radici nella cultura dell’Inghilterra. Be’, noi ci ritroviamo appieno in questo approccio ed è un po’ quello che vorremmo fare ora nell’era moderna. Certo, con un punto di partenza diverso, perché il nostro ambiente di provenienza è un altro, l’hip hop appunto. Tra l’altro i riferimenti ai Casino Royale li trovi anche nei testi, in un paio di versi come “Siamo io e la mia ombra abbracciati la sera”.
A proposito di versi me ne sono segnato uno in particolare: “Non vivo l’egotrip del rapper medio-italiano con la fissa che l’hip hop nasca e muoia a Milano”.
È una riflessione molto semplice. Parlando di hip hop italiano spesso si sente la frase, ormai un classico, “se vuoi fare questo, vai a Milano, per fare l’hip hop devi andare lì”. Non vuole essere affatto una stoccata alla scena milanese ma un modo di affermare che non stiamo a Milano e siamo convinti si possa fare la propria cosa da qualsiasi parte se ci si mette impegno. Poi chiaramente è un verso ironico che vuole anche far sorridere e riflettere sul paradosso di sentire sempre quell’affermazione. Noi veniamo da una città parecchio lontana da Milano ma eccoci qui.
E chi è che vuole far passare questo messaggio del rap così legato a Milano?
Guarda, io per primo sono cosciente delle opportunità che puoi avere a Milano e difficilmente altrove. La riflessione nasce anche in un momento in cui la maggioranza degli artisti rap che ha successo in Italia sta a Milano o viene da lì. Ma attenzione, per venire a registrare il disco siamo venuti a Milano e per la promozione ci siamo rivolti a una realtà di Milano… la mia dunque è una riflessione paradossale. Aggiungo che la mia visione da esterno mi fa pensare che un po’ vogliono farci credere questa cosa che il mondo finisca lì. Non so neanche quanto questa cosa sia visibile o credibile agli occhi di chi vive Milano ogni giorno.
Restando a Milano, hai accennato al lavoro di studio: come è andata con Night Skinny all’Eden Garden Studio?
Abbiamo pensato a Night Skinny perché avevamo bisogno di una persona che avesse un gusto simile a quello che volevamo trasmettere: in base a quello che ha prodotto e pubblicato ci sembrava la persona migliore in questo senso. Dal punto di vista tecnico inoltre è molto preparato e ha uno studio mega.

[Fatboy Slim: intervista]

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La seguente intervista a Fatboy Slim è stata pubblicata su Alias del manifesto di sabato 30 giugno 2012 (Alias ANNO 15 – N.26), a pp.10-11 con il titolo “La seconda vita di Fatboy Slim”. Ho intervistato il dj/produttore/remixer via web alla vigilia della data torinese del Kappa Futur Festival di sabato scorso.

Innanzi tutto si tratta del tuo primo live a Torino. Conosci la città?
Ho sentito che è una bellissima città, piena di gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Staremo a vedere…
Partiamo dai tuoi inizi: hai fatto parte di più band ma quanto l’esperienza fatta con gli Housemartins tra il 1985 e il 1988 ha influenzato la tua carriera solista?
Ho imparato molto da quell’esperienza, per esempio come funziona il mercato musicale e come farsi notare sul palco. Inoltre ho realizzato che funzionavo meglio come dj che come bassista!
Quali esperienze hanno influito sul tuo passaggio dalla carriera di musicista in una band a quella solista di dj?
Avere visto Grandmaster Flash di supporto ai Clash mi ha veramente cambiato la vita (si tratta del tour dei Clash del 1981, quando Fatboy Slim aveva diciotto anni, ndr). Mentre avere visto i miei vecchi amici dj, come i Coldcut e Cj Mackintosh, tirare fuori hit pop mi ha fatto chiedere come mai non ero fedele alla musica che davvero amavo.
A proposito di Grandmaster Flash: l’hip hop è stato appunto una tua fonte di ispirazione. Pensi che sia la cultura che meglio rappresenta i tempi moderni?
Guarda, faccio davvero fatica a relazionarmi con l’hip hop americano di oggi. Non chiamo le donne “bitch”, non sparo alla gente e non muoio dalla voglia di avere una Lexus nuova di zecca. L’hip hop che amo era quello dei party musicali, un ruolo che ora sta assolvendo la musica elettronica, l’house.
E cosa ti piace e cosa non ti piace della musica dance elettronica di oggi?
Non mi piace che sia troppo commerciale e che tutti si fermino ai soliti settaggi soft dei sintetizzatori. Mi piace invece che prenda piede in nuovi posti in giro per il mondo e stia rinascendo in America. Ma la cosa che mi piace di più è che continuano a invitarmi ai party!
Quali sono a tuo avviso i ritmi elettronici più interessanti al momento? Per esempio ti piacciono dubstep e juke?
Mi piace l’aspetto produttivo del dubstep ma non ho ancora capito come si balla! Riguardo il juke, non riesco proprio ad averci a che fare. Tieni presente che il mio ritmo preferito al momento è la cumbia!
Riformerai mai una band?
No. In quanto dj sto molto di più a casa, inoltre non sono mai stato un musicista o un cantautore molto bravo. Mi ci sono voluti quindici anni di tour per realizzare che la gente si esaltava di più quando suonavo i dischi piuttosto che la chitarra…
In effetti a vedere i video dei tuoi live set, deve essere incredibile stare lì di fronte a così tanta gente che balla…
Sì, è la storia più incredibile! Ma cerco di non pensarci molto. In quei momenti mi lascio contagiare e tento di andargli dietro con la musica. Non faccio altro che seguire la corrente e cercare di indovinare dove la gente vuole andare. Se pensassi troppo sarei distratto e finirei per commettere degli errori.
E cosa rende un tuo dj set ideale?
Gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Vedi sopra…
Passiamo all’arte del remix: da grande esperto in materia, che fase credi stia attraversando questa “pratica”, il cui concetto nel corso degli ultimi anni si è evoluto?
Ha quasi raggiunto la totale democrazia. Chiunque ormai può permettersi di maneggiare l’elettronica anche perché su internet sono disponibili molte a cappella e molte parti del pezzo. Inoltre chiunque può condividere il proprio lavoro senza coinvolgere case discografiche, pubblicizzarlo utilizzando youtube e soundcloud per esempio. Prima il remix era uno strumento promozionale, ora è la maniera con cui la gente riscolpisce i brani musicali a seconda dei propri bisogni e desideri.
E c’è un artista di cui vorresti remixare un brano e ancora non hai avuto modo di farlo?
Mi sarebbe piaciuto provarci con Al Green: ha la voce più soul del creato!
Da dove prendi ispirazione per trovare e selezionare i tuoi campioni?
Una volta dai mercatini dell’usato e dai magazzini americani ma di questi tempi pesco dai blog…
Se potessi sceglierne uno, qual è il brano per eccellenza di Fatboy Slim e perché?
Penso che Rockafella Skank in qualche modo riassuma tutto: il groove malato, la ripetizione e un climax esagerato che al tempo ha infranto un bel po’ di regole… ho dovuto combattere con la casa discografica per mantenere inalterato il radio mix, dicevano che avrebbe sconvolto la gente.
Per concludere, tre domande secche. La prima: qual è il tuo disco da isola deserta?
What’s Going On di Marvin Gaye.
Cosa stai ascoltando ora sul tuo iPod?
Sto ascoltando del merengue e un po’ di Bob Marley.
Come è successo che Christopher Walken sia finito a ballare nel video di Weapon of Choice?
Be’, Spike Jonze ha un’agenda favolosa!

["Rap Italia, l'era del grande caos" - Piotta + Macro Marco: interviste]

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Il seguente articolo è stata pubblicato su Alias del manifesto sabato 9 giugno 2012 (Alias ANNO 15 – N.23) con il titolo “Rap Italia, l’era del grande caos” (pp. 10-11). A complemento del pezzo introduttivo ho intervistato Piotta e Macro Marco.

L’impegno della scena romana, la denuncia di quella napoletana, l’edonismo alla milanese e il purismo dei bolognesi. Sono alcuni dei tratti generali del rap italiano che emergono dall’opinabile gioco di circoscriverlo in una singola città. Negli anni ’90 il rap in Italia si è prima caratterizzato per la sua militanza politica o comunque per la denuncia sociale. Successivamente c’è stato il flash di quel mix ispirato tra impegno e il tanto ambito quanto controverso “stile”: due nomi su tutti, Sangue Misto e Lou X. Infine è toccato a un’agonia impersonale, un periodo buio sia per la qualità, sia per il mercato – complice solo in parte l‘avvento dell’era digitale. Spazzato via l’entusiasmo di quel primo boom collettivo delle rime in italiano, accantonata del tutto l’utopia dell’unità della scena, nel decennio successivo si è ripartiti lentamente e senza chiari punti di riferimento. Facendo perno proprio sull’azzeramento prodotto dalla crisi di fine anni ’90, il mercato ha trovato un varco d’entrata, così sono stati firmati anche dai rapper i primi contratti seri con le major, i rapporti con i colossi della discografia sono diventati continuativi e le dinamiche sono decisamene cambiate rispetto agli anni in cui il rap veniva discusso nelle assemblee dei collettivi. Passate queste fasi, oggi la scena rap italiana da un certo punto di vista si può definire diversificata, da un altro priva di un’identità comune. E arrivare senza identità a trattare con i piani alti può diventare un problema, può significare consegnarsi nelle mani del mercato e dunque sottostare, più o meno consapevolmente, alle sue tendenze. Dimenticata l’esperienza dell’autoproduzione iniziale (quella consapevole), il problema reale pare proprio la difficoltà di trovare strutture di mercato che, con lungimiranza, portino il rap italiano alla maturità. Le piccole case discografiche non sembrano avere modelli da seguire e, oggi più che mai, non fruttano, dunque non hanno risorse professionali e mezzi, passione a parte. Una buona parte di queste, vista dall’esterno, fa anche sorgere il dubbio che produrre musica alternativa, e dunque restare nella nicchia sotterranea, non sia una scelta editoriale ma una condizione subita. Nel grande contenitore rock questo avviene in misura minore perché si parla di una realtà ben più radicata, in cui da tempo, anche in Italia, esiste un modello mainstream – o quantomeno funzionante – e uno alternativo. Così la divisione italiana delle grandi casi discografiche può permettersi di vendere con insistenza il rap esclusivamente come musica giovanilistica, anche quando prodotta da ultratrentenni. L’impressione esterna è che le major sappiano fin troppo bene (insieme a vari rapper) di doversi rivolgere irrimediabilmente a un pubblico adolescente o post-adolescente. Da un nostro incontro con un diciassettenne romano che segue il rap da circa quattro anni, è venuto fuori che tra i riferimenti del suo giro di amici non ci sono solo i popolari Fabri Fibra, Club Dogo, Marracash o Fedez ma anche veterani dell’impegno come Colle der Fomento e Assalti Frontali (“sono ancora molto stimati e acclamati”), artisti underground come Gemitaiz, Canesecco, Diluvio e MadMan e il rapcore del giro Truceklan. “Il rap da sempre vuole denunciare ma non dimentica il successo: qualche volta chi si afferma proviene da condizioni sociali al limite e fare una virata cominciando a produrre rap più commerciale non è così inconcepibile”, così ci ha raccontato. Per la controprova basta fare un giro ai concerti di Colle der Fomento e Assalti Frontali, due casi emblematici: i trentenni non mancano ma i ragazzini sono in maggioranza e ripetono a memoria anche i versi storici degli anni ’90. I più giovani e assidui seguaci del rap sembrano dunque ascoltare le rime a tempo a prescindere dal filone e dal messaggio, seguendo prima di tutto una passione forte. Ma il mercato sa che si tratta di una nicchia non decisiva per il decollo di un artista, magari capace di costituire la presenza minima garantita a un evento ma nient’altro. Insomma, a conti fatti, l’intero pubblico che sostiene il rap pare avere il suo stesso limite, non ha più un’identità netta: oggi in Italia tra gli ascoltatori di rap solo una minima parte frequenta la cultura hip hop. Dinamiche che fanno parte dell’entrata del rap nel mondo pop, guidata dalle major. Un passaggio che da noi avviene con fatica, anche a causa di quell’impronta iniziale militante e di denuncia con cui era esploso il fenomeno e che solo in parte si è persa – per lo più a causa di spaccature e polemiche interne alla scena. Ancora oggi insomma alcuni artisti resistono e fanno in modo che quel bagaglio non vada perso, anche dando vita a etichette che promuovono rap di qualità, consapevole, non urlato. Così, la varietà dell’ambiente rap odierno ha generato un cortocircuito all’italiana per cui si esce dalla porta dei centri sociali per entrare in quella degli uffici delle grandi case discografiche e viceversa. Se non di continuo, quasi. Tra le realtà che potrebbero avere una funzione mediatrice ci sono i club più o meno alternativi che stanno aprendo le porte ai rapper più o meno in voga, ma la fatica che fanno per instaurare un rapporto continuo e privilegiato con l’hip hop – come lo hanno con il rock – è ancora evidente. La risposta più concreta viene dall’interno ed è costituita dagli artisti che hanno frequentato i piani alti del mercato discografico e successivamente messo a disposizione degli altri la loro esperienza e passione, come Piotta, e da altri ancora, come Macro Marco, che restando attaccati ai sotterranei hanno fatto crescere alcuni artisti fino a farli corteggiare da major e tv. Entrambi dirigono un’etichetta e ci hanno raccontato le loro impressioni sulla fase che attualmente sta attraversando il rap in Italia. Una fase cruciale, in cui dal basso si ha l’occasione di ridare un’impronta trasversalmente credibile alle rime a tempo, anche visto lo stato economico in cui versa la grande industria musicale. È ancora possibile inventare il rap italiano?

INTERVISTA A PIOTTA

Tra gli artisti rap più popolari c’è chi si è smarcato sia da un pubblico solo hip hop, sia da quello adolescente e spensierato. Così, vuoi per coerenza a certe idee, vuoi per voglia di non seguire per attitudine o “per contratto” le tendenze, c’e’ ancora spazio per delle sorprese. Emblematico il percorso di Piotta, la cui esperienza dice molto sugli sviluppi della storia del rap in Italia. Abbiamo intervistato il recente autore di Odio gli indifferenti (La Grande Onda), album che ospita in un colpo solo Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, gli Africa Unite ma anche Dj Myke e Rancore, rapper di talento e attualmente molto quotato. Un album infarcito di suoni e ritmi diversi ma che ha come filo conduttore il rap. Non chiamatelo crossover però perché potrebbe sembrare un’operazione nostalgica e Piotta ci ha detto che le cose non stanno così.
Dire che quando l’hip hop italiano era volto all’impegno tu eri più scanzonato e ora che l’hip hop italiano pare votato al disimpegno tu figuri tra le voci più “conscious”, è una visione superficiale della tua carriera?
Se si analizza il mio percorso a singoli, cioè concentrandosi sulle canzoni estratte dagli album per proporle a un pubblico più ampio, è un’analisi che ci può stare. Entrando poi nel dettaglio, ogni mio album – a partire dal primo, del 1998, vedi pezzi come La valigia e Ciclico – ha brani impegnati o intimi. La maturazione mi ha portato a prendere sempre più consapevolezza di me. Da tempo non ho più bisogno di un personaggio per arrivare a tutti, basta Tommaso con la forza delle sue idee. Ho sottratto sempre più all’estetica e ampliato la conoscenza musicale e la capacità compositiva di musiche e testi.
Il tuo nuovo album sembra un omaggio agli anni ’90…
Io credo invece che Odio gli indifferenti sia un omaggio al futuro. Non amo molto il passato, in generale, e trovo malinconico vivere di ricordi. Guardo sempre avanti, forse troppo avanti, e se in Supercafone cantavo di un’Italia da commedia che poi è arrivata in parlamento, oggi canto il rigurgito di un ventennio edonista e superficiale. Il mio rigurgito è un mix di rap, rock e reggae, che vuole superare generi e barriere. Prendo posizione, mi espongo, cerco un confronto, metto in discussione.
E la citazione de L’odio (1995) in copertina? Ha un legame con l’attualità?
L’unico omaggio agli anni ‘90 è proprio quello a L’odio: un film culto che ha segnato più di una generazione. I legami con l’attualità sono tanti, a partire purtroppo dalla brutalità della polizia, ampiamente documentata e ripetutasi in numerosi e recenti episodi anche qui in Italia.
A proposito di impegno e attualità, cosa vuoi aggiungere sulla questione che ti ha visto opposto a Mediaset? Di recente hai dichiarato “se Mediaset continuerà a passare i miei brani durante il Grande Fratello, non potrò impedirlo a livello legale ma utilizzerò tutti i proventi che deriveranno dai diritti d’autore per sostenere il movimento No Tav”.
Personalmente trovo discutibile questo accordo quadro della Siae con Mediaset. Come autore vorrei avere la facoltà di poter impedire l’utilizzo di mie opere d’ingegno in contesti che trovo umilianti e in antitesi con il mio percorso. Lo trovo un danno d’immagine e morale ma non c’è scelta perché la Siae ha il monopolio e vuole incassare sempre.
Ma a posteriori si può dire che Supercafone e le altre tue hit ti abbiano permesso di essere più libero di tanti altri colleghi rispetto alle logiche di mercato?
Non saprei risponderti. Io mi sentivo libero nel farla, poi nel superarla, poi libero di sognare la Grande Onda (etichetta discografica di Piotta, ndr). Sempre a testa alta, perché se un artista non è libero di dire “no” a certe logiche di mercato, sarebbe veramente triste. Anche per questo ho fondato questa mia etichetta indipendente, perché gli squali non ci avranno mai!
Quindi sulla nascita de La Grande Onda ha influito anche una cattiva esperienza con i piani alti del mercato discografico?
L’etichetta è nata dall’esigenza di costruire un percorso autonomo e indipendente, in tutti i sensi. Un percorso coraggioso, viste le mille difficoltà economiche del momento acuite da una becera gestione delle dinamiche lavorative, non sviluppate da chi vive sui luoghi di lavoro ma da cattedratici. Mi piace l’approccio artigianale che si vive in questa dimensione, fatta di un rapporto molto familiare con artisti e fan-base. Insomma, niente superstar ma solo stelle del quartiere.
Parlando di un altro tipo di etichetta: quella di “supercafone” pesa ancora oggi o no?
Zero. Se poi per qualcuno pesa ancora è qualcuno che probabilmente non segue la musica alternativa, i concerti, ma magari una certa tv, tipo quella suddetta. Le porte sono sempre aperte, ci mancherebbe, ma non sarò io ad andare nella sua direzione, piuttosto l’opposto, oppure stiamo bene così.
A questo proposito: dai tempi del tuo picco di popolarità a oggi come e quanto è cambiato il tuo pubblico? E più in generale dagli anni dei tuoi inizi a oggi è cambiato molto il pubblico del rap in Italia?
Dal picco a qui cambia che il pubblico che mi seguiva è cresciuto con me e negli anni si sono aggiunti tanti ragazzi. Giovani attenti, sensibili alle tematiche sociali e alla realtà che si vive oggi, dinamici e musicalmente trasversali. È un pubblico che come me ama rap, rock, reggae e la musica alternativa in genere, con grande apertura mentale. Il pubblico del rap è aumentato a dismisura e finalmente ce n’è di tutti i tipi, a ciascuno il suo.

INTERVISTA A MACRO MARCO

Macro Beats attualmente è una delle etichette indipendenti hip hop di riferimento. “Anche se alcuni, forse per l’imprinting iniziale, ci considerano un’etichetta reggae – racconta il suo fondatore Macro Marco – in realtà nella nostra discografia i prodotti hip hop pesano di più in percentuale, assestandoti attorno al 70%, direi”. L’etichetta è nata nel 2007 e, continua Macro Marco, “tra uscite ufficiali e non, in questi cinque anni abbiamo lavorato una ventina di dischi”. Anche con lui, che milita nell’hip hop dagli anni ’90 prima di tutto in veste di dj e produttore musicale, abbiamo parlato dello stato del mercato italiano del rap e del pubblico che sostiene la disciplina musicale della cultura urbana per eccellenza.
Avere in roster artisti come Kiave e Ghemon (il suo Qualcosa è cambiato è una delle migliori uscite rap del 2012, ndr) significa lottare con le major per non farseli strappare? O ritieni l’esperienza con Macro Beats formativa rispetto a un futuro di questi e altri artisti nei piani alti del mercato discografico?
Avere artisti come loro in questo momento per noi significa aver lavorato bene! A parte l’oggettivo valore dei singoli artisti, il fatto che siano alla ribalta e che le major, le radio e le TV abbiano messo gli occhi su di loro è il risultato di un percorso iniziato insieme da anni, quindi non può che farci piacere. Rispetto ai nostri artisti non siamo mai stati né “gelosi” fino al punto di privarli di possibilità più alte, né “smaniosi” fino al punto di svenderli. Crediamo che la strada che stiamo percorrendo sia quella vincente e che l’unico futuro immaginabile per dare una posizione alla musica di qualità nel “mainstream” sia la collaborazione tra etichette indipendenti come la nostra e le major e/o altre grosse strutture come per esempio distributori, uffici stampa, agenzie di booking ecc…
Qual è l’identikit del pubblico che segue i vostri artisti e le vostre uscite?
Il nostro pubblico logicamente parte da un fan-base tipico del genere rap (e del genere reggae), fatto di ragazzi molto giovani, che sono anche quelli che ti seguono nei live e “morbosamente” su internet e sui social network. In realtà col passare del tempo mi sono reso conto che la nostra musica è seguita da persone estremamente diverse tra loro, di tutte le età. Molte non sono neanche persone strettamente fan dei nostri generi musicali ma hanno imparato ad amare i nostri artisti e i nostri suoni, prendendo quello dell’etichetta come logo di garanzia e di qualità.
Tu parti come artista ma poi oltre all’etichetta hai messo in piedi anche un booking: oggi in Italia si può vivere con il rap indipendente?
Si può vivere bene (non parlo a livello economico) sapendo di essere fortunati di fare nella vita quello che piace fare. Si può sopravvivere (e questa volta parlo a livello economico) nonostante i tempi siano quelli che sono. La prima risposta spesso e volentieri rende più facile tutto il resto.

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