Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

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[Dj Alik: intervista]

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Dj Alik, classe 1976, livornese. Un esponente dell’hip hop italiano attivo dagli anni Novanta, rimasto in ombra ma rispettato e stimato da qualsiasi appartenente alla scena lo conosca. Dj e producer, Alik ha appena realizzato Invisible Landscape. Un lavoro autoprodotto, undici tracce solcate dalle rime di tre mc statunitensi, Lost Poet, Jon Doe e Severe. Il primo rappa su ben nove basi e ha anche realizzato dei videoclip a partire da alcuni di questi brani (eccone uno, qui). Gli altri due si sono presi una base a testa. Attualmente Dj Alik sta lavorando a nuovi progetti dal respiro internazionale, tra cui quello con Dame Mariatchi, rapper di Detroit. Ho rivolto qualche domanda a Dj Alik su Invisible Landscape e non solo.

Dj Alik

Come è nato Invisible Landscape e come sei entrato in contatto con Lost Poet, Jon Doe e Severe?
Il progetto è nato su internet. Mettendo i miei beat in rete ho avuto molte richieste: vari artisti volevano fare dei featuring. Dunque sono stati proprio i tre mc presenti nell’album a contattarmi. Abbiamo iniziato a lavorare su una traccia così, senza impegno, per prova… Dopo vari ascolti di amici e conoscenti, seguiti tutti da complimenti, abbiamo continuato il lavoro ed è uscito Invisible Landscape. In pratica abbiamo definito le tracce mandandole su e giù, avanti e indietro via mail.
E, per chi non li conosce, cosa puoi dirci di Lost Poet, Jon Doe e Severe? Da dove vengono? Che esperienza hanno in ambito musicale?
Lost Poet e Jon Doe sono due mc di Los Angeles. Severe viene da Kansas city. Si tratta di mc underground e ognuno ha un suo progetto. Lost Poet fa parte di un gruppo chiamato Fugitive Assassins, molto attivo con live e mixtape. La prossima data di Lost Poet, per intenderci, è con The Alchemist e Oh No, ossia i Gangrene. Inoltre collabora con un bel po’ di artisti di LA e ha appena fondato un blog chiamato Rap Nerd TV dove intervista gente talentuosa ma sconosciuta, soprattutto della scena hip hop losangelina. Jon Doe invece collabora con vari produttori e ultimamente ha fatto un pezzo con KRS-One (lo trovate su soundcloud, qui). Severe ha una voce unica e un superflow ed è anche una grande cantane r’n’b’… con lei stiamo preparando un progetto insieme per questa estate.
Lost Poet in particolare ha rappato sulla maggioranza delle tue produzioni. Se tu che hai deciso di puntare più che altro su di lui o è stata una sua richiesta quella di essere così presente sul disco?
Ho in ballo altri lavori con Severe e Jon Doe. Dunque ho voluto puntare su Lost Poet per la maggior parte del disco anche perché il progetto è nato proprio da noi due – mi riferisco a titolo e copertina. Lost Poet inoltre è stato velocissimo a cantare sopra le mie basi ed è molto professionale. Ha interpretato i miei beat molto bene. Senza nulla togliere a Severe e Jon Doe, eh: sono due mostri del rap anche loro!
Hai vissuto a New York ma da qualche anno sei tornato in Italia. Quali pensi siano le differenze principali tra collaborare con rapper italiani e rapper statunitensi?
Guarda, sinceramente quando sei in un fondo o in uno studio per suonare, con i ragazzi intorno, è come se non ci fossero barriere e confini. Sia a NY sia in Italia mi sono trovato benissimo in queste situazioni a fare musica. A NY logicamente, specie se sei appassionato di hip hop, c’è di tutto e di più. Ma anche qui in Italia non si scherza più, si va avanti. Molta gente sta venendo fuori, sia mc sia produttori, e mi fa molto piacere vedere la scena crescere, non solo quella commerciale ma anche quella delle camerette di casa.
A proposito, come vedi lo stato attuale del rap italiano? C’è qualche album recente che ti è piaciuto particolarmente?
Penso che qui in Italia stia ritornando la vera essenza dell’hip hop, come alle origini. Mi spiego: vedo che chi crede veramente nel movimento ha ancora voglia di comprare vinili, campionare il vecchio e cercare il flow (anche nella vita…). Molti ragazzi stanno capendo quale sia la vera storia di fare hip hop. Certo, a dirla tutta, a parte gente come Lugi e pochi altri, l’hip hop in Italia ha una facciata aggressiva, presente in molti più testi rispetto a tanti altri paesi. Ma siamo ancora all’inizio, penso. Cresce piano ma cresce “in da right way”. Forse c’è stato troppo abuso di testi pesanti e un po’ depressi anche in passato… avremmo bisogno di mc che parlano più di amore nei testi, insomma un po’ meno aggressivi. Conto molto sulla “new generation of kidz”. Utimamente sto ascoltando molto i Kalibri Kalabri, a cui ha prodotto interamente il disco Dj Lugi più o meno due anni fa. Non mi pare sia andato molto bene ma secondo me dovrebbe essere un classico in Italia. Un disco veramente bello e soulful.
Qualche mc italiano con cui ti piacerebbe collaborare?
In passato ho collaborato con molti mc italiani. Tra quelli di oggi mi piacerebbe fare un mega beat underground per Fabri Fibra. Anche con Ensi mi piacerebbe collaborare e sono sicuro che si farà. D’altronde sono sempre in cameretta a produrre!
Per finire, mi diresti come produci i tuoi brani e dove vai a pescare i campioni?
Produco i miei brani con un MPC2000 e Roland 404, usando solo vinili, dal jazz al rock anni ’60 e ‘70, e giradischi. No mixer, effetti o editing: solo “sound raw”. Per il momento.

[Railster: The Blaluca Mixtape #13]

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Produttore, autore di remix e mixtape, l’udinese Railster è attivo dal 2000 e ha mosso i primi passi nell’hip hop per poi sperimentare suoni e ritmi elettronici di altra matrice. L’autore dell’album Patchwork Anthems (ReddArmy, 2009) e sorta di direttore artistico della raccolta BEAT.IT ha realizzato il tredicesimo Blaluca Mixtape (che si apre con un remix inedito di un brano di Night Skinny aka TNS). Ma non aggiungo altro perché ci siamo detto molto nella chiacchierata via web. Di seguito trovate il link al mix (cliccando sulla copertina), l’intervista e la tracklist. Buon ascolto e buona lettura.

Qual è stato il tuo ruolo in BEAT.IT? Come è nata l’idea?
L’idea è partita da Gabriele Marino di SentireAscoltare, che ha contattato il mio amico Marco (U.X.O.) e gli ha chiesto di fare una compilation sulla scena “wonky” (mi si passi il termine). Marco mi ha girato l’idea e ho cercato di metterla in pratica. Più di un anno fa ho creato un piccolo gruppo su facebook, dove ci teniamo in contatto condividendo le uscite musicali, scambiandoci opinioni, insomma conoscendoci. Anche questo ha influito nella decisione di fare una piccola raccolta, con alcune tracce musicali che potessero dare un aiuto a orientarsi a tutti gli artisti e alle etichette underground, magari anche per iniziare un percorso di approfondimento e di collaborazione. Poi da questa idea embrionale ci sono stati ulteriori sviluppi e tanti amici hanno dato un aiuto senza chiedere un euro. Ho contattato Filippo Aldovini della Error Broadcast che fin da subito si è dimostrato entusiasta dell’idea e mi ha anche dato una mano nella selezione dei brani e nella promozione, poi ho avuto la grande fortuna di incontrare MattB della Made In Glitch che con molta pazienza ha curato il processo di mastering per i brani ricevuti nel suo studio negli Stati Uniti. Io ho raccolto il materiale, ho coordinato tutto il progetto, ho fatto il sito internet. Ma tutto è stato fatto anche grazie al contributo di Fulvio della ReddArmy. Ulteriore menzione va a Chiara “Goose”, che ha curato la parte grafica del progetto, a Simone Zaccagnini, che ha creato l’immagine della copertina, e a Imeji studio, che ha fatto il piccolo video promozionale della compilation che spiega come piegare il booklet.
Hai un background hip hop ma il tuo Blaluca Mixtape spazia in vari ritmi. Già dai tuoi esordi eri interessato ad altri ritmi, anche lontani dall’hip hop, o è una passione che hai sviluppato nel corso del tempo?
La cultura hip hop è sempre stata un contenitore di diversi generi e influenze, da sempre la concepisco così. È stato fondamentale scoprire che Planet Rock era stata campionata dai Kraftwerk, gruppo che non aveva niente a che fare con quanto si è creato negli anni a seguire nel movimento hip hop. Stesso effetto scoprire che il giro di synth di Lose Control di Missy Elliot è uguale a quello di Clear di Juan Atkins (Cybotron). Quindi, cos’è l’hip hop se non una musica di contaminazioni? Di recente ho scritto un post su facebook in cui richiedevo maggiori informazioni sulla collaborazione tra Flying Lotus e Dorian Concept: non ne sapevo niente e la risposta mi ha impressionato visto che mi si diceva che avrei dovuto essere a conoscenza di tutte le ultime uscite, in quanto esperto del genere. Sinceramente non credo che la musica sia controllare i feed rss delle maggiori etichette di musica elettronica. In quel momento mi è sembrato di tornare ai banchi di scuola o davanti alla scena della mamma che ti dice di studiare mentre tu fai altro. È come quelli che fanno “assoli di chitarra metal” e ascoltano dischi di “assoli di chitarra metal”. Figo, no?
Intendi dire che si pretende molto da chi proviene dall’hip hop proprio per la sua natura, ormai assodata, di “genere contenitore”?
No. Credo che spesso ci sia l’idea che il produttore di un determinato genere di musica elettronica ascolti solamente questa particolare musica elettronica. Questo non è vero. Secondo me, in quei casi si tratta solo di invasati di un genere che potenzialmente si perdono le cose più interessanti. Spesso la musica elettronica può differenziarsi anche solo per l’utilizzo di particolari sample anziché di altri, e questo dà l’idea del cambiamento rispetto al passato. Se io mi fossi sempre focalizzato sul “wonky” forse non avrei capito neanche un disco come Butter di Hudson Mo o le ultime produzioni di Rustie. Quindi ascoltare diversi generi credo sia fondamentale.
Lasciando stare rapper e produttori, credi che il pubblico hip hop italiano in media sia davvero aperto all’ascolto di ritmi nati in altri contesti e magari interessato a conoscere altre sottoculture musicali? Anni fa si parlava molto dei “puristi”, oggi quel pubblico si può dire sia maturato?
Non so se si tratti di effettiva maturazione ma sicuramente l’hip hop, per quanto riguarda l’Italia, sta vivendo un buon periodo. Si sente molto l’influenza di generi come la dubstep, basti sentire Salmo che, con la sua Street Drive-in Remix per esempio, ha avuto un ottimo feedback: quasi due milioni di views. Anche la collaborazione tra Fibra e Marracash con Qualcuno normale suona molto fresca. Allo stesso modo tanti altri, come i miei amici milanesi 3 Is A Crowd, o gli Useless Wooden Toys o i Crookers, sicuramente hanno rinfrescato l’hip hop italiano portandolo verso influenze elettroniche. C’è stato anche un ricambio generazionale che ha aiutato gli artisti a spingersi più avanti, trovando dei giovani ascoltatori abituati a generi musicali differenti, meno “puristi” rispetto al passato. Ancora non c’è una grande ricerca da parte degli utenti stessi in diversi sottogeneri legati all’hip hop, ma su questo non mi sentirei di generalizzare, la musica e la ricerca sono sempre legate alla curiosità del singolo individuo. Oggi, rispetto a dieci anni fa, sicuramente ci sono più stimoli, quindi è più facile approfondire con una semplice ricerca su Google. Il pubblico hip hop si è allargato e anche l’offerta è diventata molto varia: mi pare una buona cosa per l’Italia. Nel mio caso, la compilation BEAT.IT è stata recensita da portali hip hop come RapBurger, il che mi ha fatto molto piacere, credevo anche che venisse scaricata maggiormente da utenti esteri, e invece è stato il contrario, tanti download sono proprio venuti da diverse parti d’Italia, e forse anche da computer hip hop.

TRACKLIST
01 Night Skinny – NYC Born (feat. Dre Love) (Railster Remix) (Inedit)
02 Rusko – Dirty Sexy
03 Chris Brown – Look At Me Now (feat. Lil Wayne & Busta Rhymes)
04 Girls – Girls (Baauer Remix)
05 Digi G’Alessio – Juke Skywalker
06 LDFD – Pinheiro
07 B JU – Gobble Gobble
08 Barrington Levy – The Vibes Is Right (Om Unit Edit)
09 Ital Tek – Days Illusion
10 heRobust – Frontman Bandwidth
11 Miqi O. – Honeyboxxx Generation (Leonard Dstroy Remix)
12 Ashanti – Foolish (eLan Remix)
13 Doug E Pillz (Radio Bootleg) (RAJA Remix)
14 Morpheground – Pathological
15 Todd Terje – Inspector Norse
16 Gus Gus – Within You
17 Joy Orbison & Boddika – Mercy
18 Lone – Vulcan Mill Acid
19 Gino Soccio – So Lonely (vinyl)

[Dj Foster: The Blaluca Mixtape #10]

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Dj Foster viene da un piccolo comune della provincia marchigiana. Dal 2009 è resident della radio londinese Sub FM: le sue selezioni vanno in onda ogni lunedì, dalle 15 alle 17. Negli anni si è appassionato a due culture urbane, prima l’hip hop, poi il dubstep: in entrambi i casi ha scelto giradischi e vinili per farne parte. Tralasciando le numerose date italiane, ha suonato a Londra, Bristol, Leeds, all’Outlook Festival, ad Amsterdam ed è stato ospite da GetDarker TV. Collabora costantemente con la Numa Crew (Firenze/Elastica/Erba rec). Per Blaluca ha realizzato un mix assolutamente notturno (e pieno di bassi). Come consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda. Di seguito il mix, il decimo della serie, e l’intervista. Buon ascolto e buona lettura.

[The Blaluca Mixtape #10], posted with vodpod

Mai avuto la tentazione di trasferirti a Londra?
Sì, a volte ce l’ho ancora e molti me lo consigliano, spesso. Immagino sia come andare in un ristorante chic dove si mangia stretti, tutti attaccati: tante opportunità in più da sfruttare ma allo stesso tempo tante persone in più che le sfruttano o tentano di farlo. E il senso di questa metafora me l’hanno confermato molti inglesi e/o gente trasferitasi a Londra. Non sto dicendo che mi piace fare il “profeta in patria” e che la “competizione” è una cosa negativa. Anzi, avere a che fare con un mercato più grande, vedere come lavorano altre persone, come e cosa suonano altri dj, così come suonare con questi dj fuori dall’Italia, sono le cose che ti formano di più. Dovrebbero portare a Londra il mare e i portici tipo Bologna per quando piove… a quel punto sarebbe perfetta per me! Hahahaha!
Negozi a parte, come ti procuri i vinili che collezioni?
Da privati, spesso inglesi. Oppure, a volte, da conoscenti che vogliono fare scambi, gente che magari ora suona altra musica o che ha bisogno di soldi. Anche da internet, ovvio: ci sono molti shop sconosciuti che, nonostante non siano specializzati in bass-music, tengono qualcosa del genere. Basta cercare. Mi ricordo una volta, su un forum, un ragazzo mise in vendita una collezione smisurata di dubstep perché aveva bisogno di soldi per il matrimonio: giuro, quando ho letto il motivo (e i titoli dei dischi) avrei voluto chiamarlo e dire “stai facendo l’errore più grande della tua vita” (lol). Mi ricordo per esempio il DMZ 008, lo presi anni fa da un negozio australiano, penso fosse davvero una delle ultime copie non usate in circolazione, non ne ho più viste. Dead man walking invece lo trovai a Bologna da Disco D’oro, messo come ultimo nella sezione dubstep, quando online tutti lo cercavano.
Come e quanto ha inciso il tuo passato da turntablist sullo stile con cui mixi oggi?
Ha facilitato le cose, avevo già molta confidenza col vinile e nel passare velocemente da un disco a un altro. Questo aiuta, e non poco, quando per esempio si vuole fare una selezione veloce o un 3 decks set. In ogni caso, l’unica cosa che forse incide sullo stile con cui mixo oggi è la reazione delle persone che mi ascoltano.
Hip hop e dubstep: dalla tua esperienza, ci sono qualità dell’uno che farebbero comodo all’altro? Mi riferisco a scena e movimento, non all’aspetto musicale.
A me sembra che molte qualità dell’uno stiano già facendo comodo all’altro e viceversa. Fondamentalmente sono due culture underground che nello stesso periodo, o quasi, stanno riscuotendo successo a livelli più alti. Il fatto che usino le proprie rispettive visibilità (in crescita) per auto-alimentarsi a vicenda è segno di una sorta di evoluzione, lo vedo come un bene, se fatto con coscienza, senza perdere i principi di ognuna. Oggi in Italia è palese che l’hip hop sta sfruttando l’ondata della dubstep, vediamo sempre più rapper cantare su basi del genere. Sfruttare non lo dico in maniera negativa, l’ho detto prima: è un bene. Come la dubstep usufruisce della popolarità di artisti come Fabri Fibra, Marracash, Guè Pequeno, Salmo ecc… per cercar di far arrivare a un pubblico sempre più vasto il messaggio “svegliatevi, siamo anni indietro! Serve roba nuova! E sappiate che questa roba che vi piace solo adesso esiste già da tempo!”.
E come reputi lo stato di salute della bass music oggi? Per esempio: sbaglio o, dopo un periodo di esposizione pubblica, sta tornando a essere roba per “quelli del giro”?
Le serate con un piatto solo e soundsystem autocostruiti penso non siano neanche paragonabili alle serate nei club. Nel complesso comunque lo reputo buono, considerando soprattutto evoluzione e popolarità, vedi sopra il rapporto hip hop-dubstep, l’avvicinamento di molti gruppi dub a sonorità più elettroniche, le sempre più numerose serate in giro, il pubblico sempre più vasto. Sulla qualità ovvio, si può solo che lavorare: a volte basterebbe solo informarsi un minimo prima di dare un’etichetta.

TRACKLIST
01 Epitome – Sublife (Dj Madd Remix) (NoMad Records dub)
02 Compa – Security (Area Recordings dub)
03 Content – Osmosis (forthcoming)
04 Core – Rescue room (dub)
05 Lapo Numa Crew – Rah rah rah (dub)
06 Sleeper – Narrow (Chestplate)
07 Ollie303 – Destroy and Rebuild VIP (dub)
08 Noiza – Seppuku (dub)
09 Mala – Eyez VIP (DMZ)
10 Killawatt – Five suns (dub)
11 J Kenzo – Therapy (Tempa)
12 Von D – Fantom (dub)
13 Killawatt & Core – Black Mamba (dub)
14 Biome – Moody (Macabre Unit Digital)

[Italia: il popolo del reggae Vs. l’ego del rap]

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Ogni tanto mi capita di recensire dischi reggae. In questi giorni per esempio sono alle prese con The Burnin Melody dell’italo-africano Lion D. Anche se, a differenza del rap, non posso dire sia proprio affar mio, fin dalla tarda adolescenza ho avuto amici patiti del ritmo giamaicano con cui scambiare informazioni, condividere ascolti e via così. Beh, regolarmente quando ho a che fare col reggae mi faccio qualche domanda sul diverso impatto sociale che ha (avuto) in Italia rispetto al rap. D’altronde se il festival reggae più importante d’Europa, il Rototom Sunsplash (vedi foto), fino a quest’anno si è svolto proprio qui in Italia, un motivo ci sarà. Faccio qualche passo indietro.

Subito dopo il boom delle posse a tempo, ossia del rap (in) italiano dei primi anni Novanta, ogni volta che si entrava in un centro sociale o in uno di quei club/locali/circoli “alternativi” ci si sentiva un po’ come i Blues Brothers quando entrano al Bob’s Country Bunker:
- Che genere di musica fate qui di solito?
- Ne facciamo di tutti e due i generi: country e western.

Nella seconda metà degli anni Novanta bastava guardare i flyer o fare due passi all’interno del posto per capire che, fosse un concerto o un dj set, facevano tutti e due i generi: o ska o reggae. Se nei racconti sulla New York della prima metà degli anni Ottanta si legge che potevi imbatterti in un ragazzino che a un angolo di strada ascoltava i Run DMC grazie al suo ghetto blaster mentre all’angolo di fronte un suo coetaneo sparava il reggae di Yellowman, da queste parti si aveva la sensazione che mancasse un angolo di strada, o che l’avessero sgomberato, o ancora che all’angolo di fronte a quello del reggae ci fosse qualcuno che spingeva roba tipo Skatalites.
Solo pochi anni prima rap e reggae/ragga in Italia avevano vissuto in contemporanea un successo da sold out: c’era meno distinzione tra pubblico e artisti perché tutti volevano produrre musica di quel genere; contenuti e competenze quindi spesso latitavano. Ma è stata la reputazione del rap, che in alcune fasi ha anche goduto di entusiasmo maggiore, a uscirne più segnata.
Sulla sponda giamaicana trasposta in Italia andava per la maggiore un raggamuffer macho come Shabba Ranks, la cui musica era intesa più che altro per far strusciare i corpi nella dance hall. Eppure nella gran parte dei luoghi alternativi è stato il rap a essere presto vissuto – sempre dopo il boom delle posse a tempo – come un genere commerciale, veicolo di idiozie e non più di messaggi forti o radicali, musicalmente monotono e via dicendo. Si trattava di un preconcetto nei confronti di una cultura nata negli Usa? Di implicita assuefazione all’immagine ‘solo spocchia, machismo e violenza’ che la televisione dava dell’hip hop? Oppure
troppi, illusi dall’apparente facilità con cui si può produrre rap, si erano lanciati nell’impresa? È stata decisiva l’assenza di una figura carismatica, popolare e positiva come Bob Marley nella storia del rap? O, più banalmente, l’ambiente aveva realizzato che il reggae delle radici e i suoi derivati sono musiche che – Cypress Hill a parte – meglio si sposano con quell’effetto della cannabis e dei suoi derivati che ti fa sentire in maniera più articolata la composizione sonora di un brano (oltre che socializzare)?
La storia dice che negli ultimi anni, senza toccare i livelli della prima metà dei Novanta, c’è stato un ritorno di fiamma tra centri sociali e rap, quasi ad azzerare il gap col reggae. Ma ci sono alcune rime del nostro rapper più in vista, Fabri Fibra, che non possono essere ignorate; in Su le mani, per esempio, dice: “faccio il rap per i maiali, canto in bunker, nei tendoni, con i morti nei locali, in piazza, in discoteca ma mai nei centri sociali“. Considerando che ci sono molti seguaci di Fibra pronti a ripetere questi e altri versi a vanvera, qualche dubbio sulla reale consistenza del feeling viene.

Lasciando stare centri sociali e giro alternativo, c’è un fatto: entrambi i generi musicali hanno una cultura alle spalle. Il concetto di unità, grazie al rastafarianesimo, è ricorrente e fondamentale nel reggae, che non a caso ha un seguito compatto, una sorta di popolo internazionale. Oggi in Italia il reggae ha un pubblico di varie età ma più o meno inquadrabile: certe idee sono condivise, così i frequentatori del ritmo giamaicano in qualche modo hanno lo stesso background e provano un netto sentimento di appartenenza. Il rap invece è trasversale, non per l’età dei seguaci – visto che per lo più appassiona adolescenti e ventenni – ma per la loro estrazione sociale e culturale: dal riscontro commerciale di metà anni Zero in poi chiunque frequenta il rap. Risultato? Nel giro reggae c’è un senso di comunità condiviso, nel giro rap per lo più c’è solo nel look, e non c’entrano le diversità dei suoi seguaci: quando gli Ego non sono supportati da sostanza e coscienza, c’è la frammentazione. Nonostante una realtà come la Zulu Nation esista dal 1973, tra i valori della cultura hip hop in Italia pare abbia attecchito più che altro l’antagonismo, lascito delle gang (dalle nostre parti quindi inoffensivo).

The Boondocks © Aaron McGruder

A questo punto tocca tirare in ballo i rappresentanti artistici: la nostra scena rap pare vivere la frustrazione di alzare continuamente polveroni nel vuoto; nel rap italiano l’antagonismo non riesce a proiettarsi con sincerità e continuità all’esterno, di rado diventa un punto di vista altro considerato tanto seriamente da creare una dinamica attrattiva e fruttuosa col pubblico. L’antagonismo nel rap italiano resta interiore, producendo dunque un effetto dilaniante per scena e frequentatori; si tratta di un’analisi generale, da cui si potrebbero escludere vari esponenti, ma la divisione in micro-partiti in conflitto – chi più menefreghista chi meno pacifico, chi più innocuo chi meno sfrontato, chi ispirato e/o geniale e chi spocchioso e/o goffo -, c’è. Lo dimostrano anche i recenti contrasti di cui si è occupata soprattutto la rivista XL (Club Dogo Vs. Militant A) ma di cui la schiera di ragazzini entrati nel giro a metà anni Zero ne sarà venuta per lo più a conoscenza con un passaparola fazioso; ragazzini, se possibile, sempre un po’ più confusi dei loro beniamini. Insomma, nessuna traccia del concetto di unità ereditato da una fede/cultura come i “fricchettoni scoppiati” del giro reggae; e poco importa se anche di qua c’è la sostanza utile da cui prendere ispirazione per dare vita a una realtà simile.

L’aspetto più spiazzante della faccenda è che il parallelo tra pubblico reggae e pubblico rap regge soprattutto perché, proprio dal boom delle posse a tempo in poi, i due versanti condividono vari appassionati. Ma in casi simili si tratta in gran parte dei frequentatori privati dei due generi, quelli che non cercano appartenenze. Dunque se c’è uno scambio resta ininfluente.

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