Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

Posts Tagged ‘el país

[Altri nomi: Javiera Mena]

leave a comment »

La Spagna per ragioni evidenti ha un rapporto privilegiato con la musica prodotta in Sud America e se l’Argentina è identificata soprattutto per la produzione rock, il suo rock nacional, il Cile grazie alla nuova generazione pare essere diventato il paese di riferimento del pop d’autore. Una delle ultime “scoperte” spagnole è il nome di punta di questa scena, Javiera Mena, cantautrice che si muove tra dream pop ed electro pop. Nata nel 1983, l’artista di Santiago è portatrice sana proprio del suono anni ’80, lo stesso che durante la dittatura di Pinochet per varie ragioni non andava proprio per la maggiore, quanto meno a cielo aperto o nelle occasioni ufficiali. Voce sussurrata, dunque secondo i cliché anche sexy, senso della melodia non proprio scontato, un primo album, Esquemas Juveniles (2006), più “riflessivo”, con più canzoni, un secondo, Mena (2010), più diretto, con più hit.
“C’è una discoteca che si chiama Blondie dove mettono pura new wave. È la più importante per la musica alternativa e io ci sono andata da quando ho 16 anni” ha dichiarato Javiera Mena al quotidiano spagnolo El País, senza aggiungere che in quella discoteca ha finito anche per suonarci dal vivo. Nel suo pop non mancano dunque influenze d’autore come,
allo stesso tempo, non mancano le cadute di stile, su tutte vedi la cover (in spagnolo, chiaramente) di Non voglio mica la luna di Fiordaliso – Yo no te pido la luna, portata al successo sul mercato latino-americano dalla messicana Daniela Romo già nel 1984, quasi in contemporanea all’uscita italiana della hit sanremese, in ogni caso non fa che ribadire la devozione totale della Nostra per la musica popolare, anche quando sbracata. Insomma siamo in profondo territorio pop: “Non mi identifico molto col giro indie quanto con un profilo popolare ma non così popolare come possono esserlo altri artisti” ha dichiarato ai tempi dell’esordio. Qualche anno fa Erlend Øye l’ha invitata – tramite myspace – ad aprire i concerti dei Kings Of Covenience in Spagna perché Esquemas Juveniles è stato il suo album preferito del 2007 – “il primo album in spagnolo che mi è piaciuto davvero”. Anche da qui nasce l’attenzione della Spagna. Di certo per ascoltare, ancora prima di apprezzare, Javiera Mena bisogna lasciar andare un po’ di preconcetti, da quello sulla musica più accessibile a quello sulla “lolita pop” (a dirla tutta costruita in particolare per questo secondo album) passando per quello sull’uso dello spagnolo in musica. O magari prendere in considerazione che la ragazza suonerà al prossimo Primavera Sound.


[Altri nomi: Martín Buscaglia]

with 2 comments

Proprio ieri (qui) ho segnalato desubicados.tv e tra i protagonisti di uno dei servizi della webtv spagnola – quello ambientato nel mercato coperto Antón Martín di Madrid – figura Martín Buscaglia (1972), cantautore e polistrumentista di Montevideo. Il suo pop d’autore è venato soprattutto di funk, ha vari spunti che si rifanno al tropicalismo e non ignora la tradizione del suo Paese (vedi il candombe, tipico ritmo uruguayo). Dopo l’exploit del 2006 con El Evangelio segun mi jardinero, album che ha ricevuto diversi premi nonché consensi sulla stampa nazionale e internazionale (in primis argentina e spagnola ma anche inglese, messicana, cilena e brasiliana), nel 2010 è uscito il suo quinto disco, Temporada de conejos, come il precedente pubblicato in patria dall’ottima etichetta argentina Los años luz discos e in parte dell’Europa dalla spagnola Lovemonk. D’altronde il Nostro vive tra Madrid, Montevideo e Buenos Aires e di conseguenza ha un rapporto privilegiato con etichette, studi di registrazione, locali e testate giornalistiche di queste tre metropoli. L’edizione argentina di Rolling Stone ha inserito El Evangelio segun mi jardinero tra i 10 migliori dischi del 2006 e Temporada de conejos tra i 50 del 2010. Tra le descrizioni più azzeccate per sintetizzare la musica di Buscaglia c’è quella del quotidiano spagnolo El País: “è come se David Byrne fosse davvero latino”. Già, perché prima ho scritto “soprattutto funk” ma in Buscaglia, più che mai in questo suo ultimo disco, gli spunti sonori spaziano in varie direzioni e le citazioni abbondano. I suoi brani dunque non possono che essere articolati ma mai sovraccarichi o caotici e il filo conduttore è il marchio del suo autore: la conservazione di uno spirito scanzonato. “La questione ludica – ha dichiarato Buscaglia – resta il mio punto di partenza. Mi interessa la proposta dei surrealisti e dei dadaisti, l’idea che l’aspetto onirico e il gioco ti conducano a qualcosa di più profondo senza che tu debba decidere il percorso”. E si sente.
La band che lo accompagna si chiama Bochamakers ed è formata da Mateo Moreno, Martín Ibarburu, Matías Rada ed Herman Klang, ma nei video di desubicados (si veda qui) fa tutto da solo. D’altronde Buscaglia sa suonare chitarra, basso, ukulele, banjo, marimba, tastiere, batteria e “tuppertronic” (strumento inventato da lui); nel contempo per definire ancor meglio la sua musica non si nega l’uso di alcuni giocattoli e altri oggetti vari. Addirittura in un pezzo – Que Importa Blablablá – si dà anche allo scratch; certo, con uno stile elementare, o ludico che dir si voglia, ma ottiene il suo effetto. In Temporada de conejos c’è un grado di “policromia” superiore al pop dei Gorillaz, per fare un esempio emblematico. Pop d’autore contemporaneo e mai autocompiaciuto. E in uno degli ultimi brani, Spam – una sorta di jam tra funk e hip hop – sul finale, dopo una serie di versi impazziti in inglese c’è anche un turpiloquio in italiano…

[Lisandro Aristimuño: intervista]

with one comment

Lisandro_palacio peñarol_pata torres_002Circa un anno e mezzo fa, qualche mese dopo il mio secondo viaggio in Argentina, ho curato uno speciale per Alias del Manifesto sulla nuova onda musicale del grande Paese sudamericano dai più identificato con le meste melodie “tanguere”. Uscito col titolo ‘Il beat continuo dell’Argentina’, l’articolo parlava principalmente di quattro musicisti: Kevin Johansen, Axel Krygier, Federico Aubele e Lisandro Aristimuño. Per l’occasione a quest’ultimo avevo rivolto tre domande via mail ma sullo speciale avevo inserito solo stralci delle sue risposte. Ho deciso di mettere qui su Blaluca la versione integrale dell’intervista perché si tratta di un musicista misconosciuto dalle nostre parti, ma di raro talento; in questi giorni inoltre, in Argentina, sta uscendo il suo quarto album, Las cronicas del viento (Viento Azul discos), che aspetto impaziente di ascoltare. Un paio di suoi brani potreste averli ascoltati su Radio Popolare, precisamente su Jalla!Jalla!, trasmissione in network condotta da Paolo Maggioni e Nello Avellani dove sono stato ospite qualche volta, più che altro per parlare di musica argentina appunto. Aristimuño, classe 1978, è nato a Viedma, la città più antica della Patagonia. La sua musica, una sorta di “folktronica” spesso acustica e sotto forma di canzone, ha alle spalle un gran lavoro sugli arrangiamenti e sulla parte vocale, è molto intima e si sofferma sulle piccole cose. Il quotidiano spagnolo El País ha definito Aristimuño “il Thom Yorke della Patagonia”.
Sui booklet dei tuoi album in fondo ai testi delle canzoni, di fianco al tuo nome si legge spesso ‘voci’, più di ‘voce’. Che lavoro c’è sulle parti vocali?
La voce per me è importante in tutta la musica, non solo nelle mie canzoni ma anche in quelle che ascolto; se la voce è dolce, profonda e credibile, la canzone mi cattura subito. Nel mio caso mi piace utilizzare la voce in molte maniere: nei concerti uso due microfoni, in uno canto con la voce chiara, nell’altro la filtro e ci metto dei delay per ottenere varianti e colori. I musicisti che suonano con me oltre a suonare i propri strumenti cantano tutti, così ci sono molte armonie vocali nella maggior parte delle canzoni. Mi piacciono i cori e nei miei dischi me ne servo abbastanza.
Nei tuoi testi torna con insistenza il ‘tu’ (in argentino, ‘vos’, nda) e spesso sembra si tratti di una persona amata: si può dire che il verbo amare sia il primo da associare alla tua musica?
Come dicono i Beatles: all you need is love. Credo nell’amore e mi interessa fomentarlo. Non solo l’amore di coppia: nei miei testi spesso sembra che sto parlando di una donna ma l’amore non sta solo lì… per farti un esempio si può parlare dell’amore tra una pianta e l’aria.
Sembra che molti dei tuoi testi – penso per esempio a quello di Anochecer nell’album Ese asunto de la ventana - sia più “facile” scriverli se si è cresciuti in Patagonia. È così?
Può darsi sia così. La Patagonia è un posto che mi ispira moltissimo e in varie occasioni i miei testi presentano quei paesaggi che mi porto dentro. In questa grande città che è Buenos Aires (dove vivo da sette anni) a volte ho bisogno di chiudere i miei occhi e far uscire quelle fotografie, quegli odori e quelle sensazioni della mia infanzia patagonica per ispirarmi in mezzo a tanto fumo e rumore urbano.

[Quotes: Paul Theroux]

leave a comment »

Paul Theroux (© William Furniss)

Paul Theroux (© William Furniss)

In quasi nove anni di giornalismo mi sono convinto che una delle missioni più difficili del mestiere sia realizzare una buona intervista. Dipende dal soggetto in questione, da quanto ha da dire ed è disposto a dire, da quante interviste ha già rilasciato o deve rilasciare quel giorno; dalla naturalezza delle domande, da come il giornalista e l’intervistato padroneggiano la lingua scelta per dialogare, ma chiaramente dipende molto anche da quanto il giornalista è preparato e, soprattutto, dalla tensione che si crea tra i due soggetti in questione. Le interviste via mail e, in misura minore, quelle via telefono, risentono della distanza. Lo scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, traduttore e giornalista peruviano Santiago Roncagliolo (1975) oggi su El País pubblica il resoconto del suo incontro in un bar di Matosinhos, in Portogallo, con lo scrittore e viaggiatore statunitense Paul Theroux (1941), non proprio la persona più semplice da intervistare: “Un’intervista? Se vuoi siediti ora, parliamo e pubblichi questo. Ma non mi fare un’intervista”. Insomma, la premessa non era delle migliori. Eppure Roncagliolo, sfruttando questa brusca tensione, in poche righe, ha tirato fuori a Theroux qualcosa di interessante. “Viaggiare è cruciale per scrivere. Quando mi chiedono un consiglio per fare lo scrittore ne do sempre due: leggi molto e allontanati da casa”. E ancora: “Quando viaggio non mi interessano i palazzi e i monumenti. Quello che cerco è l’architettura umana”. Ma sul finale ecco l’apice della tensione:
Roncagliolo: “Viaggia molto, si dedica a scrivere, vive alle Hawaii… Deve essere felice, no?”
Theroux: “Un uomo felice non può essere uno scrittore. È troppo occupato a essere felice”.
Eccola qui.

Written by blaluca

28 aprile 2009 at 3:24 pm

[Bcn: porno per donne]

with 6 comments

porno1

Per l’ultima opera dell’artista contemporaneo Santiago Serra (1966), Los penetrados, il quotidiano El País ha titolato “Può la pornografia essere arte politica?”. Ospitata alla galleria Helga de Alvear di Madrid, l’opera è arrivata al pubblico spagnolo poco dopo l’uscita del libro manifesto del porno femminista: Porno para mujeres (Ed. Melusina, 224 pagine, 28 Euro) di Erika Lust (1977), in uscita anche in francese, tedesco e inglese. In italiano? Per ora no. Basta superdotati, basta donne a letto con i tacchi alti, basta umiliazioni subite da personaggi femminili. Contro i cliché e l’immaginario del porno più popolare ecco questa cineasta svedese, dal 2000 di stanza a Barcellona, di cui in Spagna si fa un gran parlare; dalla stampa alternativa a quella femminile passando per El País fino ad arrivare al popolare talk show tv Buenafuente. Alla Lust la realtà del porno convenzionale è sempre sembrata troppo fittizia per quanto ci fosse qualcosa che l’attraesse; la sua risposta è un porno realista, professionale, cosciente e politicamente corretto, in primis con le donne. Dopo vari video – tra cui un documentario su pratiche masturbatorie, Barcelona Sex Project, e il primo cortometraggio pornografico licenziato con Creative Commons – ora firma questo libro, meglio ancora una guida al porno, in cui prima di tutto reclama spazio per un cinema X rivolto alle donne, specie quelle della sua generazione: “siamo cresciute con Mtv sullo sfondo – scrive -, è inaccettabile la qualità audiovisiva che ci propone il cinema adulto”. La Lust definisce il femminismo oltre i luoghi comuni, raccontandone appunto il rapporto col porno; il suo non è certo vetero-femminismo, ma non per questo frivolo. La sua laurea in scienze politiche con specializzazione in femminismo, in alcuni passaggi si fa sentire. Ma anche per la presenza di schede filmiche e un dizionario tecnico il libro, un po’ come un film porno senza trama, può essere sfogliato non linearmente. Va in questa direzione la ripetizione dei concetti chiave; vedi “[…] le minoranze sessuali rivendicano di non essere adeguatamente rappresentate nel cinema X”. Di fianco a questo aspetto leggero però emerge la naturalezza con cui si affronta il tema, che non lascia spazio a sospetti ingombranti sull’operazione. Per Erika Lust il porno è un sottogenere alla stregua dell’horror e nell’epoca di youporn – dell’inflazione del genere – l’autrice definisce ulteriori sottogeneri (come il ‘Porno Reality’), ne svela gli artifici e dà una mano a decifrarli, dunque fa un passo in là verso un uso cosciente del porno tutto. Un tocco di approssimazione subentra quando azzarda lo sconfinamento nel cinema classico: si è scelto di non citare Un chant d’amour, cortometraggio esplicito di Jean Genet del 1950? Altrettanto sospetto citare solo tra le righe Larry Clark e dimenticare del tutto la rappresentazione del sesso di cineasti come Bruno Dumont o Gregg Araki. La cineasta svedese se la cava meglio quando parla di Russ Meyer, cineasta americano di culto anche perché alfiere delle attrici maggiorate. Infine i continui rimandi a siti internet, ma soprattutto le foto e le illustrazioni danno un tocco pop al libro: pop-porno? Politico e pop. Con l’impegno al servizio, oltre che del piacere, del mercato.

porno2

[BCN Cap 3 - Le immagini dell’abitudine]

with 2 comments

Se Woody Allen (1935) si fosse preso il tempo di vivere per un periodo (a) Barcellona probabilmente nel suo lungometraggio-spot Vicky Cristina Barcelona ci sarebbero stati meno cliché estetico-figurativi. Il suo collega Ventura Pons (1945) a Barcellona ci è proprio nato così nel suo lungometraggio del 2007, Barcelona (un mapa), si è potuto naturalmente permettere di avere un punto di vista critico nei riguardi della città. Il rito di uno dei suoi personaggi a ogni passaggio nei dintorni della Sagrada Familia parla chiaro: la donna non può fare a meno di fermarsi e urlare a squarciagola; e quando le chiedono “Perché? Non le piace?” risponde “La domanda andrebbe formulata al contrario: noi piacciamo alla Sagrada Familia?”. Le fa eco un altro dei protagonisti quando dice che vorrebbe bruciarla insieme al Macba, la Torre Agbar, il Teatre Nacional de Catalunya e i grattacieli della Barceloneta, sul lungomare. Questi punti di vista rappresentano una tendenza piuttosto diffusa in città, fanno parte di una corrente di pensiero trasversale. L’approccio di Barcelona (un mapa) infatti non è tanto lontano da quello dei dodici autori del libro Odio Barcelona (Ed. Molusina, 189 pagine, 17,00 euro): una critica cosciente, e in fin dei conti mai radicale, che svela, oltre l’odio, l’amore. Sarà un caso ma in questo libro la scrittrice e giornalista de El Mundo, Llucia Ramis, svela tutto il suo scetticismo verso l’autore di Io e Annie e Manhattan: “Esagerando un po’ – scrive – potremmo dire che negli Usa si ricordano appena chi sia Woody Allen”. Il cerchio si chiude.Gli stranieri attraverso cui si vede la città in Odio Barcelona e Barcelona (un mapa) sono sud-americani, non nord-americani come in Vicky Cristina Barcelona, e questo elemento contribuisce a far stare le prime due opere dalla parte del mondo verosimile in maniera molto più decisa. Chiaramente le intenzioni di Allen, rispetto a Ventura Pons e al gruppo di scrittori in questione, erano ben differenti, ma molti barcellonesi – amministrazione a parte – non gli hanno perdonato la superficialità riguardo l’ambientazione; solo nelle interviste a film già uscito il regista newyorkese ha dichiarato a più riprese “è una storia che avrei potuto girare in qualsiasi altra città del mondo”. Il lungometraggio-spot restituisce un’immagine di Barcellona patinata, più falsa che finta (come è nella natura di un film che non sia un documentario), quindi potenzialmente l’effetto è controproducente, complice del controverso quanto rapido processo che dalle Olimpiadi del 1992 a oggi sta snaturando, fino a stuprare, la metropoli catalana. Insomma tra i pochi vantaggi prodotti dal film sembra esserci quello di (ri)lanciare il vino spagnolo, come ha messo in risalto Cristina Alcalá su El País: “Sono uscita dal cinema con la voglia di bermi un buon vino […]”, ha scritto.Approdare in una città dove non si è nati o cresciuti per poi viverla, significa anche perdere mano a mano il sapore delle sue primissime immagini impresse nella nostra memoria… quella combinazione di luci/odori e paesaggi per lo più visti attraverso un finestrino di una macchina o di un autobus; immagini uniche rispetto a tutte le seguenti in cui la vista ormai si è abituata e ha preso confidenza con l’ambiente. All’artista il compito di rendere originale quest’abitudine.
Woody Allen a Barcellona ci è stato troppo poco (un’estate, si dice); e che il film in questione sia una commedia, in questo senso non regge come attenuante. Tanto meno quando si prende atto che il punto di vista sulla città delle due giovani turiste americane è supportato da quello di parenti che vivono lì, dalla rapida socializzazione con gente locale e, non ultimo, dal fatto che Vicky è in città per una tesi sulla cultura catalana. La conoscenza proveniente dalla quotidianità, dall’abitudine, è l’elemento che manca a priori al film barcellonese di Allen. Quando il Nostro ha dichiarato “questa città vive una fase di esplosione mondiale come successo a Parigi qualche anno fa” non si è ben capito a cosa si riferisse, perché l’esplosione Barcellona l’ha già vissuta e ora semmai ne sta gestendo gli effetti, è nella fase “risacca”, di assestamento. Ignorando il turismo, dalla crisi in poi – e qui la parola crisi si utilizza da molti mesi, ben prima rispetto all’Italia, ben prima dei crack delle borse – oltre all’afflusso c’è anche un discreto riflusso di stranieri.
Almodóvar (1951), da manchego ma madrileño d’adozione, con Tutto su mia madre (1999), senza molti esterni, ha restituito in parte il sapore della città cogliendone anche alcuni dettagli (vedi gli intonaci colorati e crepati); il parigino Cédric Klapisch (1961) – nato in realtà a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi -, ha avuto una sorella e una compagna in Erasmus a Barcellona: anni di viaggi gli hanno permesso di addentrarsi con la macchina da presa nel labirinto della Città Vecchia, così L’appartamento spagnolo (2002), con tutti i suoi limiti, falso non appare (anzi, la sceneggiatura coglie dei tipici tratti barcellonesi; vedi la festa continua degli erasmus e l’ostilità della lingua catalana per gran parte degli stranieri). Altri registi, ok, ma come Allen al loro esordio barcellonese; altri anni, vero, ma tanto recenti quanto meno “sospetti”. Fatto sta che la presenza assente di Barcellona in un film che per giunta la annuncia già nel titolo conferma l’ipotesi della scarsa conoscenza di base e di quella fantomatica “esplosione” in atto, in realtà già avvenuta. Unica consolazione le prove di Javier Bardem e Penélope Cruz che, proprio grazie a questo film, continuano a ricevere – meritatamente – riconoscimenti. Ma il loro talento è noto a tutti, da tempo, e più che mai a uno come Woody Allen. A questo proposito Fernando León de Aranoa – regista in Italia conosciuto soprattutto per I lunedì al sole – rievocando il primo Oscar ricevuto da un attore spagnolo ormai quasi un anno fa (per l’interpretazione di Non è un paese per vecchi), così scrive: “La notte degli Oscar, i Goya nord-americani, a Javier gliene hanno dato uno. Io a dirla tutta ho avuto la sensazione che fosse il contrario, che quella volta era all’Oscar che hanno dato un Javier Bardem”.

barceloneta-grattacielos-11

[BCN Cap 1 - Spagna Vs. Italia: l’italiano all’estero parte sempre dal calcio]

leave a comment »

Sull’inserto Viaggi del quotidiano El Pais (El Viajero del 15 Novembre 2008 ) Nicolás Casariego nel racconto di un breve soggiorno in Toscana si è fatto un ulteriore viaggio, tanto metafisico quanto suggestivo: il giornalista spagnolo, finito ad Anghiari, provincia di Arezzo, scopre su una guida turistica la storia della battaglia avvenuta nel paese medievale il 29 Giugno del 1440 tra fiorentini e milanesi per il domino dell’Italia centrale; in 24 ore di confronto un solo morto, per giunta per un incidente: una caduta da cavallo. Una battaglia dominata da un tatticismo esasperato. Da qui ecco l’inciso di Casariego: “lo stile calcistico degli italiani, così criticato, ha radici storiche profonde”. Una tesi che si piazza a metà strada tra una lode e una critica del calcio nostrano, che fuori dall’Italia per lo più irrita, dà ai nervi e comunque vada resta un catenaccio spietato.Dopo quelle con Germania e Francia si è fatta avanti un’altra rivalità per l’Italia calcistica: quella coi “fratelli” spagnoli, con il Paese europeo da molti considerato culturalmente il più affine al nostro. Una rivalità ancora timida, ma in via di sviluppo. Dalla gomitata di Tassoti a Luis Enrique nei quarti di finale dei mondiali del 1994 negli Usa – ossia un rigore netto non concesso – all’ultima sfida agli Europei di calcio austro-elvetici, le schermaglie tra le due scuole calcistiche non mancano. Al solito, oltre alla faziosità grossolana, gioca un ruolo importante l’invidia: la Spagna prima di Euro 2008 a livello di nazionale maggiore aveva vinto solo un Europeo nel 1964, per giunta in casa; l’Italia a questi ultimi Europei dava per scontato di arrivare lontano. Il CT spagnolo Aragones dopo la vittoria ai rigori contro l’Italia nei quarti di Euro 2008 ha dichiarato: “Gli italiani hanno chiuso ermeticamente tutti gli spazi di gioco”. Che si può tradurre con: “Gli italiani hanno messo in campo un tatticismo esasperato”.
Altra storia a livello di club. Ultimamente Alessandro Del Piero è uscito tra gli applausi del Santiago Bernabeu dopo la vittoria della Juventus – grazie a una sua doppietta – in Champions League contro il Real Madrid; ovazione in qualche modo ridimensionata alla luce della seguente – dopo sei giorni – eliminazione dei “galacticos” in Copa del Rey, in casa, per mano di una squadra di segunda division, la Real Unión di Irún (Paesi Baschi), secondo club più anziano di Spagna (nato nel 1902). Anche l’undici basco è uscito tra gli applausi del pubblico madrileño ma a differenza di quelli tributati a Del Piero, la vena polemica in questo caso è stata più forte. Fatto sta che l’impresa storica dei bianconeri in pochi giorni, quanto meno in Spagna, ha assunto caratteri più modesti. E di certo molti spagnoli ne sono stati felici; non solo gli storici rivali del Real, i tifosi del Barça, che nei bar commentano il momento del Madrid con frasi tipo “Che meraviglia!”, ma tutti quegli spagnoli che puntano a prevalere nella rivalità col calcio italiano. Qui entra in gioco la disputa sul campionato più bello del mondo, fattore che fa perdere di vista l’accecante fede suprema, quella per il proprio club. O ancora l’esigenza di non riconoscere i successi del gioco all’italiana, di prenderne le distanze perché il gioco spagnolo, al contrario, deve dare spettacolo: proprio il Real Madrid un anno e mezzo fa, quando aveva più o meno la stessa squadra che le ha prese da Juve e Real Unión, ha esonerato l’allenatore italiano più titolato, Capello, per questi motivi.
Tutti questi livelli di rivalità alla fine dicono una sola cosa: se c’è conflitto tra le parti è perché c’è in ballo qualcosa da vincere. In questo senso la rivalità tra le due nazionali maggiori potrebbe acuirsi perché la Spagna, data l’età media dei giocatori, per qualche anno dirà la sua e l’Italia è più o meno sempre lì a irritare e dare ai nervi.
Dopo Italia ‘90 negli stadi italiani, concerti di Vasco Rossi compresi, si cantava “Chi non salta è un argentino!”, ma la rivalità è durata poco. In questo caso non c’erano solo affinità culturali, c’era di mezzo lo stesso sangue. Precedente consolante per chi non digerisce quest’altra recente rivalità “fraterna”. Per un italiano sarebbe noioso finire in un bar spagnolo e sentirsi dire anche dai locali “non mi piacciono gli italiani”: chi scrive vive a Barcellona e finora se l’è sentito dire solo da un francese; ma siamo in Catalogna, dove la vittoria degli Europei è stata festeggiata da pochi. Chissà nella Spagna profonda. Eventualmente andare oltre annoverando tutto nella categoria “discorsi da bar” chiuderebbe la questione. Ultima definitiva consolazione in caso la rivalità in questione esca del tutto allo scoperto.

Written by blaluca

23 novembre 2008 at 2:45 pm

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.