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[Criolo: intervista]
Criolo è un cantautore di Sao Paolo con un background hip hop. Caetano Veloso è il suo estimatore più autorevole. Ma in Brasile sono in molti ad apprezzare la sua musica: si parla di 400mila download ufficiali del suo ultimo album. Da poco meno di un anno è sbarcato anche in Europa: l’estate scorsa, durante il suo primo tour da queste parti, Criolo è passato anche in Italia per due date, a Milano e Roma. Ho realizzato la seguente intervista per Alias del Manifesto, pubblicata all’interno di uno speciale sui cantautori brasiliani della generazione a cavallo tra i trenta e i quarant’anni (Alias di Sabato 22 dicembre 2012 – pp. 10-11 – Anno 15 N.50).
Testi narrativi, realisti e impegnati che si sviluppano su tappeti musicali funk e hip hop, afrobeat, dub e samba con qualche sprazzo di jazz. Nó Na Orelha contiene suoni riconducibili a queste aree musicali ma non solo. Per il suo prossimo docu-film, Go, Brazil, Go!, Spike Lee ha intervistato l’attuale Presidente del Brasile, l’ex Lula da Silva, Pelè, Caetano Veloso, Jorge Ben ma anche Criolo. Vero nuovo fenomeno del pop d’autore brasiliano, l’artista ha risposto ad alcune domande mentre era in viaggio per l’Europa, dove continua il suo tour, in alcune date anche affiancato dal maestro etiope Mulatu Astatke, uno dei suoi riferimenti musicali.
Perché in uno dei pezzi più coinvolgenti del tuo album, Mariô (“un viaggio notturno attraverso la capitale brasiliana dell’hip hop”, si legge sul comunicato stampa, ndr), citi Mulatu Astatke e Fela Kuti?
Perché non solo credo nella forza del loro suono ma anche e soprattutto nella forza dei loro messaggi. Entrambi sono dei maestri. La loro musica ci tocca non solo attraverso il suono (indubbiamente sofisticato) ma anche attraverso il contenuto.
Pensi che il tuo background hip hop ti abbia aiutato a scoprire funk e afrobeat?
Ero solito ascoltare James Brown e tutte le icone della musica funk ai “bailes” del mio quartiere. I dj hip hop sono i responsabili del mio primo contatto con questo tipo di musica. L’afrobeat invece è entrato nella mia vita successivamente. I produttori del mio album mi ci hanno introdotto ed è stata un’esperienza molto speciale l’ascolto dell’afrobeat. Ho sentito subito il suo carattere ancestrale.
Quali sono invece gli artisti brasiliani che ti hanno ispirato per iniziare a fare musica?
I miei genitori.
La tua esperienza di vita in una favela (Favela das Imbuias, ndr) ha influenzato la tua musica?
Penso che l’ambiente che si ha intorno ha sempre un’influenza sulla vita delle persone. Non importa di quale ambiente si tratti. Una persona che vive di musica non può distaccare la vita di tutti i giorni dalla sua arte e questo non c’entra con il posto in cui si vive.
Pensi che la società brasiliana sia cambiata negli ultimi anni in termini di uguaglianza?
Preferisco lasciare questa risposta alle autorità del mio paese. Sono responsabili di una nazione che si sviluppa in frammenti. Come cittadino tutto quello che posso fare è continuare a credere nella bellezza delle persone. Le persone speciali che danno il loro meglio ogni giorno nel nome del mio paese.
E secondo te i testi rap possono influenzare in maniera particolare il pensiero degli ascoltatori?
Ci sono persone che leggono lo stesso libro più di una volta nella loro vita e a ogni lettura vedono quel libro in maniera differente. L’essere umano cambia costantemente. Quindi, per quanto creda nel potere della parola, tutto dipende da quanto la persona ascolti e riceva il messaggio. Credo che il rap sia una splendida maniera di esprimere un desiderio reale di contribuire al tutto.
Dunque nei paesi dove l’hip hop è davvero popolare, non credi che la combinazione di rap e consapevolezza possa davvero intimorire la classe media?
Ci sono molte maniere di vedere il mondo. Penso che quello che faccia paura a chiunque sia il sentimento di non avere speranza che perseguita la maggioranza del pianeta. L’hip hop non è tenuto a intimorire. È solo una legittima, sincera e molto peculiare maniera di comunicare con il resto del mondo.
Cosa pensi quando si parla di te come un “artista pop”? Ti trovi a tuo agio con l’etichetta “pop”?
Provo un interesse verso questo bisogno di etichettare tutto. Detto ciò, la gente ha il diritto di dare le proprie opinioni e tirare le proprie conclusioni. Non posso far altro che rispettarle. Ogni persona è unica e speciale e questa individualità è ciò che ci rende interessanti. Per quanto mi riguarda sono molto sicuro delle ragioni che mi spingono a scrivere e cantare.
Tornando alle tue origini, quanto è importante Sao Paolo per la tua musica? La tua città ha influenzato il tuo sound?
Ripeto, il mio habitat di certo ha un’influenza su quanto produco. Come l’habitat di un’altra persona influenza di certo ciò che questa persona produce. In alcuni casi più di altri, certo. Tutto dipende dalla prospettiva di ognuno di noi. Si può vivere nella stessa strada, uno dentro una casa e un altro per strada. È sempre la stessa città.
Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?
Continuare a cantare. Se mi sarà permesso.
[Fatboy Slim: intervista]
La seguente intervista a Fatboy Slim è stata pubblicata su Alias del manifesto di sabato 30 giugno 2012 (Alias ANNO 15 – N.26), a pp.10-11 con il titolo “La seconda vita di Fatboy Slim”. Ho intervistato il dj/produttore/remixer via web alla vigilia della data torinese del Kappa Futur Festival di sabato scorso.
Innanzi tutto si tratta del tuo primo live a Torino. Conosci la città?
Ho sentito che è una bellissima città, piena di gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Staremo a vedere…
Partiamo dai tuoi inizi: hai fatto parte di più band ma quanto l’esperienza fatta con gli Housemartins tra il 1985 e il 1988 ha influenzato la tua carriera solista?
Ho imparato molto da quell’esperienza, per esempio come funziona il mercato musicale e come farsi notare sul palco. Inoltre ho realizzato che funzionavo meglio come dj che come bassista!
Quali esperienze hanno influito sul tuo passaggio dalla carriera di musicista in una band a quella solista di dj?
Avere visto Grandmaster Flash di supporto ai Clash mi ha veramente cambiato la vita (si tratta del tour dei Clash del 1981, quando Fatboy Slim aveva diciotto anni, ndr). Mentre avere visto i miei vecchi amici dj, come i Coldcut e Cj Mackintosh, tirare fuori hit pop mi ha fatto chiedere come mai non ero fedele alla musica che davvero amavo.
A proposito di Grandmaster Flash: l’hip hop è stato appunto una tua fonte di ispirazione. Pensi che sia la cultura che meglio rappresenta i tempi moderni?
Guarda, faccio davvero fatica a relazionarmi con l’hip hop americano di oggi. Non chiamo le donne “bitch”, non sparo alla gente e non muoio dalla voglia di avere una Lexus nuova di zecca. L’hip hop che amo era quello dei party musicali, un ruolo che ora sta assolvendo la musica elettronica, l’house.
E cosa ti piace e cosa non ti piace della musica dance elettronica di oggi?
Non mi piace che sia troppo commerciale e che tutti si fermino ai soliti settaggi soft dei sintetizzatori. Mi piace invece che prenda piede in nuovi posti in giro per il mondo e stia rinascendo in America. Ma la cosa che mi piace di più è che continuano a invitarmi ai party!
Quali sono a tuo avviso i ritmi elettronici più interessanti al momento? Per esempio ti piacciono dubstep e juke?
Mi piace l’aspetto produttivo del dubstep ma non ho ancora capito come si balla! Riguardo il juke, non riesco proprio ad averci a che fare. Tieni presente che il mio ritmo preferito al momento è la cumbia!
Riformerai mai una band?
No. In quanto dj sto molto di più a casa, inoltre non sono mai stato un musicista o un cantautore molto bravo. Mi ci sono voluti quindici anni di tour per realizzare che la gente si esaltava di più quando suonavo i dischi piuttosto che la chitarra…
In effetti a vedere i video dei tuoi live set, deve essere incredibile stare lì di fronte a così tanta gente che balla…
Sì, è la storia più incredibile! Ma cerco di non pensarci molto. In quei momenti mi lascio contagiare e tento di andargli dietro con la musica. Non faccio altro che seguire la corrente e cercare di indovinare dove la gente vuole andare. Se pensassi troppo sarei distratto e finirei per commettere degli errori.
E cosa rende un tuo dj set ideale?
Gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Vedi sopra…
Passiamo all’arte del remix: da grande esperto in materia, che fase credi stia attraversando questa “pratica”, il cui concetto nel corso degli ultimi anni si è evoluto?
Ha quasi raggiunto la totale democrazia. Chiunque ormai può permettersi di maneggiare l’elettronica anche perché su internet sono disponibili molte a cappella e molte parti del pezzo. Inoltre chiunque può condividere il proprio lavoro senza coinvolgere case discografiche, pubblicizzarlo utilizzando youtube e soundcloud per esempio. Prima il remix era uno strumento promozionale, ora è la maniera con cui la gente riscolpisce i brani musicali a seconda dei propri bisogni e desideri.
E c’è un artista di cui vorresti remixare un brano e ancora non hai avuto modo di farlo?
Mi sarebbe piaciuto provarci con Al Green: ha la voce più soul del creato!
Da dove prendi ispirazione per trovare e selezionare i tuoi campioni?
Una volta dai mercatini dell’usato e dai magazzini americani ma di questi tempi pesco dai blog…
Se potessi sceglierne uno, qual è il brano per eccellenza di Fatboy Slim e perché?
Penso che Rockafella Skank in qualche modo riassuma tutto: il groove malato, la ripetizione e un climax esagerato che al tempo ha infranto un bel po’ di regole… ho dovuto combattere con la casa discografica per mantenere inalterato il radio mix, dicevano che avrebbe sconvolto la gente.
Per concludere, tre domande secche. La prima: qual è il tuo disco da isola deserta?
What’s Going On di Marvin Gaye.
Cosa stai ascoltando ora sul tuo iPod?
Sto ascoltando del merengue e un po’ di Bob Marley.
Come è successo che Christopher Walken sia finito a ballare nel video di Weapon of Choice?
Be’, Spike Jonze ha un’agenda favolosa!
[Playlist 2011]
Ecco la mia playlist musicale dell’anno, pubblicata su Rumore di Dicembre e su Alias del Manifesto di ieri, 24 Dicembre. Nel corso dell’anno ho già citato la maggioranza di questi album su Blaluca.
01 Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – World Of Funk (Ubiquity)
02 Larry Achiampong – Meh Mogya (Sample of Me) (Look Mama Records)
03 J. Rocc – Some Cold Rock Stuff (Stones Throw)
04 Serengeti – Family & Friends (anticon.)
05 James Blake – James Blake (R&S records)
06 Tyler, The Creator – Goblin (XL recordings)
07 Beastie Boys – Hot Sauce Committee Part Two (Capitol Records / Emi)
08 DRC Music – Kinshasa One Two (Warp)
09 Ghostpoet – Peanut Butter Blues & Melancholy Jam (Brownswood)
10 DELS – GOB (Big Dada)
[Chef Ragoo: intervista]
Su uno dei prossimi numeri di Alias del Manifesto troverete la mia recensione de La Compresenza Dei Morti E Dei Viventi (Aròma), album in circolazione dallo scorso 4 novembre e che segna il ritorno al rap di Chef Ragoo, romano classe 1972, vero nome Paolo Martinelli. Sulla recensione tra l’altro ho scritto: “La fusione del background punk hardcore dell’autore con il linguaggio diretto del rap, complice l’età e un’attitudine assolutamente indipendente, genera un album che non può che spiazzare sia gli habitué sia i formalisti del nostro rap”. Ho intervistato Chef Ragoo grazie a uno scambio di mail via facebook e leggendo l’intervista si può capire come il diretto interessato non sia del tutto d’accordo con quanto leggerà su Alias… Di seguito l’intervista.
Prima di questo album da quanti anni avevi mollato il rap? In ogni caso, il tuo approccio punk al rap pone il dubbio che in Italia anche i seguaci e i produttori del rap siano ben inquadrati e in qualche modo perbenisti. Come la pensi?
Avevo mollato da subito dopo Zora la vampira, quindi nel 2000. I motivi furono parecchi: ai pochi concerti che facevo c’era sempre sotto al palco qualche bambino con l’aria da “ti accoltello liricamente”, io non sono competitivo, preferisco essere sorridente; in Italia avevo parecchi amici nella scena, a Roma no, molti conoscenti ma pochi amici, e io ho bisogno di vivere la musica che faccio anche in maniera sociale; il fallimento di Zora al botteghino, con il conseguente infrangersi di tutta una serie di sogni. Insomma, non ci stavo proprio più con la testa e avevo bisogno di un percorso di ricerca di ciò che mi faceva star bene. Rituffarmi nella scena hardcore aveva senso, nella mia testa, e i fatti mi hanno dato ragione. In questi dieci, undici anni ho fatto un casino di dischi, tra microfono e batteria, ho suonato in quattro gruppi, ho fatto un tour negli Usa. Ho sostanzialmente ritrovato gli stimoli del suonare, cosa che mi ha anche consentito di ritrovare la voglia, anzi la necessità di fare del rap. In realtà non so cosa voglia dire “inquadrato”: molte persone, in molte scene musicali, sono attaccate alla tradizione. Mi sembra che il rap italiano vada in molte direzioni, molto diverse tra loro. C’è sia una proposta più ortodossa che cose più sperimentali, c’è rap politico e c’è rap sticazzista, mi sembra che ci sia di tutto. In ogni caso, anche se fosse zeppo di perbenisti e portatori del dogma, ciò non scalfirebbe minimamente le mie motivazioni e la mia voglia di fare rap.
Inquadrato era riferito a suoni e contenuti dei testi, abbastanza omogenei nel rap italiano, e al fatto che c’è anche una certa chiusura verso chi va oltre gli schemi più consolidati… no?
Sai che in realtà anche se le cose fossero così omogenee io non ho la sensazione di essere disomogeneo rispetto al quadro generale. I miei beat sono basati su loop horror: non è una novità né una mia assoluta peculiarità. I testi sono introspettivi: non è una novità né una mia peculiarità. L’unica differenza che percepisco rispetto alla maggior parte dei dischi italiani è la totale assenza di autocelebrazione. E quando è arrivato Salmo con maschera, sangue, dubstep e grime, mi pare che l’accoglienza sia stata ottima, quindi non la sento come una costrizione, l’ortodossia del rap italico.
A distanza di anni come spieghi lo spostamento dal punk al rap di un discreto numero di persone (oltre a te penso a Gopher, Neffa e Dj Fabri)? È stato un fenomeno solo italiano?
Potremmo chiederlo ai Clash che suonavano Police and Thieves di Junior Marvin già sul loro primo album. Quando quello che fai è musica degli oppressi, è più facile che poi ti interessi ad altre musiche di altri oppressi. La musica è solo una parte, quando inizi a sentire il punk non puoi ignorare l’attitudine “in your face”, l’aggressività, l’urgenza. Stessa roba che ho trovato nel rap. E poi c’è il discorso di salire sul palco senza essere un supermusicista, salire e offrire quello che hai da offrire, una possibilità unica per un ragazzino nel mucchio. Il rock n roll dei Vaschi e dei Ligabue non conosce mezze misure. Sei arrivato quando stai a San Siro. Il rap e il punk non hanno bisogno di quei numeri, di quelle dimensioni, di quel capitalismo, per dare soddisfazioni a chi li fa. E comunque tra i punk trasmigrati ti scordi Core (L.H.P.), ti scordi Deda e DeeMo e chissà quanti altri. Era pure un momento storico. Tutti quelli che abbiamo nominato erano cresciuti in un contesto e in un periodo storico per la musica italiana, la scena HC degli anni ‘80, l’alba dell’autoproduzione, delle occupazioni, dei tour auto-organizzati. Quando tutto quello che hai te lo sei costruito da solo, trasmigrare su un altro genere e ricominciare a costruire fa meno paura.
Questo tuo nuovo album è un incontro tra il background punk HC, il flow della vecchia scuola italiana, i riferimenti alla middle-school statunitense (quello più evidente ai Cypress Hill in Senza meta), le citazioni cinematografiche, il contributo musicale di Little Tony Negri e cos’altro? Aggiungi, smentisci ecc…
Ci sono un casino di citazioni da testi di gruppi HC italiano, anche nei titoli. C’è moltissimo Bob Mould, nell’ispirazione dei testi più personali. C’è l’omaggio evidente ai Cypress Hill che hai ben colto e comunque un legame con i suoni degli anni ‘90. Ci sono cinque anni di lettino d’analista. C’è Joe Lansdale. C’è LTN che io gli passo una base composta da un campione, una batteria fiacchissima e un basso scacato e lui me la restituisce che suona da paura, con un’orchestrazione curata e ampia. E cos’altro? Tre donne andate, due amici scomparsi, la passione per i felini, un alcolismo di un certo livello, un impiego da mentitore professionista e… e boh. C’è la voglia di star bene, che potrebbe sembrare paradossale, visto che è abbastanza chiaro che questo è un disco doloroso, che nasce dal male. Però io nel male non ci voglio sguazzare, non ho un personaggio maledetto da salvaguardare, non ho un personaggio e basta. E per finire c’è Aldo Capitini, filosofo cattolico antifascista, che mi ha gentilmente prestato il titolo del suo libro più importante Compresenza Dei Morti E Dei Viventi.
E l’anticlericalismo fa solo da contorno?
L’anticlericalismo fa parte del mio bagaglio antiautoritario. Un’autorità tanto più assurda se consideriamo che si basa su un libro di favole. E poi io sto nella città eterna, dove il peso, l’aggressività, l’invadenza del cattolicesimo si fanno sentire ancor più che nel resto d’Italia, col loro bagaglio di ipocrisia e arroganza. Cerco di evitare di essere ancora una persona arrabbiata 24h su 24, come ti dicevo preferisco star bene. Ma se ci sono due cose che mi fanno girare i coglioni davvero sono le violenze dei fascisti e le puttanate dei preti. E qui a Roma ne abbiamo in quantità di entrambe. Difficilmente riuscirò a smettere di far musica fino a che queste entità saranno presenti sul territorio. La resistenza è una tentazione irresistibile.







