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[Criolo: intervista]

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Criolo è un cantautore di Sao Paolo con un background hip hop. Caetano Veloso è il suo estimatore più autorevole. Ma in Brasile sono in molti ad apprezzare la sua musica: si parla di 400mila download ufficiali del suo ultimo album. Da poco meno di un anno è sbarcato anche in Europa: l’estate scorsa, durante il suo primo tour da queste parti, Criolo è passato anche in Italia per due date, a Milano e Roma. Ho realizzato la seguente intervista per Alias del Manifesto, pubblicata all’interno di uno speciale sui cantautori brasiliani della generazione a cavallo tra i trenta e i quarant’anni (Alias di Sabato 22 dicembre 2012 – pp. 10-11 – Anno 15 N.50).

Criolo

Testi narrativi, realisti e impegnati che si sviluppano su tappeti musicali funk e hip hop, afrobeat, dub e samba con qualche sprazzo di jazz. Nó Na Orelha contiene suoni riconducibili a queste aree musicali ma non solo. Per il suo prossimo docu-film, Go, Brazil, Go!, Spike Lee ha intervistato l’attuale Presidente del Brasile, l’ex Lula da Silva, Pelè, Caetano Veloso, Jorge Ben ma anche Criolo. Vero nuovo fenomeno del pop d’autore brasiliano, l’artista ha risposto ad alcune domande mentre era in viaggio per l’Europa, dove continua il suo tour, in alcune date anche affiancato dal maestro etiope Mulatu Astatke, uno dei suoi riferimenti musicali.
Perché in uno dei pezzi più coinvolgenti del tuo album, Mariô (“un viaggio notturno attraverso la capitale brasiliana dell’hip hop”, si legge sul comunicato stampa, ndr), citi Mulatu Astatke e Fela Kuti?
Perché non solo credo nella forza del loro suono ma anche e soprattutto nella forza dei loro messaggi. Entrambi sono dei maestri. La loro musica ci tocca non solo attraverso il suono (indubbiamente sofisticato) ma anche attraverso il contenuto.
Pensi che il tuo background hip hop ti abbia aiutato a scoprire funk e afrobeat?
Ero solito ascoltare James Brown e tutte le icone della musica funk ai “bailes” del mio quartiere. I dj hip hop sono i responsabili del mio primo contatto con questo tipo di musica. L’afrobeat invece è entrato nella mia vita successivamente. I produttori del mio album mi ci hanno introdotto ed è stata un’esperienza molto speciale l’ascolto dell’afrobeat. Ho sentito subito il suo carattere ancestrale.
Quali sono invece gli artisti brasiliani che ti hanno ispirato per iniziare a fare musica?
I miei genitori.
La tua esperienza di vita in una favela (Favela das Imbuias, ndr) ha influenzato la tua musica?
Penso che l’ambiente che si ha intorno ha sempre un’influenza sulla vita delle persone. Non importa di quale ambiente si tratti. Una persona che vive di musica non può distaccare la vita di tutti i giorni dalla sua arte e questo non c’entra con il posto in cui si vive.
Pensi che la società brasiliana sia cambiata negli ultimi anni in termini di uguaglianza?
Preferisco lasciare questa risposta alle autorità del mio paese. Sono responsabili di una nazione che si sviluppa in frammenti. Come cittadino tutto quello che posso fare è continuare a credere nella bellezza delle persone. Le persone speciali che danno il loro meglio ogni giorno nel nome del mio paese.
E secondo te i testi rap possono influenzare in maniera particolare il pensiero degli ascoltatori?
Ci sono persone che leggono lo stesso libro più di una volta nella loro vita e a ogni lettura vedono quel libro in maniera differente. L’essere umano cambia costantemente. Quindi, per quanto creda nel potere della parola, tutto dipende da quanto la persona ascolti e riceva il messaggio. Credo che il rap sia una splendida maniera di esprimere un desiderio reale di contribuire al tutto.
Dunque nei paesi dove l’hip hop è davvero popolare, non credi che la combinazione di rap e consapevolezza possa davvero intimorire la classe media?
Ci sono molte maniere di vedere il mondo. Penso che quello che faccia paura a chiunque sia il sentimento di non avere speranza che perseguita la maggioranza del pianeta. L’hip hop non è tenuto a intimorire. È solo una legittima, sincera e molto peculiare maniera di comunicare con il resto del mondo.
Cosa pensi quando si parla di te come un “artista pop”? Ti trovi a tuo agio con l’etichetta “pop”?
Provo un interesse verso questo bisogno di etichettare tutto. Detto ciò, la gente ha il diritto di dare le proprie opinioni e tirare le proprie conclusioni. Non posso far altro che rispettarle. Ogni persona è unica e speciale e questa individualità è ciò che ci rende interessanti. Per quanto mi riguarda sono molto sicuro delle ragioni che mi spingono a scrivere e cantare.
Tornando alle tue origini, quanto è importante Sao Paolo per la tua musica? La tua città ha influenzato il tuo sound?
Ripeto, il mio habitat di certo ha un’influenza su quanto produco. Come l’habitat di un’altra persona influenza di certo ciò che questa persona produce. In alcuni casi più di altri, certo. Tutto dipende dalla prospettiva di ognuno di noi. Si può vivere nella stessa strada, uno dentro una casa e un altro per strada. È sempre la stessa città.
Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?
Continuare a cantare. Se mi sarà permesso.

[Fatboy Slim: intervista]

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La seguente intervista a Fatboy Slim è stata pubblicata su Alias del manifesto di sabato 30 giugno 2012 (Alias ANNO 15 – N.26), a pp.10-11 con il titolo “La seconda vita di Fatboy Slim”. Ho intervistato il dj/produttore/remixer via web alla vigilia della data torinese del Kappa Futur Festival di sabato scorso.

Innanzi tutto si tratta del tuo primo live a Torino. Conosci la città?
Ho sentito che è una bellissima città, piena di gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Staremo a vedere…
Partiamo dai tuoi inizi: hai fatto parte di più band ma quanto l’esperienza fatta con gli Housemartins tra il 1985 e il 1988 ha influenzato la tua carriera solista?
Ho imparato molto da quell’esperienza, per esempio come funziona il mercato musicale e come farsi notare sul palco. Inoltre ho realizzato che funzionavo meglio come dj che come bassista!
Quali esperienze hanno influito sul tuo passaggio dalla carriera di musicista in una band a quella solista di dj?
Avere visto Grandmaster Flash di supporto ai Clash mi ha veramente cambiato la vita (si tratta del tour dei Clash del 1981, quando Fatboy Slim aveva diciotto anni, ndr). Mentre avere visto i miei vecchi amici dj, come i Coldcut e Cj Mackintosh, tirare fuori hit pop mi ha fatto chiedere come mai non ero fedele alla musica che davvero amavo.
A proposito di Grandmaster Flash: l’hip hop è stato appunto una tua fonte di ispirazione. Pensi che sia la cultura che meglio rappresenta i tempi moderni?
Guarda, faccio davvero fatica a relazionarmi con l’hip hop americano di oggi. Non chiamo le donne “bitch”, non sparo alla gente e non muoio dalla voglia di avere una Lexus nuova di zecca. L’hip hop che amo era quello dei party musicali, un ruolo che ora sta assolvendo la musica elettronica, l’house.
E cosa ti piace e cosa non ti piace della musica dance elettronica di oggi?
Non mi piace che sia troppo commerciale e che tutti si fermino ai soliti settaggi soft dei sintetizzatori. Mi piace invece che prenda piede in nuovi posti in giro per il mondo e stia rinascendo in America. Ma la cosa che mi piace di più è che continuano a invitarmi ai party!
Quali sono a tuo avviso i ritmi elettronici più interessanti al momento? Per esempio ti piacciono dubstep e juke?
Mi piace l’aspetto produttivo del dubstep ma non ho ancora capito come si balla! Riguardo il juke, non riesco proprio ad averci a che fare. Tieni presente che il mio ritmo preferito al momento è la cumbia!
Riformerai mai una band?
No. In quanto dj sto molto di più a casa, inoltre non sono mai stato un musicista o un cantautore molto bravo. Mi ci sono voluti quindici anni di tour per realizzare che la gente si esaltava di più quando suonavo i dischi piuttosto che la chitarra…
In effetti a vedere i video dei tuoi live set, deve essere incredibile stare lì di fronte a così tanta gente che balla…
Sì, è la storia più incredibile! Ma cerco di non pensarci molto. In quei momenti mi lascio contagiare e tento di andargli dietro con la musica. Non faccio altro che seguire la corrente e cercare di indovinare dove la gente vuole andare. Se pensassi troppo sarei distratto e finirei per commettere degli errori.
E cosa rende un tuo dj set ideale?
Gente sexy e pazza che adora le feste e ha voglia di sballarsi e ballare come matti. Vedi sopra…
Passiamo all’arte del remix: da grande esperto in materia, che fase credi stia attraversando questa “pratica”, il cui concetto nel corso degli ultimi anni si è evoluto?
Ha quasi raggiunto la totale democrazia. Chiunque ormai può permettersi di maneggiare l’elettronica anche perché su internet sono disponibili molte a cappella e molte parti del pezzo. Inoltre chiunque può condividere il proprio lavoro senza coinvolgere case discografiche, pubblicizzarlo utilizzando youtube e soundcloud per esempio. Prima il remix era uno strumento promozionale, ora è la maniera con cui la gente riscolpisce i brani musicali a seconda dei propri bisogni e desideri.
E c’è un artista di cui vorresti remixare un brano e ancora non hai avuto modo di farlo?
Mi sarebbe piaciuto provarci con Al Green: ha la voce più soul del creato!
Da dove prendi ispirazione per trovare e selezionare i tuoi campioni?
Una volta dai mercatini dell’usato e dai magazzini americani ma di questi tempi pesco dai blog…
Se potessi sceglierne uno, qual è il brano per eccellenza di Fatboy Slim e perché?
Penso che Rockafella Skank in qualche modo riassuma tutto: il groove malato, la ripetizione e un climax esagerato che al tempo ha infranto un bel po’ di regole… ho dovuto combattere con la casa discografica per mantenere inalterato il radio mix, dicevano che avrebbe sconvolto la gente.
Per concludere, tre domande secche. La prima: qual è il tuo disco da isola deserta?
What’s Going On di Marvin Gaye.
Cosa stai ascoltando ora sul tuo iPod?
Sto ascoltando del merengue e un po’ di Bob Marley.
Come è successo che Christopher Walken sia finito a ballare nel video di Weapon of Choice?
Be’, Spike Jonze ha un’agenda favolosa!

[Filastine: intervista]

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La seguente intervista è stata pubblicata su Alias del manifesto ieri, sabato 14 Aprile 2012 (Alias ANNO 15 – N.15), a p.11 con il titolo “Filastine, ritmo e attivismo ai tempi della rivolta globale”. Riporto di seguito l’intero articolo, realizzato anche grazie a Gaetano Scippa, che mi ha fatto conoscere Filastine e girato il suo contatto.

Nova & Filastine

Nova & Filastine

The Infernal Noise Brigade è stato un collettivo musicale che a suon di percussioni e ottoni ha vivacizzato le dimostrazioni del popolo di Seattle. Il circa trentacinquenne Grey Filastine ne è stato fondatore e membro fino a quando il movimento di quegli anni ha resistito. Ai più noto semplicemente come Filastine, il produttore musicale statunitense ora fonde i bassi venuti alla ribalta con il dubstep a suoni e ritmi provenienti dai repertori musicali di mezzo mondo. Dal vivo percuote un carrello della spesa in modo da sincronizzare il ritmo ai video da lui realizzati che scorrono su un grande schermo alle sue spalle. Un vero e proprio artista audiovisivo ma anche un attivista politico particolarmente sensibile alla questione ambientalista. Nato a Los Angeles, da cui è scappato ancora adolescente, nel 2006 Filastine ha esordito con Burn It, album registrato tra il Brasile, L’Avana e Marrakech ed edito da Soot records, etichetta di Dj Rupture. Giramondo, sul confine del nomadismo, e oltremodo curioso, il Nostro ha soggiornato tra l’altro in Marocco per studiare i ritmi locali. Così nei suoi live spesso figurano percussioni maghrebine. Ma per il suo terzo album, £OOT (Post World Ind. / Muti Music), appena pubblicato, sembra essersi concentrato più che altro sull’estremo oriente. Lo conferma il primo singolo, Colony Collapse, in cui figura la voce di Nova, rapper, cantante e poetessa indonesiana che attualmente accompagna Filastine anche dal vivo. In ogni caso, per non smentire il proprio status di cittadino del mondo, nel disco non manca per esempio un rimando alla cumbia (vedi Shanty Tones), ritmo tradizionale tuttora molto in voga nei dancefloor dei paesi latinoamericani. E a ribadire il concetto ci pensa la copertina dell’album, dove campeggia una banconota coniata ad hoc per un’immaginaria rete transnazionale di città clandestine e quartieri liberi di un prossimo, utopico, futuro. Anche questo artwork è stato realizzato da Filastine, per l’occasione a quattro mani con l’artista grafico di Tolosa Mo (Monkeystation): i due hanno battezzato questa moneta £OOT, componendola con decine e decine di pixel presi da vecchie banconote in disuso. Quanto segue è il resoconto di una serie di messaggi scambiati via email con Filastine, che non si è preoccupato di aver parlato poco del suo album e delle sue ultime creazioni artistiche: “visto che nella maggioranza delle interviste che rilascio si parla esclusivamente dei contenuti della mia arte, sinceramente non mi importa se ne accenniamo appena”. Le sue risposte sono arrivate durante le pause di un nuovo tour statunitense. A maggio sono previste una dozzina di date in Europa, la maggioranza in Francia (al momento nessuna in Italia), non prima che questo artista assolutamente eclettico abbia fatto tappa al Downtown Contemporary Arts Festival (D-CAF). Dove? In un paese la cui attualità con ogni probabilità lo ispirerà non poco, l’Egitto.


Cosa influisce maggiormente sui tuoi continui spostamenti geografici, la musica o la politica?
In questo momento le performance musicali mi dettano l’agenda ma di solito trovo un modo per approfittare del viaggio e stabilire contatti con gli attivisti, creare connessioni o al limite imparare qualcosa lungo la strada.
Perché hai scelto Barcellona per fare base?
Vivo a Barcellona da sette anni e, ironia vuole, ci sono venuto per tutto quello che l’amministrazione della città ha tentato di sopprimere: i movimenti, la cultura di strada, i graffiti, l’aspetto multiculturale e multilingue del quartiere Raval e altri aspetti simili.
Dalla tua esperienza di attivista, hai notato delle differenze tra le dinamiche dei movimenti di protesta statunitensi ed europei?
Assolutamente. L’equilibrio di potere o il contratto sociale tra lo stato e i cittadini è culturalmente specifico e in continuo mutamento. Per esempio le azioni che si vedono in Grecia, dove la gente lancia bombe incendiarie e brucia le banche, sarebbero impossibili negli Stati Uniti, dove la polizia colpirebbe a morte immediatamente chiunque lanci una molotov, con il sostegno della stampa (e dell’opinione pubblica). Si tratta di un ottimo esempio di come negli Stati Uniti la proprietà sia più importante della vita. Per questa ragione i movimenti di protesta statunitensi sono tatticamente timidi e pongono una grande enfasi sulla nonviolenza. I movimenti europei hanno una maturità e uno spessore intellettuale che mancano negli Stati Uniti, dove ogni volta che una protesta collettiva viene alla ribalta si pensa di aver inventato la ruota. Per esempio la maggioranza delle persone di Occupy non aveva idea che il movimento fosse ispirato direttamente agli Indignados spagnoli. Nello stesso tempo questo entusiasmo giovanile degli americani può fare in modo che un movimento si diffonda a macchia d’olio e può scansare alcune trappole intellettuali introspettive e le divisioni a sinistra, più comuni in Europa. Insomma, ogni parte dell’Atlantico ha le sue forze e le sue debolezze.
Quanto Infernal Noise Brigade ha influito ed è presente nel tuo percorso musicale solista?
In qualche modo si tratta dello stesso lavoro concettuale – teso a esplorare ritmo, rumori e politica – ma aggiornato alla nuova tecnologia per una questione di portabilità. La transizione da Infernal Noise Brigade a Filastine ha anche comportato una totale inversione: Infernal Noise Brigade portava la musica sulla strada in ogni parte del mondo, Filastine porta le strade del mondo nella musica.
Potrebbe sembrare una dichiarazione di disillusione verso i movimenti collettivi…
Niente affatto, è molto più naturale e umano lavorare in un nutrito gruppo piuttosto che da solo. È successo che è cambiato il contesto sotto i miei piedi. The Infernal Noise Brigade era un gruppo nato dalla necessità: l’onda delle manifestazioni di protesta tra il 1999 e il 2001 aveva bisogno di un ritmo e noi ne abbiamo fornito uno. Dopo quel periodo però non ci siamo più ritrovati nel numero necessario… The Infernal Noise Brigade era come la benzina per il fuoco, quando il movimento si è disunito e sparpagliato e quel fuoco si è spento, ci siamo sciolti per concentrarci sulla nostra musica personale o sul nostro attivismo. Dieci anni dopo il fuoco si è rianimato – anche letteralmente se prendiamo il caso di Sidi Bouzid (città della Tunisia dove Mohamed Bouazizi si è dato fuoco in segno di protesta innescando la “rivoluzione dei gelsomini” e da cui Filastine ha preso il titolo dell’ultimo brano di £OOT, ndr) – e si sta propagando in tutto il mondo. Stiamo vivendo un altro momento ideale per formare un gruppo dedicato a queste azioni di strada: è una delle cose che spero di realizzare quest’anno.
Per finire, cosa ti aspetti dalla tua prossima esibizione in Egitto, anche visto che Il Cairo è una delle città dove hai registrato £OOT?
Il posto perfetto, il momento perfetto, il contesto perfetto. Cerco di non crearmi mai aspettative ma questo concerto sembra proprio essere il più speciale dell’anno e, chissà, anche della mia vita. Alcuni aspirano ai grandi pubblici e a me è capitato spesso di esibirmi in contesti simili seguendo in tour negli Stati Uniti artisti di bass music molto commerciali. Be’, in queste situazioni ho sentito un vuoto, mi è sembrato di essere una parte di quella macchina gigante che è l’industria musicale. Questa data in Egitto invece è esattamente la cosa che preferisco fare.

[Playlist 2011]

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Ecco la mia playlist musicale dell’anno, pubblicata su Rumore di Dicembre e su Alias del Manifesto di ieri, 24 Dicembre. Nel corso dell’anno ho già citato la maggioranza di questi album su Blaluca.

01 Shawn Lee’s Ping Pong OrchestraWorld Of Funk (Ubiquity)
02 Larry AchiampongMeh Mogya (Sample of Me) (Look Mama Records)
03 J. RoccSome Cold Rock Stuff (Stones Throw)
04 SerengetiFamily & Friends (anticon.)
05 James BlakeJames Blake (R&S records)
06 Tyler, The CreatorGoblin (XL recordings)
07 Beastie BoysHot Sauce Committee Part Two (Capitol Records / Emi)
08 DRC MusicKinshasa One Two (Warp)
09 GhostpoetPeanut Butter Blues & Melancholy Jam (Brownswood)
10 DELSGOB (Big Dada)

[Chef Ragoo: intervista]

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Su uno dei prossimi numeri di Alias del Manifesto troverete la mia recensione de La Compresenza Dei Morti E Dei Viventi (Aròma), album in circolazione dallo scorso 4 novembre e che segna il ritorno al rap di Chef Ragoo, romano classe 1972, vero nome Paolo Martinelli. Sulla recensione tra l’altro ho scritto: “La fusione del background punk hardcore dell’autore con il linguaggio diretto del rap, complice l’età e un’attitudine assolutamente indipendente, genera un album che non può che spiazzare sia gli habitué sia i formalisti del nostro rap”. Ho intervistato Chef Ragoo grazie a uno scambio di mail via facebook e leggendo l’intervista si può capire come il diretto interessato non sia del tutto d’accordo con quanto leggerà su Alias… Di seguito l’intervista.

Chef Ragoo (foto © Federica Delfino)

Prima di questo album da quanti anni avevi mollato il rap? In ogni caso, il tuo approccio punk al rap pone il dubbio che in Italia anche i seguaci e i produttori del rap siano ben inquadrati e in qualche modo perbenisti. Come la pensi?
Avevo mollato da subito dopo Zora la vampira, quindi nel 2000. I motivi furono parecchi: ai pochi concerti che facevo c’era sempre sotto al palco qualche bambino con l’aria da “ti accoltello liricamente”, io non sono competitivo, preferisco essere sorridente; in Italia avevo parecchi amici nella scena, a Roma no, molti conoscenti ma pochi amici, e io ho bisogno di vivere la musica che faccio anche in maniera sociale; il fallimento di Zora al botteghino, con il conseguente infrangersi di tutta una serie di sogni. Insomma, non ci stavo proprio più con la testa e avevo bisogno di un percorso di ricerca di ciò che mi faceva star bene. Rituffarmi nella scena hardcore aveva senso, nella mia testa, e i fatti mi hanno dato ragione. In questi dieci, undici anni ho fatto un casino di dischi, tra microfono e batteria, ho suonato in quattro gruppi, ho fatto un tour negli Usa. Ho sostanzialmente ritrovato gli stimoli del suonare, cosa che mi ha anche consentito di ritrovare la voglia, anzi la necessità di fare del rap. In realtà non so cosa voglia dire “inquadrato”: molte persone, in molte scene musicali, sono attaccate alla tradizione. Mi sembra che il rap italiano vada in molte direzioni, molto diverse tra loro. C’è sia una proposta più ortodossa che cose più sperimentali, c’è rap politico e c’è rap sticazzista, mi sembra che ci sia di tutto. In ogni caso, anche se fosse zeppo di perbenisti e portatori del dogma, ciò non scalfirebbe minimamente le mie motivazioni e la mia voglia di fare rap.
Inquadrato era riferito a suoni e contenuti dei testi, abbastanza omogenei nel rap italiano, e al fatto che c’è anche una certa chiusura verso chi va oltre gli schemi più consolidati… no?
Sai che in realtà anche se le cose fossero così omogenee io non ho la sensazione di essere disomogeneo rispetto al quadro generale. I miei beat sono basati su loop horror: non è una novità né una mia assoluta peculiarità. I testi sono introspettivi: non è una novità né una mia peculiarità. L’unica differenza che percepisco rispetto alla maggior parte dei dischi italiani è la totale assenza di autocelebrazione. E quando è arrivato Salmo con maschera, sangue, dubstep e grime, mi pare che l’accoglienza sia stata ottima, quindi non la sento come una costrizione, l’ortodossia del rap italico.
A distanza di anni come spieghi lo spostamento dal punk al rap di un discreto numero di persone (oltre a te penso a Gopher, Neffa e Dj Fabri)? È stato un fenomeno solo italiano?
Potremmo chiederlo ai Clash che suonavano Police and Thieves di Junior Marvin già sul loro primo album. Quando quello che fai è musica degli oppressi, è più facile che poi ti interessi ad altre musiche di altri oppressi. La musica è solo una parte, quando inizi a sentire il punk non puoi ignorare l’attitudine “in your face”, l’aggressività, l’urgenza. Stessa roba che ho trovato nel rap. E poi c’è il discorso di salire sul palco senza essere un supermusicista, salire e offrire quello che hai da offrire, una possibilità unica per un ragazzino nel mucchio. Il rock n roll dei Vaschi e dei Ligabue non conosce mezze misure. Sei arrivato quando stai a San Siro. Il rap e il punk non hanno bisogno di quei numeri, di quelle dimensioni, di quel capitalismo, per dare soddisfazioni a chi li fa. E comunque tra i punk trasmigrati ti scordi Core (L.H.P.), ti scordi Deda e DeeMo e chissà quanti altri. Era pure un momento storico. Tutti quelli che abbiamo nominato erano cresciuti in un contesto e in un periodo storico per la musica italiana, la scena HC degli anni ‘80, l’alba dell’autoproduzione, delle occupazioni, dei tour auto-organizzati. Quando tutto quello che hai te lo sei costruito da solo, trasmigrare su un altro genere e ricominciare a costruire fa meno paura.
Questo tuo nuovo album è un incontro tra il background punk HC, il flow della vecchia scuola italiana, i riferimenti alla middle-school statunitense (quello più evidente ai Cypress Hill in Senza meta), le citazioni cinematografiche, il contributo musicale di Little Tony Negri e cos’altro? Aggiungi, smentisci ecc…
Ci sono un casino di citazioni da testi di gruppi HC italiano, anche nei titoli. C’è moltissimo Bob Mould, nell’ispirazione dei testi più personali. C’è l’omaggio evidente ai Cypress Hill che hai ben colto e comunque un legame con i suoni degli anni ‘90. Ci sono cinque anni di lettino d’analista. C’è Joe Lansdale. C’è LTN che io gli passo una base composta da un campione, una batteria fiacchissima e un basso scacato e lui me la restituisce che suona da paura, con un’orchestrazione curata e ampia. E cos’altro? Tre donne andate, due amici scomparsi, la passione per i felini, un alcolismo di un certo livello, un impiego da mentitore professionista e… e boh. C’è la voglia di star bene, che potrebbe sembrare paradossale, visto che è abbastanza chiaro che questo è un disco doloroso, che nasce dal male. Però io nel male non ci voglio sguazzare, non ho un personaggio maledetto da salvaguardare, non ho un personaggio e basta. E per finire c’è Aldo Capitini, filosofo cattolico antifascista, che mi ha gentilmente prestato il titolo del suo libro più importante Compresenza Dei Morti E Dei Viventi.
E l’anticlericalismo fa solo da contorno?
L’anticlericalismo fa parte del mio bagaglio antiautoritario. Un’autorità tanto più assurda se consideriamo che si basa su un libro di favole. E poi io sto nella città eterna, dove il peso, l’aggressività, l’invadenza del cattolicesimo si fanno sentire ancor più che nel resto d’Italia, col loro bagaglio di ipocrisia e arroganza. Cerco di evitare di essere ancora una persona arrabbiata 24h su 24, come ti dicevo preferisco star bene. Ma se ci sono due cose che mi fanno girare i coglioni davvero sono le violenze dei fascisti e le puttanate dei preti. E qui a Roma ne abbiamo in quantità di entrambe. Difficilmente riuscirò a smettere di far musica fino a che queste entità saranno presenti sul territorio. La resistenza è una tentazione irresistibile.

[Crema: intervista]

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La seguente intervista è stata pubblicata su Alias del Manifesto Sabato 8 Ottobre 2011 (Alias ANNO 14 – N.39) a pp.12-13 col titolo “Roma, diritto di cittadinanza”. A parlare è James Crema, uno dei rapper che ho coinvolto attivamente per definire lo speciale “Italia 2011, rap col sangue misto”. Con lui ho parlato di origini, formazione, romanità e del suo ottimo album (La mia carta d’identità), con gli altri, Amir e Yared Delirious PitDog, dei “nuovi italiani”.

Nei testi di Crema (una volta Baby G Crema), voce ruvida e graffiante, spesso ci sono riferimenti alla sua città, Roma, dove è nato nel 1981. Il titolo del suo album, La mia carta d’identità, parla chiaro e la title track è un rap autobiografico di denuncia: “Io porto amore, direttamente dal cuore, mi vogliono portare via dalla città che mi dà calore, non è un favore che mi fate, ne ho abbastanza, me la merito di diritto questa cittadinanza”. Un album per più versi dal respiro internazionale a cui hanno contribuito tra gli altri Dj Baro, Esa, Gente de Borgata e Matt er Negretto. Ma il contributo musicale fondamentale è di Cukiman. Abbiamo parlato di tutto questo con Crema.
Partirei banalmente dal titolo, La mia carta d’identità. Da dove nasce?
È il mio primo disco solista. È la mia carta d’identità, è un disco spesso “personale”, in cui parlo della mia vita qua in Italia, dove sono nato e dove vivo con il permesso di soggiorno: sulla mia carta d’identità è scritto ‘cittadinanza capoverdiana’, ‘luogo di nascita Roma’. Vivo le stesse difficoltà di un immigrato sbarcato a Lampedusa. È politica, e non vorrei entrare nel merito, ma la cittadinanza per chi è nato e cresciuto in Italia dovrebbe essere un diritto. La cosa assurda è che in Italia la cittadinanza è “di sangue”: se nasci e vivi dall’altra parte del mondo ma hai un genitore italiano la cittadinanza è un tuo diritto, se nasci e cresci qui, mangi, studi e parli Italiano e i tuoi genitori sono stranieri, no!
Quanto le tue radici hanno influenzato la tua musica?
Credo molto, anche se faccio rap. Quando vivevo con mia madre e mio padre a casa si ascoltava solo musica capoverdiana. Su tutto mi sono rimaste impresse le domeniche mattine con loro, piatti tipici e zouk e kuduro nelle casse dello stereo di casa. Credo che questi generi mi abbiano influenzato nel timbro della voce e sopratutto nelle metriche. Negli ultimi anni crescendo sento ancora di più tutto questo e nei miei prossimi lavori sentirete ancora più evidente l’Africa e Capo Verde.
Tornando all’identità: rispetto alla tua esperienza di italiano di origine straniera, dopo tanti anni dall’uscita come valuti il brano Lo straniero dei Sangue Misto (“la mia posizione è di straniero nella mia nazione”)?
Sono cresciuto con quell’album. Erano i tempi del liceo, quel disco e il rap di quegli anni li ho vissuti in prima persona perché sono cresciuto con Ice One e al mio primo concerto mi hanno portato Massimo (Masito), Simone (Danno) e proprio Seby, in altre parole il Colle der Fomento. Quella è stata la mia scuola. Spesso tuttora vivo questa sensazione di “straniero” non solo per le mie origini ma proprio per un sentimento di distanza da ciò che una certa cultura italiana (che di italiano ha veramente poco) vuole imprimere nei giovani. Devo regolarmente andare a rinnovare il permesso di soggiorno e la cosa più assurda è che la mia situazione si sbloccherà grazie alla nascita di mio figlio Peter, nato da mia moglie Valentina Yohara, italo-eritrea.
In uno dei brani che ti ha portato alla ribalta, Ke ne sai, hai collaborato col francese di origine martinicana Busta Flex: dall’idea che ti sei fatto la Francia rispetto all’Italia è avanti in quanto a predisposizione nei confronti dei connazionali di origine africana?
Innanzitutto vorrei spendere due parole per Busta Flex: all’epoca era già un grande rapper, famoso, faceva concerti negli stadi e poteva tranquillamente snobbarmi. Invece s’è messo a sentire i pezzi di un rapper sconosciuto ed è venuto qui con umiltà e semplicità: è partito il giorno dopo ed è stata una bellissima esperienza. Non sono mai stato in Francia, anche per i miei problemi coi documenti, quindi non posso dare un vero e proprio giudizio. Sicuramente la cultura francese è più incline a capire le diversità culturali e sopratutto ad assimilarle nella propria, cosa che qui ci è ancora difficile. Ma credo anche che molti vivano una situazione di disagio, vedi le banlieue, come io vivo molte difficoltà al residence di Val Cannuta dove abitano famiglie da anni in attesa di casa popolare. La casa dovrebbe essere un diritto per tutti e i problemi in questa società moderna globalizzata sono uguali in tutto il mondo.
Il tuo album ha dei suoni che richiamano anche il fermento delle periferie londinesi degli ultimi anni. Si tratta di una scelta che contiene un messaggio, una sorta di omaggio agli effetti stimolanti del melting pot?
Beh, sicuramente sì anche perché questo melting pot c’è anche in Italia, anche se spesso non lo si vuol vedere. L’apporto di Cukiman al mio disco è fondamentale: con Francesco ci conosciamo dai tempi del liceo e il nostro è prima di tutto un legame di amicizia. Ci siamo persi di vista per alcuni anni e quando ci siamo rincontrati abbiamo cominciato a far musica proprio partendo da grime e dubstep: è lui ad aver portato tutte le sonorità più UK, essendo appunto Dj di grime e bass music, generi che nascono nelle periferie londinesi dagli incontri tra diverse culture.
Parigi, Londra… ma quanto c’è di romano nel tuo album? In vari brani citi la tua città…
È la città dove sono nato, la porto dentro, la vivo ogni giorno da trent’anni, mi ha formato in tutto e per tutto, mi ha insegnato a vivere la strada, mi ha insegnato le tradizioni. Senza contate che, come è noto, essere romani è qualcosa di più, uno stile di vita, un modo di essere. Infine paradossalmente è proprio Roma ad avermi insegnato l’arte dei graffiti e in seguito quella del rap: la scena romana degli anni ‘90 ha fatto scuola!

[Rap & Rock]

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Il seguente articolo è uscito su Alias del Manifesto Sabato 9 Luglio 2011 (Alias ANNO 14 – N.27) a pp.12-13 col titolo “Contaminazione di una scena”. Ho cercato di ripercorrere la storia dell’incontro tra il rap e il rock in un paio di pagine… All’interno dello speciale sul settimanale culturale del Manifesto figurava anche un box sui campionamenti rock dell’hip hop intitolato “I campioni dell’hip hop” che qui non metto perché già così avete molto da leggere…

Il crossover è una delle principali tendenze musicali che ha segnato gli anni ’90, specie la prima metà. La definizione di per sé è generica ma all’epoca era intesa come la fusione tra rap e rock – c’è anche chi dice tra funk e metal – operata da un gruppo o un solo artista e in questo senso era una vera novità. Per la stessa fusione generata da una collaborazione tra rappresentanti dell’uno o dell’altro genere si faceva già più fatica a tirare in ballo il termine anche perché un singolo episodio non pareva né generare un fenomeno nuovo né snaturare lo stile degli autori. Per i cultori tutto ha inizio nel 1991 con l’uscita di Life ‘n Perspectives Of A Genuine Crossover, album fondamentale per farsi non solo un’idea del genere (per giunta fuori dai canoni poi affermatisi) ma anche per capire in fretta la concezione musicale di un decennio in cui è avvenuto lo sdoganamento collettivo e dunque definitivo delle contaminazioni tra ambiti musicali diversi. A firmarlo non sono né degli artisti americani né inglesi ma gli olandesi Urban Dance Squad, al loro secondo lavoro, quello che ha ufficializzato la nascita del crossover. Ma la vera e propria esplosione popolare del binomio rock-rap arriva appena un anno dopo con l’uscita dell’eponimo esordio degli statunitensi Rage Against The Machine: un album che prende spunto dal concetto portato alla ribalta dagli Urban Dance Squad ma risulta più immediato e ha un grande impatto, specie sui ventenni di allora, anche per il messaggio antagonista dei testi. Gli spettatori del primo concerto italiano della band di Zack de la Rocha e Tom Morello, un sabato pomeriggio allo Zimba di Milano, hanno potuto assistere a una sintesi estetica più che mai efficace del fenomeno: il pubblico era diviso tra incappucciati vestiti oversize, pantaloni col cavallo basso e via così, e capelloni vestiti di nero o, meno numerosi, con una camicia di flanella a scacchi sbottonata. Rapper e rocker, gli stessi che spesso e volentieri si guardavano storti fino a disprezzarsi, per una volta erano uniti sotto lo stesso palco. Da qui in poi la sintesi tra rock e rap ha cominciato a essere istituzionalizzata fino a far entrare stabilmente le rime a tempo nell’estetica pop, ultima e definitiva conferma del successo di questo sdoganamento della presunta “antimusica” rap. Ma non tutto inizia negli anni ’90, anzi. La novità vera e propria dell’epoca era appunto il processo di istituzionalizzazione. È quando i Run DMC decidono di includere su Raising Hell anche la cover di un pezzo degli Aerosmith e di realizzarla con l’apporto dei membri stessi del gruppo capitanato da Steven Tyler, che si scrive però un pezzo di storia. E siamo appena nel 1986. Tutto esplode anche grazie a un video che rappresenta con ironia ed efficacia questo incontro-scontro tra due culture considerate agli antipodi: per questi e altri motivi Walk This Way è entrata a far parte a tutti gli effetti della cultura popolare. Ma il 1986 è un anno clou in questo senso perché registra l’uscita di un altro album fondamentale: in Licensed To Ill dei Beastie Boys, trio proveniente dal punk ma più che mai coinvolto nel rap, chitarre e rime si incrociano a più riprese a cominciare da (You Gotta) Fight for Your Right (to Party!), l’inno di una generazione che, in piena affermazione del decennio edonistico, si stava ancora formando. Questo brano di recente è stato celebrato nel video di Make Some Noise, il primo realizzato a partire da un singolo estratto da Hot Sauce Committee Part Two (2011), ultimo e ispirato album dei tre (ex) ragazzacci newyorkesi. Si tratta più di un mediometraggio di fiction che di un videoclip musicale: un divertito e ironico omaggio dei Beastie Boys ai loro esordi che parte proprio da quella chitarra grezza fusa alla perfezione con quel rap urlato. Se il flirt tra rock e rap con la sua ricca storia stava rischiando di venire dimenticato, i Beastie Boys insomma hanno pensato di evitare l’ingiustizia ricordandoci che loro per esempio sono esplosi così. Per giunta senza il featuring di un gruppo rock.

La storia di questo flirt sta vivendo ormai da tempo e inevitabilmente uno dei momenti più anonimi. Le star delle due sponde Jay-Z e Linkin Park con Collision Course nel 2004 hanno provato di nuovo ad attirare l’attenzione su questo connubio ma la loro collaborazione non ha eccelso per incisività e originalità, anzi. È andata un po’ meglio con Street Sweeper Social Club, gruppo messo in piedi da Tom Morello (Rage Against the Machine) e Boots Riley (The Coup) a Los Angeles nel 2006, ma nel loro eponimo album del 2009 vince la nostalgia visto che si tratta a tutti gli effetti di crossover anni ’90. In Blakroc, progetto e album del 2009 prodotto musicalmente dal duo rock Black Keys che duetta, tra gli altri, con Mos Def, Q-Tip, Raekwon, Ludacris, RZA e Pharoahe Monch, invece si sfruttano i differenti stili dei rapper chiamati a raccolta e il risultato sa meno di già sentito. Ma tocca guardare più indietro per trovare le vere e proprie chicche. Partiamo dal 1991: i Public Enemy, all’epoca i rapper con i suoni più rock in circolazione, danno alle stampe una nuova versione di un loro singolo uscito nel 1987, Bring the Noise. Stavolta la musica non arriva dai piatti ma è opera degli Anthrax, metal band newyorkese che dà al brano una spinta in più rendendolo uno dei rap più potenti della storia. Chuck D ne parla in termini eloquenti: “Quando ho incontrato Percy Sledge gli ho chiesto quante volte ha cantato When A Man Loves A Woman e lui mi ha risposto ‘circa sei milioni di volte’. Allora ho pensato ‘Se Percy Sledge può cantare When A Man Loves A Woman sei milioni di volte io posso fare Bring The Noise per altri vent’anni”. In questa dichiarazione del 2008 il Nostro non si riferisce espressamente alla versione con gli Anthrax ma è anche grazie a quella che il brano è diventato a tutti gli effetti un classico per un pubblico trasversale. Passiamo all’incontro tra i Cypress Hill e i Sonic Youth: introdotta da alcuni “rumori” chitarristici I Love you Mary Jane (ogni doppio senso non è puramente casuale) prende quota con Kim Gordon che sussurra fino a quando la voce nasale di B-Real si fa avanti a ritmo ma dando la sensazione di provenire da una persona in uno stato alterato di coscienza. Considerando la distanza estetica tra i due gruppi il risultato è una combinazione sorprendente. Il brano fa parte della colonna sonora di Judgment Night (in italiano Cuba Libre – La notte del giudizio) film del 1993 di Stephen Hopkins diventato un vero e proprio culto per i rapper e i rocker meno puristi. Basta leggere la lista delle collaborazioni sul booklet della colonna sonora per capire i motivi di questo successo: gli Helmet sostengono gli House of Pain, i Dinosaur Jr. se la vedono con Del the Funky Homosapien, gli Slayer con Ice-t (già avvezzo al crossover visto che appena un anno prima aveva dato vita al progetto Body Count), i De La Soul con i Teenage Fanclub, i Faith No More affiancano i Boo-Ya Tribe e i Living Colour i Run DMC – che tornano a coltivare il vizio dopo aver ricevuto varie soddisfazioni da quel primo esperimento. Ma il picco della colonna sonora resta proprio I Love You Mary Jane: un brano etereo, senza quel rap duro e quelle chitarre pestate che hanno presto reso scontato e statico il crossover. Successivamente solo la collaborazione tra i Black Lips e GZA (Wu-Tang Clan) del 2009 per il brano The Drop I Hold si è avvicinata a questi livelli di armonia anomala. Una versione ancora meno prevedibile è stata quella europea anche se da queste parti il genere non è stato frequentato tanto quanto oltreoceano. In prima linea ci sono proprio gli Urban Dance Squad, gruppo che si è formato in quel 1986 in cui sono usciti Walk This Way e Licensed To Ill ma che dopo i primi due folgoranti album ha perso un po’ di smalto uniformandosi in qualche modo allo stile statunitense. Subito dopo, perché no, ci sono gli Assalti Frontali di Conflitto (1996), più che mai ispirati e per l’occasione sostenuti dai Brutopop, band post-punk capitolina il cui groove irregolare si incastra alla perfezione col flow di Militant A. Ma la fusione più didascalica dei due generi è salita alla ribalta proprio a scapito di queste versioni meno allineate e questa stagione è presto finita. Se da qualche anno però il rap è entrato nel linguaggio rock e pop fino a non farsi più notare il merito è anche dei musicisti meno allineati dell’epoca che dunque si sono presi la loro rivincita. Questa fusione naturale, “nascosta”, accade anche quando ci sono di mezzo collaborazioni tra esponenti dei due fronti come quella, emblematica in questo senso, tra Kid Cudi, MGMT e Ratatat per Pursuit of Happiness (2009). Di certo l’ala radicale dei puristi hip hop che storceva il naso anche all’epoca della prima ribalta dei Roots perché non riteneva lecito parlare di hip hop per una band che non rappava su delle basi ma su un tappeto sonoro creato da strumenti (più) tradizionali, oggi ripenserà a quei tempi con imbarazzo. Stesso discorso per i rocker che in passato hanno biasimato Aerosmith, Anthrax e Sonic Youth per le collaborazioni citate. Chissà che i Beastie Boys non abbiano risvegliato le coscienze del crossover, genere che di certo rivivrà la sua gloria quando il gruppo giusto lo riprenderà nella maniera giusta e nel momento giusto. Mentre scriviamo Big Boi degli Outkast per esempio è in studio con i Modest Mouse per collaborare al nuovo LP di questi indie rocker trentenni. Non si tratta di nomi nuovi e sulla carta non sembrano poter approdare sulla scena musicale spiazzando un po’ tutti ma chissà…

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