Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

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[Islamrap]

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Nel seguente articolo, uscito su Alias del Manifesto Sabato 3 Dicembre 2011 (Alias ANNO 14 – N.46) a p.5 col titolo “La mecca del rap”, parlo del rapporto tra rap e Islam a partire da un documentario francese e un saggio statunitense.

Naeem Mohaiemen (Photo © Najmul Huq)

Dai due paesi rappresentanti il primo e secondo mercato al mondo dell’hip hop arrivano altrettante opere che si occupano del rapporto tra la forma musicale di questa cultura urbana, il rap, e l’Islam: la prima è stata pubblicata negli Usa nel 2008 ma in Italia solo lo scorso Marzo, la seconda ha iniziato a circolare nel suo Paese d’origine, la Francia, durante la primavera passata. È Arcana Edizioni ad aver tradotto in italiano il saggio di Naeem Mohaiemen, Paura di un pianeta musulmano: la storia nascosta dell’hip hop, pubblicato all’interno di Sound Unbound, raccolta di scritti critici musicali curata da Paul D. Miller, nell’ambiente musicale meglio conosciuto come Dj Spooky. Il capitolo dell’artista e autore originario del Bangladesh è disponibile anche in lingua originale in free download sul suo sito ufficiale, www.shobak.org (cliccate su ‘TEXT’). Il documentario della regista francese di origine algerina Keira Maameri, Don’t Panik (Derniers de la classe prod.), invece è stato proiettato in anteprima all’Institut du Monde Arabe di Parigi lo scorso maggio. Se il titolo del saggio di Mohaiemen prende spunto da uno storico album dei Public Enemy, Fear of A Black Planet (Def Jam / Columbia, 1990), quello del terzo documentario di Maameri riprende il motto del rapper francese Médine, “I’m muslim, don’t panic”, vero slogan diretto contro l’islamofobia diffuso anche tramite una linea d’abbigliamento. Mohaiemen conclude il suo scritto con una lista di artisti hip hop “che professano la fede musulmana” seguendo specifiche correnti della fede islamica come il sufismo o aderendo ad alcuni movimenti e sette come Nation of Islam e Five Percent. La lista riguarda solo artisti statunitensi, tratto che non le impedisce di essere molto nutrita, basti citarne alcuni per farsi un’idea: i precursori del rap Last Poets, uno dei tre padri principali dell’hip hop, Afrika Bambataaa, il compianto Guru dei Gang Starr, il radicale Paris, vere e proprie star come Busta Rhymes, Common, Eve, Lupe Fiasco, Nas, Q-Tip, Roots e Ice Cube, e ancora KRS-One, Big Daddy Kane, Brand Nubian, Brother Ali, Capital D, Everlast, Jeru the Damaja, Mobb Deep, Mos Def, Rakim e la maggioranza dei membri del Wu-Tang Clan. Aggiungere alcuni artisti francesi tra i più popolari oltralpe magari fa meno effetto dalle nostre parti ma aiuta a inquadrare meglio la dimensione del fenomeno: Abd Al Malik, Akhenaton e Freeman degli IAM, Ali, Diam’s, Disiz (ex Disiz La Peste), i MAP, Médine e Rohff. Il breve saggio di Mohaiemen parte dall’assunto del giornalista Harry Allen che definisce l’Islam “la religione non ufficiale del’hip hop”. Mohaiemen sostiene e dimostra che la cultura islamica è molto presente nell’hip hop, anche quando non prodotto da artisti di fede musulmana, ma nel contempo la sua influenza è altrettanto snobbata dalla critica e dalla storiografia. Il suo è un discorso esclusivamente statunitense che dunque mette in evidenza come negli Usa la maggioranza dei fedeli di Maometto sia di origine africana, conseguenza sia del divieto imposto ai primi predicatori musulmani di frequentare le “zone in cui abitavano i bianchi e dove si trovavano le chiese” sia della concordia di questi con gli ideali del “radicalismo nero”. Se si aggiunge la storia dei “testimonial” eccellenti della fede islamica, a partire da Muhammad Ali fino ad arrivare ai Last Poets, gruppo seminale del rap, e nel contempo si prende in considerazione la demonizzazione del rap promossa da una buona fetta di cristiani, il gioco è fatto. È così che i brani dei rapper su citati e di tanti altri colleghi sono intrisi di Islam e di tutte le letture socio-politiche di questa fede che nel corso degli ultimi decenni si sono diffuse negli Usa. Il rap statunitense insomma è pieno di campionamenti di Malcolm X, richiami all’afrocentrismo, riferimenti alla numerologia dei Five Percenter e c’è addirittura chi giura, ma per molti fedeli questo è un azzardo, che presenta delle analogie con la metrica del Corano.

Médine

Médine

Il documentario di Keira Maameri si sviluppa su un altro piano: tramite l’esperienza personale di sei artisti provenienti sia dall’Europa, sia dall’Africa, sia dagli Usa, indaga sulla maniera di conciliare rap e Islam. Anche qui si parte dalla paura del musulmano affiancandole quell’approssimazione che identifica gli arabi con la religione islamica. L’algerino Youss, la cui musica spazia tra hip hop, reggae e soul, parafrasa il profeta Maometto invitando ad andare a cercare il sapere, senza farsi imboccare l’essenza dell’Islam per formarsi un’opinione in proposito. Médine rilancia: tra i suoi intenti c’è quello di arrestare il processo per cui oggi, in qualsiasi parte del mondo, un musulmano è considerato “il nemico pubblico numero 1”. La sua opera così come le sue attività pubbliche extra musicali sono connesse all’Islam ma anche a una concezione cosciente e impegnata del rap: la sua volontà di reazione tesa ad arginare l’immagine demoniaca dei musulmani promossa dai media dall’11 Settembre in poi, la dice lunga. Detto ciò, il rapper di Le Havre che con una provocazione ha anche intitolato un suo album Jihad (Din records, 2005) per poi specificare nel sottotitolo “la più grande battaglia è contro se stessi”, prende le distanze dal proselitismo. La presenza dell’Islam nel rap del belga Manza invece non è premeditata: i versi trattano vari soggetti ed esprimono i valori dell’autore così è facile trovare traccia anche della sua spiritualità. Ma la controversia non è tanto sulla genesi del connubio tra rap e Islam e la forma che questo può prendere, risiede a priori: il dibattito sulla possibilità di convivenza tra musica e Islam è ancora in corso, non solo tra i teologi. “Mi prendo tutte le mie responsabilità – dice Médine nel documentario di Maameri -, d’altronde non c’è niente di esplicito che ho letto o che proibisca chiaramente di praticare un’attività artistica. Io ho voglia di rivolgermi ai giovani, magari anche di rappresentarli, anche se non so in quale maniera, e il solo mezzo che ho e soprattutto la cosa che so fare è il rap”. Anche il rapper sangue misto svedese-caraibico ADL, molto popolare in Svezia anche perché sulla scena da quasi trent’anni, si prende le proprie responsabilità ma in un altro senso: dalla sua lettura dell’Islam la musica non è ammissibile. Continuare a produrla gli crea un conflitto interiore ma non ritiene sia ipocrita: concentrandosi su quanto è permesso dalla sua fede per essere creativo, segue queste regole anche tenendo presente quanto oggi un rapper sia per forza di cose un modello. E si rimette al giudizio di Allah. È il rapper newyorkese e indipendente Hasan Salaam a oltrepassare questo dibattito: “Non so quanta gente avrebbe saputo qualcosa sull’Islam se il loro primo approccio non fosse costituito dai Brand Nubian o dal Wu-Tang Clan!”. Solo questo dato di fatto basterebbe a innescare un dubbio nelle idee precostituite espresse da buona parte del mondo occidentale: si può continuare a ignorare o reputare improbabile il connubio tra la forma musicale dal linguaggio più esplicito in circolazione e considerata spesso violenta, specie dalla borghesia perbenista, e la religione considerata con grande approssimazione la più conservatrice quando non addirittura primitiva? Considerando le opere di Maameri e Mohaiemen, la risposta sembra quanto mai chiara perché è fornita sia da molti testi rap sia dai racconti dei rapper. Così la forma musicale della cultura hip hop assume un potenziale ruolo conciliatore nel conflitto post 11 Settembre e, volente o nolente, fa una controinformazione cosciente. Il rap insomma sulla scia di una consolidata popolarità gioca una parte sociale importante. Più che mai interessante in questo ambito se si ipotizza il passo successivo a una convivenza tra culture meno conflittuale: un dibattito molto più laico.

[Playlist n°10]

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Ad Agosto stacco dunque a questo giro la consueta playlist bimestrale diventa mensile. Qui di seguito ecco il meglio di Luglio secondo Blaluca. Ok, manca ancora qualche giorno alla fine del mese ma le dieci posizioni ormai sono occupate stabilmente, dunque tanto vale pubblicare la lista. La prossima top ten riguarderà settembre e ottobre. La precedente invece la trovate qui. Visto che non è proprio la stagione giusta stavolta non troverete cinema. Predominano i dischi e in tre casi devo ringraziare altrettante persone: Filippo Papetti per Clams Casino (qui la sua recensione), Cukiman per Crema – rapper romano di cui credo proprio si dovrebbe parlare di più… oggi è uscita la mia recensione su Alias del Manifesto – e U.X.O. – l’avevo intervistato tempo fa, ecco la chiacchierata di allora.

01 Serengeti – Family & Friends (anticon. / Goodfellas)
02 Sophie Bramly @ 12MAIL (Paris) – 1981 & +
03 Abd al Malik live @ Musiques Sacrées du Monde (Fès) – France Ô
04 Crema – La mia carta d’identità (Breakmagik)
05 Clams Casino – Instrumental Mixtape
(Autoproduzione)
06 MellowHype – BlackenedWhite (Fat Possum)
07 The Stepkids – The Stepkids (Stones Throw / Goodfellas)
08 U.X.O.Raw Meat (Plynt Records)
09 Drums & Ammo – Vol.1 (SWTBRDS)
10 Obake (Rare Noise / Cargo / Goodfellas)

[La guerra delle banlieue non avverrà]

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Ho parlato a più riprese di Abd Al Malik, sia sulle testate con cui collaboro, sia su questo blog – lo cito anche nel precedente post su Booba (questo). Ci ritorno perché ho appena finito di leggere il suo secondo libro, La guerre des banlieues n’aura pas lieu, titolo ma anche frase che chiude questo incontro tra letteratura, saggio sociale e poesia uscito in Francia un anno fa per Cherche-midi (inedito in Italia). Un racconto cosciente che non riesce a prescindere dalla concreta situazione storica, in cui il realismo è lì per intaccare le rappresentazioni stereotipate accettate dalla maggioranza francese (ma potrebbe essere statunitense, brasiliana – come scrive – e anche italiana, certo). Un passo verso l’unità che si oppone all’immagine caricaturale dell’Islam, all’approssimazione sulle persone di origine immigrata e alla visione negativa dei giovani delle banlieue (veicolata, si legge, anche da certi videoclip di rap). Nel racconto il protagonista, Suleyman, dialoga, anche a distanza, con Thomas “Sidi Aqil” Miniard, un medico “gallico dagli occhi blu” installatosi nella banlieue. Il capitolo centrale s’intitola (tradotto) Suleyman demistifica i postulati della banlieue: “Pochi capiscono che orientare sistematicamente un ragazzino, dandogli una certa immagine di sé [...] e in seguito lasciarlo a se stesso in questa maniera in un mondo dove tu sei in rapporto a quello che tu hai, può essere destabilizzante”. Nel post precedente (vedi link in alto) ho accennato alla rivendicazione di Anelka e Booba riguardo il loro non sentirsi francesi. Abd Al Malik seppur indirettamente sostiene che questa presa di posizione significhi partecipare al gioco “di chi non ci conosce ma ha le nostre vite in mano”. Tutti e tre i personaggi pubblici in questione provengono dalle banlieue e ne sono usciti ma la reazione al conseguimento di un altro status sociale è diversa. Abd Al Malik in fin dei conti non critica i suoi omologhi meno ragionevoli ma più che altro vuole parlare a chi non li conosce davvero, racconta la loro storia partendo dalla sua esperienza personale e da quella dei suoi amici della banlieue spingendola verso una direzione di identità comune e unità che guarda al futuro del Paese in cui vive. “La problematica delle banlieue non è una problematica delle banlieue ma della Francia” ha dichiarato a TV5 Monde aggiungendo “[…] la banlieue è anche un luogo formidabile di solidarietà, di forza, di giovinezza… è importante rendere complessa la banlieue […] La gente delle banlieue è francese come tutti noi”.


Recensendo l’ultimo disco di Abd Al Malik per Rumore mi rammaricavo del fatto che una figura simile in Italia latiti: un artista dal solido background hip hop (sempre rivendicato), con una tale crescita intellettuale (la sua prima occupazione è stata spacciare) e musicale (ora canta e si è aperto a suoni anche lontani dal rap), così in vista e considerato sia dai mass media sia da persone agli antipodi della sua esperienza (Juliette Gréco lo adora tanto da aver voluto collaborare con lui e scrivere i versi che aprono La guerre des banlieues n’aura pas lieu). Senza ignorare i contesti sociali così differenti e senza volermi accanire sempre sul solito – l’ho già fatto – mi viene da dire che Jovanotti ce lo meritiamo. Anche Jovanotti ha avuto un percorso di crescita ma più che mai in questi giorni sentirlo parlare di questioni che esulano dalla musica senza la minima capacità di sfruttare realmente l’opportunità – per esempio anche rifiutandosi di intervenire su questioni politiche invece di fare queste considerazioni – è tanto desolante quanto fedele allo stato attuale del dibattito in Italia. Jovanotti sarà anche simpatico, la sua semplicità di certo è rassicurante, è spesso sorridente come Abd Al Malik ma la passione con cui parla, scrive, rappa e canta il francese appartiene a un altro pianeta. Forse è un peccato che sia stato un rapper francese ad aver intitolato un suo album Dante per rendere omaggio a un poeta che per primo dalle nostri parti ha scritto un’opera con una lingua vicina al popolo, no?
Oltre a Dante, Abd Al Malik cita spesso Jonathan Franzen e in particolare un suo pensiero: “Today’s Baudelaires are hip-hop artists”. I suoi riferimenti insomma non si possono definire popolari e anche per questo tanti sostengono che i veri artisti hip hop siano più somiglianti a Booba (vedi di nuovo il primo link in alto). Il critico musicale Jacques Denis (1966) nel settembre 2008 su Le Monde Diplomatique addirittura ha scritto che Abd Al Malik “non è altro che la faccia udibile delle minoranze, resa visibile da una bella operazione di comunicazione”, contrapponendogli nel suo breve saggio vari rapper più radicali come Ekoué del gruppo La Rumeur. Quest’ultimo per esempio non è convinto della possibilità di una convivenza del tutto pacifica: “Non è molto semplice. C’è un razzismo strutturale nelle società occidentali”, ha dichiarato a Denis. Un suo noto verso tra l’altro dice “Hanno previsto di comprare il mio silenzio con i palloni di calcio della nazionale francese”. Adeguando la linea di Abd Al Malik al quadro conflittuale disegnato da Denis si può dire che per l’hip hop vale lo stesso discorso fatto per la Francia: rap intellettuale, rap di strada, rap cosciente, rap radicale… in fin dei conti rap e dunque hip hop. Su cui per giunta c’è un dibattito vivo. Perché in media, a prescindere dallo stile e dalla formazione, si tratta di artisti tutt’altro che sprovveduti.

[Booba, il rapper amico di Anelka]

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Domenica negli USA andranno in scena i Grammy Award, ieri a Lille, in Francia, sono stati assegnati dei premi meno noti da queste parti, quelli de Les Victoires de la Musique. Ma non tutti. Già, perché gli organizzatori del riconoscimento francese nato nel 1985 anche per creare un evento musicale televisivo, quest’anno “per diffondere più musica” ed evitare dirette interminabili di oltre 4 ore hanno deciso di dividere lo spettacolo in due serate. La cerimonia di premiazione della prima serata è stata trasmessa ieri sera su France 4 mentre la serata principale andrà in scena a Parigi e contemporaneamente in diretta sulla ben più seguita France 2 fra tre settimane, il 1° Marzo. Chi è stato premiato ieri? Oltre alle rivelazioni dell’anno, gli artisti delle categorie rock, musiche urbane, musica dal mondo ed elettronica. I vincitori di ogni sezione parteciperanno anche alla serata parigina perché il loro album sarà automaticamente candidato a miglior disco dell’anno.
Formula cambiata e c’è chi non l’ha presa bene. Proprio ieri infatti è apparso un comunicato sul blog del sito ufficiale del rapper Booba il cui quinto album, Lunatic (qui la title track con Akon), ha venduto più di 100.000 copie piazzandosi al numero uno delle vendite francesi l’autunno scorso. Il comunicato è firmato dall’artista e dalla sua casa discografica, fondata dallo stesso Booba nel 2004, la Tallac Records: “Dopo più di 12 anni di carriera sulla scena rap, Booba è stato candidato per la prima volta al premio Victoires de la musique nella categoria ‘musiche urbane'”. Poche righe dopo ecco la presa di posizione sulla nuova formula del premio: “Tale ‘dislocazione’ delle cosiddette musiche ‘speciali’ e delle rivelazioni a una serata ‘secondaria’ testimonia, una volta ancora, un premio Victoires de la Musique che usa due pesi e due misure. Il nostro disaccordo è profondo con tale approccio musicale che ignora uno dei generi più popolari tra il pubblico giovane (il rap, ndr). A questo titolo e per far valere le nostre convinzioni nella maniera più forte che può offrirci un sistema simile, Booba non parteciperà alla trasmissione di France 4″.
Booba ha 34 anni è nato a Meudon (Île-de-France), banlieue parigina, ha sangue misto franco-marocchino-senegalese e fa parte del collettivo hip hop 92I. L’album che gli ha permesso di essere candidato al premio, Lunatic, è stato registrato a Miami e quanto meno si sente l’influenza dirty south. Il suo rap non è certo accomodante: esplicito, banlieusard, spavaldo, polemico, spesso hardcore. In una rima in cui fa il verso alla Marsigliese dice: “Le jour de gloire est arrivé, enfants de la patrie / Kalachnikov chargé, toujours de la partie / Mais la patrie n’aime pas les négros” (il tono e le parole chiave credo si intendano). Un malessere verso la Francia che condivide col suo amico calciatore Nicolas Anelka (amicizie ben diverse da quelle di Doc Gynéco). In un’intervista congiunta rilasciata a Les Inrockuptibles infatti l’attaccante del Chelsea e una volta anche della nazionale francese ha dichiarato: “In nazionale non ho mai voluto cantare la Marsigliese, non mi è mai venuto in mente. E se mi avessero chiesto di farlo, avrei rifiutato, avrei lasciato la nazionale”. Booba ha anche atteggiamenti pubblici non certo posati: nel 2008 a un grande evento hip hop ha tirato una bottiglia di whisky (vedi qui e qui) su uno spettatore che gli lanciava oggetti e lo fischiava insieme a quella fetta di pubblico che lo considera ormai commerciale e non più un vero “rapper di strada”. Fatto sta che se si sommano parole e azioni l’aspetto più sorprendente di tutta la faccenda è che in un Paese così nazionalista e garbato come la Francia l’album di un artista come Booba abbia raggiunto la vetta della classifica. Numeri a parte si parla di un rapper davvero popolare, tanto che si può permettere di prendere certe posizioni che hanno il sapore di un “andate tutti affanculo”, fare notizia e non rimetterci affatto. In Italia, se vale il paragone, queste dinamiche sembrano fantascientifiche.
Alla fine il premio per il miglior album della categoria “musiche urbane” è stato vinto da Abd Al Malik col suo Château rouge. Con merito, credo. Ma poco importa. Booba rappresenta uno spirito critico della Francia ben diverso da quello di Abd Al Malik (istinto e pancia da una parte, intelletto e pensiero dall’altra) ma che non parla solo di e per se stesso e che usa i media con avvedutezza senza mettere da parte la sua indole. “Non ci sentiamo integrati e rispettati – ha detto sempre a Les Inrocks. Quando Florent Pagny (cantante e attore francese, ndr) dice che non vuole mandare i suoi figli in quella scuola perché non parlino come degli algerini, non viene smerdato. Come non essere disgustato?”.


[Playlist n°6]

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La consueta playlist bimestrale a questo giro compare un mese prima del previsto per lasciare il posto, nella seconda metà di dicembre, alla playlist definitiva del 2010 (in uscita su Rumore di Dicembre). Qui di seguito dunque trovate gli album che ho ascoltato più volentieri nel mese di novembre (qui la precedente).

01 Digital Mystikz – Return II Space (DMZ)
02 Ebo Taylor - Love and Death (Strut / Audioglobe)
03 Abd Al Malik - Château rouge (Barclay)
04 Darkstar – North (Hyperdub / Goodfellas)
05 Gonzales – Ivory Tower (Gentle Threat / Ponderosa Music & Art)
06 AAVV – Brownswood Electr*c (Brownswood)
07 Onra – Long Distance LP (All City)
08 Rancore & Dj Myke feat. Svedonio – Acustico (MenInSkratch / TheReverse Musiq)
09 Das Racist – Sit Down, Man (Mad Decent / Greedhead / Mishka)
10 Polar Bear with Jyager – Common Ground (The Leaf Label / Goodfellas)

[Abd Al Malik]

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Ho scoperto Abd Al Malik (1975) grazie a Chiara Santarelli nel 2006. Nel 2007 ne ho scritto su Alias e Rumore e su Blaluca ne ho già accennato qui. Lunedì scorso in Francia è uscito il suo quarto album solista, Château rouge (Barclay / Universal), con la produzione musicale di Gonzales (proprio di recente ho parlato del “suo” film, Ivory Tower).


Rapper (già leader dei NAP, New African Poets), slammer, poeta, compositore, scrittore, in Francia Abd Al Malik, di origine congolese, è uno degli artisti più corteggiati dai giornalisti perché quando parla mette in campo la sua articolata esperienza con una solerzia rara. Nel 2004 ha pubblicato un libro, Qu’Allah bénisse la France (Che Allah benedica la Francia), in cui racconta il suo percorso: cresciuto nella zona più calda della banlieue di Strasburgo decimata dalla droga pesante, ha rubato e spacciato (hashish); cattolico fino a 16 anni, si è prima convertito a un islamismo militante poi ha scoperto il rap e si è riconosciuto nel sufismo, la via all’islam che gli ha permesso di continuare a rappare senza patemi. I suoi testi coscienti, in qualche modo “illuminati”, gli hanno fruttato una serie di riconoscimenti ufficiali invidiabile: il premio Constantin come miglior artista emergente nel 2006, il premio Raoul-Breton della Sacem (la SIAE francese), l’elezione ad artista maschile francese dell’anno nel 2008 e, l’anno scorso, il premio letterario Edgar Faure nella sezione letteratura politica per il suo secondo libro, La guerre des banlieues n’aura pas lieu (Cherche Midi).
In Château rouge non c’è solo declamazione di versi più o meno ritmati, no. Abd Al Malik, per la sorpresa del suo pubblico, in questo disco per la prima volta s’è messo a cantare. La morte in Congo del suo centenario nonno materno, che ha combattuto due guerre per la Francia senza mai metterci piede, ha rappresentato l’incidente scatenante dell’album: in suo onore le prime parole dell’album sono nella lingua che dà anche il nome alla sua etnia, il lari. Ma non solo, nel disco trova spazio la rumba congolese (si ascolti il primo e vivido singolo, Ma jolie) e tra gli ospiti figura Papa Wemba. Tutto senza ripudiare lo slam e il rap, due scuole di formazione fondamentali che nell’album se la vedono con suoni più familiari ai seguaci dell’electro pop (Miss America, Centre ville e Néon). “Sono cresciuto con l’idea che il rap è libertà, che col rap si può fare ciò che si vuole. [...] Sono un purista dell’essenza delle cose ma non della loro forma”. E ancora: “L’idea era di far incontrare quello che non si incontra. […] Esplicitare il fatto che, dal mio punto di vista, oggi non si può inventare più niente in termini di generi musicali ma si possono creare connessioni inedite”. E così, oltre a Gonzales e Papa Wemba, su Château rouge si ritrovano anche Gérard Jouannest, già al fianco di Jacques Brel e Juliette Gréco, Ezra Koenig dei Vampire Weekend, Primary 1 e CocknBullKid. Un album che partendo dalla riflessione sull’identità personale, dall’omaggio alle proprie radici, arriva a rappresentare una complessa quanto nobile identità francese che, secondo Abd Al Malik, nel suo Paese s’è persa di vista a causa di un populismo che ha innescato la mediocrità. Anche per questo Château rouge è un disco da ascoltare a modo.

[Diam's: Rap & Islam]

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Diam's

Diam's

Da ieri c’è la data ufficiale: il quarto album della rapper francese Diam’s (1980), seguente l’exploit di Dans ma bulle (più di 1 milione di copie vendute tra il 2006 e il 2007), uscirà il 16 novembre. S’intitola S.O.S. (Hostile records / EMI) ma in Francia la stampa, più che sull’album, si sta concentrando sulla conversione all’Islam di Diam’s. La notizia è rimbalzata su tutte le testate dopo che il settimanale Paris Match la scorsa settimana ha pubblicato delle foto in cui la musicista nata a Cipro e cresciuta a Parigi (padre cipriota, madre francese) appare di fianco al marito, Aziz, mentre esce dalla moschea di Gennevilliers, in vestiti tradizionali islamici; insomma indossando il velo, seppure non integrale. Non si tratta di una scoperta dell’ultima ora, visto che lo scorso Marzo la rapper si era già presentata nelle stesse vesti sul palco dell’Institut Du Monde Arabe per uno showcase insieme al collega Médine (qui il video). Le foto di Paris Match però stanno facendo più clamore proprio perché pubblicate a ridosso dell’annuncio dell’uscita di S.O.S. e Mélanie Georgiades, questo il vero nome di Diam’s, è una musicista al confine tra rapper esplicita e popstar: i suoi album sono tanto politici quanto orecchiabili. Senza contare che la ragazza non viene da una famiglia di tradizione musulmana ed è a tutti gli effetti francese. Insomma una giovane neo-musulmana presto ligia alla sua religione ma anche una popstar che si rifà a una cultura statunitense, l’hip hop, e che scrive testi politici espliciti. Quando nel 2006 la intervistai per Beat Magazine così mi parlò dell’allora Ministro dell’Interno francese Nicolas Sarközy (allora non molto noto dalle nostre parti): “Un politico molto repressivo, al confine tra destra ed estrema destra”. Pochi mesi prima, novembre 2005, dopo la morte di due ragazzi che, scappando dalla polizia, erano rimasti fulminati dall’alta tensione, le banlieue erano in rivolta; Sarko di fronte ai rivoltosi urlava “ci sbarazzeremo di questa feccia”, “sono canaglie”. Diam’s venne presto eletta dalla stampa la voce della banlieue, anche perché da lì viene.
Del connubio rap-Islam in Fancia si è già parlato molto e soprattutto grazie ad Abd Al Malik: nel suo libro autobiografico Qu’Allah bénisse la France (Albin Michel, 2004; 15 euro / Traduzione del titolo: ‘Che Allah benedica la Francia’) il rapper e poeta francese di origine congolese racconta la sua storia di conversione all’Islamismo. Stanco della sua condotta da ladruncolo e spacciatore di hashish, abbandona la microcriminalità quando trova risposte nell’Islam. Presto diventa un fedele convinto e ligio, dedito anche al proselitismo, ma i conti non gli tornano quando il suo emiro lo mette alle strette: “‘Devi smetterla col rap’. [...] Mi spiegò anche – sicuramente per addolcire le sue imprecazioni e le sue minacce di collera divina – che lui stesso era stato un gran fan di Barry White, ma non aveva esitato a distruggere tutti i suoi 33 giri per la causa di Dio” (traduzione mia). Abd Al Malik ha conciliato la sua fede col rap sbarazzandosi di questo Islam, da lui definito “periferico”, e approdando al sufismo.

Abd Al Malik

Abd Al Malik

Quella di Diam’s è una storia differente: si parla di una depressione seguente l’enorme successo riscosso da Dans ma bulle e seppure la Nostra negli ultimi tempi non abbia rilasciato interviste, i giornali francesi riportano una dichiarazione che avrebbe rivolto al suo entourage: “Le medicine non hanno potuto guarire la mia anima, allora mi sono rivolta alla religione”. Che l’abbia detta o meno, è opinabile riportarla così fuori contesto perché si potrebbe anche concludere: “Diam’s si è convertita all’Islam perché era depressa”. Intanto lei, direttamente dalla banlieue, dove è rimasta a vivere nonostante fama e ricchezza, ha fatto uscire due brani di S.O.S. in anteprima: in I Am Somebody Diam’s ripercorre la sua storia, racconta la sua carriera anno per anno, parlando del peso della notorietà, della sua identità e dei suoi tormenti interiori; tutto senza evitare una polemica con i media (un vero e proprio rap fiume in cui passa quasi in secondo piano il verso “Je me revois criant «Sarko facho le peuple aura ta peau»”, ossia “Mi rivedo gridando «Sarko fascista, il popolo avrà la tua pelle»”); lo stesso Enfants du désert è un brano biografico, polemico e combattivo.
Se e quando Diam’s parlerà si saprà qualcosa in più su come concilierà rap e Islam. Intanto chi ha ascoltato in anteprima l’intero album ne ha rivelato uno degli ultimi versi: “Je rappe car je ne parle plus”; “Rappo perché non parlo più”.

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