Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

Archive for the ‘Milano’ Category

[Black Gusto Live: James Senese]

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Stasera a Milano comincia la rassegna Black Gusto Live ospitata dal ristorante/pizzeria Mamma Oliva (Via Battistotti Sassi, 11). La direzione artistica è di Luca Siano. Quattro concerti, uno ogni primo giovedì del mese. E a inaugurare questi appuntamenti c’è James Senese (1945). Dal 24 gennaio scorso circola un nuovo album del sassofonista italoamericano, È fernut’o ‘o tiempo (Arealive / Edel). Senese lo presenterà accompagnato dalla sua band: “Ho composto questo disco in un momento particolare della mia vita, in cui ho avvertito l’urgenza di parlare dei sentimenti, dell’amore. Non solo l’amore passionale ma anche quello per un’idea o per la vita”. Il secondo appuntamento sarà con il Gegè Telesforo Quintet, giovedì 5 aprile. Stamattina intanto James Senese ha incontrato la stampa. Di seguito ho assemblato alcune delle sue risposte alle domande che gli abbiamo rivolto.

Il mio legame con Napoli è stato sia un bene sia un male. Ho fatto molta fatica a farmi comprendere. Anche il napoletano quando mi guarda mi vede così come sono: sono nero, sono americano e sono nato a Napoli ma di certo dall’esterno si vede l’americano, non il napoletano che è dentro di me. Questo da una parte è stato una fortuna da un’altra una sfortuna. Io ho sempre cercato di farmi valere per quello che sono come napoletano. Se fossi nato e cresciuto in America sarei stato facilitato, sia per il linguaggio che uso sia per l’evoluzione che ho avuto dai miei esordi a oggi: lì sarei stato spronato dalla mia gente, da quelli come me. A Napoli per farmi capire ho dovuto spremere in maniera molto forte quella parte di napoletanità che c’è in me.

Ho sempre giudicato il sistema negativamente. Dopo il ’68, a ventiquattro/venticinque anni il mio cervello ha cominciato a bollire: ho iniziato a guardare il sistema da un punto di vista contrario a quello di prima, non accettando più quello che il sistema mi dava. Mi sono reso conto che si trattava di un gioco per portarmi dentro certi meccanismi. Da qui è nata la rivoluzione di Napoli Centrale: se vai a tradurre i testi dal napoletano ci sono delle botte pesanti contro il sistema, da cui poi si può dire non si salvi quasi nessuno. E come si muoveva allora, allo stesso modo il sistema si muove oggi. Il mercato chiaramente ne fa parte: le case discografiche devono vendere e per raggiungere questo obiettivo venderebbero anche la madre. Una volta, a dirla tutta, c’erano delle etichette originali, o produttori come quello di Napoli Centrale e degli Area – secondo me i due gruppi più forti di allora per linguaggio, espressione -, un tipo all’avanguardia, che vedeva quello che gli altri non vedevano. Se cedi alle proposte molto vantaggiose che ti fa il sistema invece è finita. Io ho dato la mia vita per la musica e non ho mai accettato compromessi. Ho fatto le mie scelte con il cuore.

Con la mia band suono spesso all’estero. Abbiamo suonato in Cile, in Germania, in Africa… e spesso finiamo per suonare in grandi piazze, a differenza dell’Italia dove dominano i club. A breve inoltre partiamo per il tour americano di Passione con John Turturro, che è riuscito a cogliere una parte positiva di Napoli… quando ho visto il film mi sono commosso. In una situazione di questo tipo invece, con tavoli e gente che mangia come qui al Mamma Oliva, è una delle prime volte che suono. In fin dei conti però non credo ci siano situazioni migliori di altre per ascoltare la musica… quando suono entro in un’altra dimensione: saliamo sul palco, siamo quattro animali e andiamo. Per finire, aggiungerei che le parole non servono a niente, è un linguaggio che abbiamo acquisito: la musica conta molto di più, specie se ti arriva…

Scritto da blaluca

1 marzo 2012 alle 5:03 pm

[Kid Creole & Ornella Vanoni]

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Oggi ho ricevuto il comunicato stampa che annuncia l’uscita di I Wake Up Screaming, primo album in studio dopo dieci anni per Kid Creole affiancato dalla sua storica cricca The Coconuts. L’uscita è prevista per metà settembre. “[...] una nuova epica odissea di Creole che esplora la sua mente illuminata, proponendo un’incredibile varietà di temi e stili nel caleidoscopico mondo Tropical, con evidenti rimandi agli albori della sua carriera con i Buzzard’s Original Svannah Band”. L’album esce su Strut Records, in quanto a black music d’autore una delle etichette discografiche più illuminate (in questo caso l’attributo si può usare senza riserve). Fatto sta che per l’occasione il Nostro a breve sarà in Italia per promuovere l’album sulla stampa, con la speranza magari di ottenere qualche data dal vivo perché a guardare il suo sito a oggi non pare ne abbia molte (si veda qui). Poco dopo aver letto questo comunicato ho sfogliato Il Venerdì di Repubblica uscito oggi in edicola. A p.147 c’è un’intervista a Ornella Vanoni (1934) che tra un paio di settimane partirà per l’ennesimo tour della sua carriera e attraverserà tutta Italia. Prima tappa ad Andria. Qual è la relazione tra Ornella Vanoni e Kid Creole? Come molti ricordano entrambi si sono esposti di recente per Letizia Moratti, il primo partecipando al concerto di chiusura della campagna elettorale per l’ormai ex sindaco di Milano, la seconda addirittura candidandosi nella Lista Moratti. In quest’ultimo caso le versioni discordano ma non si scappa: c’è chi dice che ha preso 36 voti, chi 38. Sono passati quindici giorni dal concerto pro-Moratti e tra sei giorni sarà un mese che i milanesi hanno votato per il primo turno delle elezioni amministrative, quando si poteva esprimere la preferenza. Per Kid Creole e Ornella Vanoni, a prescindere dalla vittoria finale di Pisapia, si è trattato senza dubbio di due brutte figure (nel primo caso qui e qui trovate due resoconti del concerto, in caso aveste ancora qualche dubbio). Ora, caso vuole, con una buona dose di tempismo misto a coraggio, i due si ripresentano a stretto giro di fronte al pubblico ma nelle loro vesti classiche, con la sola musica di mezzo. Kid Creole presumibilmente conosceva la natura politica del concerto. Anche l’orientamento del candidato che supportava? Di certo sapeva che sarebbe tornato dopo qualche settimana in Italia per promuovere il suo nuovo album e magari pensava che quella sera in quella bella piazza stava facendo un primo passo per il lancio del disco. La relativa rassegna stampa con ogni probabilità avrà deluso sia lui sia chi lo ha portato su quel palco. Il problema ora è che la Strut a occhio e croce non pare proprio l’etichetta di riferimento dei morattiani/pidiellini. Non credo neanche ci sia chi pensa che il Nostro meriti il boicottaggio ma a priori qualche perplesso in più di fronte al suo disco ci sarà. A breve sapremo se la musica è più convincente del suo autore, che a 60 anni suonati si è scomodato da New York per attraversare l’oceano e non rinunciare a dare un contributo alle sorti di una politica non proprio nota a livello internazionale. Per quanto riguarda Ornella Vanoni la questione invece, anche grazie alle domande della giornalista di Repubblica Elena Martelli, è meno oscura: “Io sarei liberale. Mi sono candidata a Milano perché me lo ha chiesto un caro amico, Giovanni Terzi”. E qui pare lecito un collegamento al Red Ronnie che invoca la sua amicizia con Letizia Moratti per giustificare il suo impegno creativo nella campagna elettorale. Ma la cantante milanese alla domanda sugli anni della storica mala di queste parti (ne ho accennato qui), risponde: “Era un periodo bellissimo per Milano, una città allora vibrante, non depressa come oggi”. Vibrante come il Bronx degli anni ’50, dove è nato Kid Creole? Evitando le teorie del complotto, che sarebbero più che mai spropositate, di certo abbiamo a che fare con due persone che hanno appoggiato la candidatura di una persona molto lontana dal loro ambiente di provenienza e formazione. Per Kid Creole basti aggiungere che è uno dei musicisti a figurare in Downtown 81 di Edo Bertoglio, film in cui un Basquiat diciannovenne, non proprio famoso, girovaga alla ricerca di un posto dove dormire nella New York dei primi bagliori new wave. Il lancio del film così recitava: “New York com’era quando era” – magari prima di venire “ripulita” da certe amministrazioni. Più evidente il secondo caso: la Vanoni rimpiange esplicitamente le origini che l’hanno formata specie se paragonate alla Milano odierna. Ma (per amicizia?) non si pone il dubbio che la depressione della sua città dipenda dalla cattiva amministrazione degli ultimi anni. Quando ci si espone pubblicamente contraddirsi fa parte del gioco ma per questa strana coppia si tratta di altro, perché siamo a metà strada tra confusione e sommarietà. In questo senso è un bene che i due tornino alla musica e non frequentino la politica. E il coraggio in questo caso non c’entra.

[PDL live @ Piazza del Duomo - Giovedì 26-05-2011, Milano]

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Un amico musicista mi ha scritto una mail per farmi un breve resoconto della serata-concerto di ieri, l’evento di chiusura della campagna elettorale del nostro sindaco in carica. In Piazza del Duomo, qui a Milano. Eccolo, in corsivo:

Diario della serata: arrivo in Duomo verso le 20.30. Sta suonando un gruppo di ragazzini a metà strada tra Slipknot e teatro ironico/demenziale: di una “violenza” inaudita, roba che fatichi a trovare in un Gods of Metal. Mi ritrovo tra la gente “perbene” che si lamenta e urla di smetterla alla fine di ogni pezzo. Dopo tocca a Bryan Ferry, quasi irriconoscibile: venti minuti circa con la band in playback per un mega medley dei suoi successi. Cagato pochissimo. Proseguiamo: altra band di ragazzini, non so se del CPM comunque fanno Knockin’ on Heaven’s Door, versione Guns & Roses chiaramente. Spaventosa! Segue una pausa lunghissima, senza nessun intrattenitore e sarà così a ogni cambio palco. Arriva il momento di Alexandra Stan, nuova starlet romena dell’house più becera: si presenta in mega shorts con chiappe di fuori, in pieno stile ‘bunga bunga’. Canta sulle basi, tre pezzi, la sua unica hit e due cover (una di Amy Winehouse, l’altra non so cosa sia). Ma eccoci al clou, a piazza già decimata: la Zanicchi, Formigoni, Letizia e qualche assessore intonano O mia bela Madunina. Ma la gente non era lì per Gigi D’Alessio?! Incredibile! Andiamo avanti: Red Ronnie e La Russa chiamano al telefono in diretta D’Alessio che tenta di spiegare il motivo della disdetta. Poi tocca all’orchestra, annunciata come Orchestra della Scala quando in realtà voci interne mi hanno assicurato che i musicisti della Scala erano solo due: quasi da querela. Tre arie classiche nella totale indifferenza dei pochi rimasti che ancora sperano nell’arrivo di Gigi. Subito dopo ecco Kid Creole & the Coconuts: playback totale e tre coconuts in bikini. Qui me ne vado. Atmosfera surreale. Altri dettagli devo dirteli a voce, rendono di più. Intanto guardati questo video:

Scritto da blaluca

27 maggio 2011 alle 12:16 pm

[Vallanzasca - Gli angeli del male]

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Torno a parlare di cinema. Qualche giorno fa ho visto il film di Michele Placido su Renato Vallanzasca, ben interpretato da Kim Rossi Stuart.

Renato Vallanzasca, un milanese che non ha mai sopportato i prepotenti, con “il lato oscuro un po’ pronunciato”, con la battuta pronta, con la passione per la bella vita (abiti di alta sartoria, mica dei magazzini), che dopo le prime rapine s’è spostato dal super proletario Giambellino nella super borghese Via Vincenzo Monti, protettivo al massimo con la famiglia, quasi spietato verso chi se la prende coi suoi genitori, allergico alle divise. Un criminale con una sua etica, signore con i signori e le signorine sequestrate, per quanto possibile comprensivo coi colleghi, la cui generosità ha anche viaggiato a braccetto col suo egocentrismo. Il capo di una banda che, volente o nolente, per superficialità e indulgenza verso alcuni complici/amici, ha ucciso tanta gente comune. Ma nonostante questo il bandito bello, elegante, spavaldo, competitivo, ambizioso e intelligente che all’apice della sua popolarità ha fatto innamorare le casalinghe di mezza Italia. Questo il ritratto che esce dal film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male, nei cinema italiani dallo scorso 21 Gennaio.
Siamo nell’Italia degli anni ’70, in cui a sparare parecchio non erano solo le bande di rapinatori, in cui le armi hanno fatto saltare gli schemi, in cui dal carcere si entrava ed evadeva in continuazione e in cui l’eroina ha scombinato ulteriormente i piani. Ma l’Italia che mette in scena Placido, tra night, champagne, puttane, montaggio serrato a ritmo di rock nelle scene d’azione – che aumenta insieme all’adrenalina -, ha un collegamento col presente. Il 26 Gennaio sulla pagina facebook ufficiale di altri milanesi doc, il gruppo rap Club Dogo, data l’attualità è apparsa questa rima tratta dal loro brano Fino alla fine: “In Italia le rockstar fanno politica e morale, niente male, tanto ci pensano i politici a scopare”. Vallanzasca negli anni ’70 s’è arricchito commettendo reati e delitti e, grazie ad autocompiacimento, vanità ma anche astuzia, è diventato un bandito-rockstar, un personaggio più che mai televisivo. Oggi chi sarebbe? Difficile collocarlo con nettezza nel presente senza qualunquismi, fatto sta che il Vallanzasca descritto da Placido è a tutti gli effetti uno dei padri dell’Italia attuale. È il film semmai a sembrare poco italiano, perché proprio come Vallanzasca, persona incapace di autocensura, non nasconde né smussa il fascino del criminale complicando il livello del nostro dibattito, oltrepassando la retorica del manicheismo (altro tratto poco italiano, ma qui si sconfina in un altro tema, è la cura dell’accento, magari non sempre riuscito ma quanto meno c’è l’intento di far esprimere i milanesi con cadenza e gergo milanese di quel tempo e quell’ambiente). E il sottotitolo del film, ‘gli angeli del male’, vuole proprio condensare luci e ombre di un rappresentante della mala (e) dell’epoca quanto mai italiano.
Un giorno prima dell’uscita del film è circolata una notizia: Renato Vallanzasca, quello reale, ha mandato a quel paese i carabinieri minacciando di chiamare giornali e tv per denunciarsi “perseguitato” (leggete qui). Un’azione perfettamente in linea col personaggio di Placido, anzi il sospetto che l’ex bandito dopo aver visto il film abbia voluto ribadire all’Italia che è ancora lui, è più che lecito. Altri l’avrebbero studiata come perfetta mossa di marketing ma anche in questo caso si tratta di un campo in cui un bandito omicida ha precorso i tempi. Se ne può parlare?

[Metroman: "Vai, Milano!"]

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Metti una carrozza della metropolitana milanese: musi lunghi, compostezza, sguardi bassi, imperturbabili anche quando subordinati agli umori di un libro o alla portata di una notizia di un quotidiano, e una spiccata allergia per chi fa moneta, a prescindere dal fatto che suoni, supplichi, sia un bambino, una donna incinta o un anziano con problemi motori. Quando sui mezzi pubblici milanesi si materializza un bisognoso, la chiusura dei passeggeri si accentua. Non è neanche indifferenza, è contegno radicale. Quando sale Metroman con la sua cassa e il suo microfono però gli equilibri si spostano, saltano gli schemi: la maggioranza dei viaggiatori nel giro di pochi istanti inizia a lottare con un sorriso che vuole stamparsi sulle labbra mentre una buona parte, incitata a dovere, addirittura finisce per applaudire la performance. Metroman ha un accento del sud Italia e predilige la zona centro occidentale della città. Non solo metrò: la strada in cui si esibisce più spesso pare essere Via Torino e il suo palcoscenico in questo caso sono i tram. Il suo repertorio canoro si muove tra classico e “nazionalpopolare”: Domenico Modugno, Michael Jacskson, George Michael, Renato Zero, Umberto Tozzi, Claudio Baglioni, Battisti e via così. Il fatto è che, oltre a contorcersi sui pali di sostegno per i passeggeri in maniera goffa (sarà alto 1m 90cm) e fare avanti e indietro per arrivare a tutti anche quando lo spazio per muoversi è ridotto, incita il suo pubblico occasionale con alcune frasi collaudate che strappano il sorriso: “Dai, che so’ migliorato”, “Tutti insieme, anche gli anziani” (con la variante politicamente scorretta, “anche i peruviani”), “Me lo merito un applauso” e “Non ridete”. I milanesi, increduli, anche visto che la voce del nostro non è certo impeccabile, sul finale ridono proprio quando, prima di uscire di scena (cambiare carrozza), il ragazzone regala l’ultima chicca: “sto anche su facebook: Metroman” (mentre scrivo, la sua foto profilo è quella di Lupin III con la pistola puntata di fronte).
A Milano in metrò, quanto meno dagli anni ’80, si sta seri e per lo più in silenzio; mai visto niente di simile. Metroman è un trascinatore paraculo che cavalca la sprovvedutezza – basti considerare l’autoironia – nonché gli istinti più bassi del popolo visto che indossa spesso una felpa con scritto Italia, come a voler rimarcare una differenzia tra lui e i suoi omologhi stranieri. L’impassibilità, che resiste, però non sembra derivare dal fastidio per il suo essere ostentatamente paraculo o politicamente scorretto, no, fa parte della vita milanese. Ok, ci sono anche passeggeri che si lasciano coinvolgere fino al punto di farsi porgere il microfono per partecipare allo show con la loro voce (ecco un sorcino), ma sono eccezioni. In altre città un simile showman può risultare ordinario, qui a Milano è un sovversivo. Metroman – che dice di avere 24 anni ma ne dimostra almeno una decina in più e che, va detto anche questo, non ha l’aspetto di un bisognoso – s’è aperto una breccia in una ben solida muraglia e per fare questo un talento ci vuole. Ieri sera l’ho incrociato sulla linea verde, tra Sant’Ambrogio e porta Genova: due fermate, circa cinque minuti, Last Christmas degli Wham! abbozzata, e la gente, anche se per lo più timidamente, già aveva cambiato umore. “Vai, Milano!”.

Scritto da blaluca

24 dicembre 2010 alle 2:27 pm

[Bret Easton Ellis live @ Feltrinelli - Venerdì 15/10/10, Milano]

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Ieri Bret Easton Ellis era a Milano. Questo blog si occupa molto di musica e il titolo di questo post ricalca quelli dei resoconti dei concerti. Già, perché come ha detto Antonio Scurati per presentare l’autore di Meno di zero, Le regole dell’attrazione e American Psycho, “Ellis è uno scrittore realmente famoso”, un po’ come una rock-star – questo lo aggiungo io, ma credo che Scurati intendesse anche questo. La Feltrinelli di Piazza Piemonte era bella piena e nonostante sia arrivato un’ora prima ho trovato un posto un po’ defilato (come si vede dalle foto). Ellis ha esordito dicendo “Non ho mai visto così tanti italiani tutti insieme, così stipati in un ambiente”, frase che in questi cinque mesi di tour promozionale di Imperial Bedrooms avrà ripetuto ogni volta cambiando attributo/nazionalità di volta in volta. Quella di ieri era l’ultima data del tour. Praticamente Ellis non ha risposto a nessuna delle domande rivoltegli (“Il fatto è che spesso non ho le risposte”), anche quando ha risposto. Probabilmente all’ultimo giro del lungo tour la sua miscela di sarcasmo e misantropia ha raggiunto l’apice. Scurati in questo senso ha avuto un ruolo ingrato, nonostante abbia dimostrato di conoscere bene l’opera omnia di Ellis e averci ragionato a modo. Anzi, l’autore de Il sopravvissuto ha dovuto pure sopportare l’opinabile assunto di un fan di Ellis che ha chiesto il microfono per una domanda: “Visto che lei, Mr. Ellis è simpatico, a differenza degli scrittori italiani, potrebbe dirci…” (mi è stata segnalata la genesi dell’intrevento, eccola). Al momento di foto e autografi s’è creata una fila caotica che è durata più di un’ora. Già, perché Ellis, oltre a essere un grande scrittore, è uno scrittore davvero famoso, l’equivalente di una rock-star credibile e finora sempre all’altezza delle attese, non una rock-star ridicola come gli americani giudicano Berlusconi le poche volte che lo considerano (così ha detto Ellis; grande applauso). Domani il Nostro sarà ospite da Fabio Fazio; chissà se risponderà alle accomodanti – ma meno egocentriche – domande televisive o svelerà di nuovo il suo fastidio che genera simpatia, quanto meno nei suoi fan più accaniti.

[The Good Fellas live @ Blue Note - Giovedì 07/10/10, Milano]

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Ieri sera al Blue Note di Milano ho assistito al concerto dei GoodFellas, i Gangsters emiliano-romagnoli dello Swing. Band talmente scafata da anni di concerti, apparizioni teatrali e tv e partecipazioni a festival di mezza Europa, che riesce a produrre un vero e proprio show ovunque, davanti a qualsiasi pubblico. Nonostante non li conosca da una vita, questa è stata la mia sensazione. Anche perché l’eterogeneità del pubblico del Blue Note non lascia indifferenti: a parte il fatto che molti erano lì anche per mangiare, ho visto potenziali aficionados del Summer Jamboree di Senigallia, patiti di jazz, coppie di pensionati statunitensi, sospette escort, bambini accompagnati da genitori, coppie di nostalgici delle balere più rock’n'roll, di giovani bohémien nonché di berlusconiani. In quest’ultimo caso nessun sospetto: quando il leader dei GoodFellas, Mr. Lucky Luciano, in uno dei suoi amabili e chilometrici monologhi (dialoghi quando Rico Romano gli ha fatto da spalla), ha detto col sorriso qualcosa come “e ci sono anche italiani che votano Berlusconi, pensate. Io no!”, c’è stato un applauso convinto di parte della sala ma anche chi, come due coppie sui 60 di fronte a me, ha provato un certo fastidio, si è sentito sbeffeggiato nonostante il pagamento di biglietto e consumazione (una signora molto ‘borghesia milano’ sembrava dire “ma come si permette?”). L’episodio sembra contraddire la prontezza a relazionarsi con qualsiasi pubblico di cui parlavo. Invece no, tempo una canzone e mezzo e i quattro berlusconiani più o meno offesi battevano le mani a tempo, hanno ricominciato a ridere alle battute di Lucky Luciano e ala fine si sono divertiti. Swing e rock’n'roll a parte, non sarà stato mica merito dei toni gangster che i “Bravi Ragazzi” danno al jazz? Il fatto è che uno show del genere, tralasciando i gusti personali, mi dà l’idea di poter ripagare chiunque. In fin dei conti è uno show molto pop tenuto in piedi da musicisti scafati che col proprio strumento ci sanno fare, eccome.

Scritto da blaluca

8 ottobre 2010 alle 12:17 pm

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