Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

Archive for the ‘Francia’ Category

[Rap di Hamé, produzione di Sarkò]

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Hamé, membro de La Rumeur, è il rapper parigino perseguitato da Sarkozy a suon di processi (ben cinque). Dopo otto anni, nel giugno 2010 la corte di cassazione ha dato ragione al rapper e non all’ex ministro dell’interno che voleva fosse risconosciuta legalmente la presunta diffamazione della polizia di stato (ne ho già accennato qui). La Rumeur è uno dei gruppi rap più antogonisti verso la francofilia ufficiale. Lo conferma uno dei loro primi singoli, datato 1999, Pas de justice, pas de paix (trad. Nessuna giustizia, nessuna pace; qui il testo in francese), in cui il conflitto con lo stato e i suoi rappresentanti è descritto senza mezzi termini. Be’, il blog antirazzista Cellule de Crise, in vista delle presidenziali di fine aprile/inizio maggio, ha pensato di fare un bel mash-up tra questo brano e il nuovo inno elettorale di Sarkozy. Ecco il risultato:

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6 marzo 2012 alle 11:06 am

[Balotelli nel rap francese]

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Gestelude Pt. 2 è uno dei brani dell’album rap del momento in Francia, Noir désir di Youssoupha. Nella seconda strofa l’ospite, S-Pi, a un certo punto dice: “Elevé au Daddy Kery j’ai la frappe de Balotelli” (nel video qui sotto a 1′ e 52″). In italiano la seconda parte si può rendere con “ho la castagna di Balotelli”. È la prima volta che Balotelli viene citato in un rap?

Scritto da blaluca

26 febbraio 2012 alle 11:36 am

["Rapropos. Il rap racconta la Francia"]

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Quasi ci siamo. Dal 14 marzo sarà disponibile nelle librerie il mio saggio Rapropos. Il rap racconta la Francia. Dal 22 febbraio il libro si potrà acquistare in anteprima nella sede dell’editore, Agenzia X. Gli abituali frequentatori di questo blog sanno che seguo le vicende del rap francese da tempo. Rapropos prende spunto anche da alcuni post qui pubblicati. Di seguito la copertina, presto maggiori informazioni.

 

"Rapropos", in copertina Médine (foto di Catherine Mercien)

"Rapropos", in copertina Médine (foto di Catherine Mercien)

Scritto da blaluca

1 febbraio 2012 alle 3:00 pm

Pubblicato in Francia, Rap francese

[Islamrap]

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Nel seguente articolo, uscito su Alias del Manifesto Sabato 3 Dicembre 2011 (Alias ANNO 14 – N.46) a p.5 col titolo “La mecca del rap”, parlo del rapporto tra rap e Islam a partire da un documentario francese e un saggio statunitense.

Naeem Mohaiemen (Photo © Najmul Huq)

Dai due paesi rappresentanti il primo e secondo mercato al mondo dell’hip hop arrivano altrettante opere che si occupano del rapporto tra la forma musicale di questa cultura urbana, il rap, e l’Islam: la prima è stata pubblicata negli Usa nel 2008 ma in Italia solo lo scorso Marzo, la seconda ha iniziato a circolare nel suo Paese d’origine, la Francia, durante la primavera passata. È Arcana Edizioni ad aver tradotto in italiano il saggio di Naeem Mohaiemen, Paura di un pianeta musulmano: la storia nascosta dell’hip hop, pubblicato all’interno di Sound Unbound, raccolta di scritti critici musicali curata da Paul D. Miller, nell’ambiente musicale meglio conosciuto come Dj Spooky. Il capitolo dell’artista e autore originario del Bangladesh è disponibile anche in lingua originale in free download sul suo sito ufficiale, www.shobak.org (cliccate su ‘TEXT’). Il documentario della regista francese di origine algerina Keira Maameri, Don’t Panik (Derniers de la classe prod.), invece è stato proiettato in anteprima all’Institut du Monde Arabe di Parigi lo scorso maggio. Se il titolo del saggio di Mohaiemen prende spunto da uno storico album dei Public Enemy, Fear of A Black Planet (Def Jam / Columbia, 1990), quello del terzo documentario di Maameri riprende il motto del rapper francese Médine, “I’m muslim, don’t panic”, vero slogan diretto contro l’islamofobia diffuso anche tramite una linea d’abbigliamento. Mohaiemen conclude il suo scritto con una lista di artisti hip hop “che professano la fede musulmana” seguendo specifiche correnti della fede islamica come il sufismo o aderendo ad alcuni movimenti e sette come Nation of Islam e Five Percent. La lista riguarda solo artisti statunitensi, tratto che non le impedisce di essere molto nutrita, basti citarne alcuni per farsi un’idea: i precursori del rap Last Poets, uno dei tre padri principali dell’hip hop, Afrika Bambataaa, il compianto Guru dei Gang Starr, il radicale Paris, vere e proprie star come Busta Rhymes, Common, Eve, Lupe Fiasco, Nas, Q-Tip, Roots e Ice Cube, e ancora KRS-One, Big Daddy Kane, Brand Nubian, Brother Ali, Capital D, Everlast, Jeru the Damaja, Mobb Deep, Mos Def, Rakim e la maggioranza dei membri del Wu-Tang Clan. Aggiungere alcuni artisti francesi tra i più popolari oltralpe magari fa meno effetto dalle nostre parti ma aiuta a inquadrare meglio la dimensione del fenomeno: Abd Al Malik, Akhenaton e Freeman degli IAM, Ali, Diam’s, Disiz (ex Disiz La Peste), i MAP, Médine e Rohff. Il breve saggio di Mohaiemen parte dall’assunto del giornalista Harry Allen che definisce l’Islam “la religione non ufficiale del’hip hop”. Mohaiemen sostiene e dimostra che la cultura islamica è molto presente nell’hip hop, anche quando non prodotto da artisti di fede musulmana, ma nel contempo la sua influenza è altrettanto snobbata dalla critica e dalla storiografia. Il suo è un discorso esclusivamente statunitense che dunque mette in evidenza come negli Usa la maggioranza dei fedeli di Maometto sia di origine africana, conseguenza sia del divieto imposto ai primi predicatori musulmani di frequentare le “zone in cui abitavano i bianchi e dove si trovavano le chiese” sia della concordia di questi con gli ideali del “radicalismo nero”. Se si aggiunge la storia dei “testimonial” eccellenti della fede islamica, a partire da Muhammad Ali fino ad arrivare ai Last Poets, gruppo seminale del rap, e nel contempo si prende in considerazione la demonizzazione del rap promossa da una buona fetta di cristiani, il gioco è fatto. È così che i brani dei rapper su citati e di tanti altri colleghi sono intrisi di Islam e di tutte le letture socio-politiche di questa fede che nel corso degli ultimi decenni si sono diffuse negli Usa. Il rap statunitense insomma è pieno di campionamenti di Malcolm X, richiami all’afrocentrismo, riferimenti alla numerologia dei Five Percenter e c’è addirittura chi giura, ma per molti fedeli questo è un azzardo, che presenta delle analogie con la metrica del Corano.

Médine

Médine

Il documentario di Keira Maameri si sviluppa su un altro piano: tramite l’esperienza personale di sei artisti provenienti sia dall’Europa, sia dall’Africa, sia dagli Usa, indaga sulla maniera di conciliare rap e Islam. Anche qui si parte dalla paura del musulmano affiancandole quell’approssimazione che identifica gli arabi con la religione islamica. L’algerino Youss, la cui musica spazia tra hip hop, reggae e soul, parafrasa il profeta Maometto invitando ad andare a cercare il sapere, senza farsi imboccare l’essenza dell’Islam per formarsi un’opinione in proposito. Médine rilancia: tra i suoi intenti c’è quello di arrestare il processo per cui oggi, in qualsiasi parte del mondo, un musulmano è considerato “il nemico pubblico numero 1”. La sua opera così come le sue attività pubbliche extra musicali sono connesse all’Islam ma anche a una concezione cosciente e impegnata del rap: la sua volontà di reazione tesa ad arginare l’immagine demoniaca dei musulmani promossa dai media dall’11 Settembre in poi, la dice lunga. Detto ciò, il rapper di Le Havre che con una provocazione ha anche intitolato un suo album Jihad (Din records, 2005) per poi specificare nel sottotitolo “la più grande battaglia è contro se stessi”, prende le distanze dal proselitismo. La presenza dell’Islam nel rap del belga Manza invece non è premeditata: i versi trattano vari soggetti ed esprimono i valori dell’autore così è facile trovare traccia anche della sua spiritualità. Ma la controversia non è tanto sulla genesi del connubio tra rap e Islam e la forma che questo può prendere, risiede a priori: il dibattito sulla possibilità di convivenza tra musica e Islam è ancora in corso, non solo tra i teologi. “Mi prendo tutte le mie responsabilità – dice Médine nel documentario di Maameri -, d’altronde non c’è niente di esplicito che ho letto o che proibisca chiaramente di praticare un’attività artistica. Io ho voglia di rivolgermi ai giovani, magari anche di rappresentarli, anche se non so in quale maniera, e il solo mezzo che ho e soprattutto la cosa che so fare è il rap”. Anche il rapper sangue misto svedese-caraibico ADL, molto popolare in Svezia anche perché sulla scena da quasi trent’anni, si prende le proprie responsabilità ma in un altro senso: dalla sua lettura dell’Islam la musica non è ammissibile. Continuare a produrla gli crea un conflitto interiore ma non ritiene sia ipocrita: concentrandosi su quanto è permesso dalla sua fede per essere creativo, segue queste regole anche tenendo presente quanto oggi un rapper sia per forza di cose un modello. E si rimette al giudizio di Allah. È il rapper newyorkese e indipendente Hasan Salaam a oltrepassare questo dibattito: “Non so quanta gente avrebbe saputo qualcosa sull’Islam se il loro primo approccio non fosse costituito dai Brand Nubian o dal Wu-Tang Clan!”. Solo questo dato di fatto basterebbe a innescare un dubbio nelle idee precostituite espresse da buona parte del mondo occidentale: si può continuare a ignorare o reputare improbabile il connubio tra la forma musicale dal linguaggio più esplicito in circolazione e considerata spesso violenta, specie dalla borghesia perbenista, e la religione considerata con grande approssimazione la più conservatrice quando non addirittura primitiva? Considerando le opere di Maameri e Mohaiemen, la risposta sembra quanto mai chiara perché è fornita sia da molti testi rap sia dai racconti dei rapper. Così la forma musicale della cultura hip hop assume un potenziale ruolo conciliatore nel conflitto post 11 Settembre e, volente o nolente, fa una controinformazione cosciente. Il rap insomma sulla scia di una consolidata popolarità gioca una parte sociale importante. Più che mai interessante in questo ambito se si ipotizza il passo successivo a una convivenza tra culture meno conflittuale: un dibattito molto più laico.

[Quotes: Dee Nasty]

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Dopo quello di Michael Holman ecco un altro pensiero di chi vive l’hip hop dagli inizi, Dee Nasty.

Da qualche mese in Francia circola un nuovo film del documentarista parigino Jean-Pierre Thorn (1947), attivo sin dagli anni ’60 e specializzato sul mondo operaio. Dopo l’anteprima su Arte, 93, la belle rebelle – questo il titolo, qui il trailer – è stato distribuito anche nelle sale e ora è disponibile in dvd. Nel documentario Thorn stavolta non dà voce agli operai ma ad artisti musicali di varie generazioni, dagli anni ’60 in poi, dediti a vari generi, dal rock classico al punk passando per il rap. Artisti che hanno anche degli aspetti in comune, due fondamentali: la militanza politica e la provenienza dalla Seine-Saint-Denis – dipartimento della banlieue nord parigina emblematico quando si parla di periferia in Francia (93 è proprio il numero che lo identifica). Dalle cité della Seine-Saint-Denis sono venuti alla ribalta vari rapper, su tutti gli NTM, uno dei pilastri fondanti del rap francese. I due membri, Joeystarr e Kool Shen, figurano solo in immagini di repertorio tra cui proprio quelle che aprono il documentario: uno dei loro live aggressivi e molto partecipati degli anni ’90! Oltre agli NTM in rappresentanza dell’hip hop c’è il rapper e slammer D’ de Kabal e uno dei dj della vecchia scuola francese, Dee Nasty (1960). Tanto per intenderci, Dee Nasty si è avvicinato all’hip hop nel 1979 durante un soggiorno a New York, è stato tra i primi a organizzare dei bloc party alle porte di Parigi, possiede circa 25mila vinili tra soul, funk e hip hop compresi i singoli delle case discografiche indipendenti rimaste in ombra rispetto alla Def Jam come Sunnyview, Profile e Select e se il suo tentativo di dare vita a una piccola etichetta francese simile a queste è passato alla storia come Disques Pirates, il suo primo album, autoprodotto, risale al 1984. Insomma si può parlare di lui come uno dei rappresentanti più importanti della vecchia scuola hip hop europea. Nel documentario il dj parigino sottolinea come le major abbiano messo le mani troppo presto sul rap francese, prima della nascita di varie etichette discografiche indipendenti come accaduto negli Usa, e questo a suo avviso è il problema principale dello sviluppo del rap in Francia. A un certo punto però esprime un’opinione che va oltre la Francia, riguardante l’hip hop tutto. Questa:

Parto dal principio che i bei dischi debbano essere condivisi, bisogna farli conoscere. Dunque cosa c’è di meglio del mestiere di dj per questo? Dj nel senso militante: far scoprire qualcosa, non suonare solo le cose che la gente conosce e ha giusto voglia di ascoltare a volume più alto rispetto a casa propria… questo per me non è essere dj nel senso hip hop del termine. Un dj, nel senso hip hop del termine, è un militante ed è così che può nutrire le persone con pezzi che non ascolteranno da nessun altra parte.

[Altri nomi: Canya Reial]

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Canya Reial è un beatmaker parigino. La sua serie di beat strumentali Special Weedz vuole rendere omaggio a un’operazione simile compiuta qualche anno fa da un collega ben più noto, gli Special Herbs di Doom, il vecchio MF Doom all’epoca nei panni di Metal Fingers. Il tributo di Canya Reial è esplicito già dall’artwork delle sue raccolte di beat, come questo:

Giunta da poco al terzo volume, la serie è in free download qui. Musica assolutamente consigliata agli amanti dei beat hip hop intrisi di jazz e funk tra i più rari e ricercati e ai patiti di colonne sonore anni ’60 e ’70. L’impronta principale è questa, anche se non mancano campioni da produzioni francesi pop d’epoca ecc… ecc… ecc… Tanti eccetera perché anche se sull’autore in rete circolano poche informazioni concrete – si sa appunto la provenienza e si capisce che gli unici due marchi che ha alle spalle sono Disques Urticants e Chat Blanc Records – di certo si può dire che Canya Reial è uno di quei divoratori e ricercatori di musica a cui è difficile stare dietro. Qui trovate la discografia e a quanto pare le prime produzioni risalgono al 2008. Poi a spulciare il suo myspace, questo, sembra che il Nostro sia attivo dal 1997 (con altri nome d’arte?). Intanto, tra una mezza informazione e l’altra, ecco un video di pessima qualità (perché vecchio?) in cui Canya è alle prese con una MPC e che conferma, se ce ne fosse bisogno, la fondatezza della provenienza: in Francia usano tutti Dailymotion…

[La stampa francese e la rivolta inglese]

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La foto di copertina di Libération del 4 Novembre 2005

Arrivo fuori tempo massimo ma dedico comunque un post alla rivolta dei quartieri inglesi. Ho seguito le vicende sulla stampa francese perché in quei giorni lì mi trovavo. Ieri sfogliando per altri motivi qualche articolo relativo alla rivolta delle periferie francesi del 2005 ho trovato un lungo scritto di Barbara Spinelli uscito all’epoca su La Stampa: “Attorno alla Francia – scrive la giornalista e scrittrice romana – c’è in questi giorni una strana animazione euforica, che somiglia molto alla Schadenfreude, alla gioia per il male altrui, ed è intensa in Inghilterra e Stati Uniti. La Francia era così fiera del suo modello laico-repubblicano, ed ecco che d’un colpo esso sembra sgretolarsi e finire. Già da tempo non era un modello di moda, con la sua ambizione a oltrepassare le identità etniche-religiose, a dare a tutti una medesima appartenenza cittadina, a chiedere al diverso l’assimilazione. Di moda sono il multiculturalismo, le quote per etnie o religioni, il comunitarismo: anche se questa ricetta s’è rivelata non meno disastrosa, gettando nel caos le periferie olandesi, le borgate tedesche, e nell’Inghilterra del 2001 le città di Bradford, Burnley, Oldham. Anche per questo è così miope e inane, celebrare la sepoltura del modello francese”.
Nei giorni dei disordini inglesi su Le Monde e Libération – i due quotidiani che leggevo – oltre a vari reportage di inviati speciali che si sono preoccupati soprattutto di definire il profilo medio del rivoltoso, sono usciti altrettanti editoriali che, oltre alle firme redazionali, hanno coinvolto anche rappresentanti della società civile (vedi la vice-presidente di SOS Racisme) così come storici esperti di Gran Bretagna: un dibattito plurale e articolato. Pur non avendo letto il conservatore Le Figaro, in mezzo a tutte queste voci raccolte dai due quotidiani di riferimento della sinistra francese, ho percepito anche quella “gioia per il male altrui” di cui parla Barbara Spinelli, in particolare sull’edizione di Le Monde del 12 Agosto. Ricordando che il ministro dell’interno del 2005 era Sarkozy e che la rivolta francese è durata circa tre settimane coinvolgendo le periferie di tutto il Paese, parto da un editoriale
in prima pagina presumibilmente del direttore (è uscito senza firma) in cui si dichiara innanzi tutto l’intento contrario: “Nel novembre 2005 […] i media anglosassoni si erano mostrati un po’ compassionevoli, un po’ beffardi. Avevano sottolineato volentieri l’impasse dei ‘ghetti’ francesi […] Non li ripagheremo con la stessa moneta”. Qualche perplessità sulla sincerità della dichiarazione c’è quanto meno perché lo stesso appunto di Spinelli così messo puzza di una dichiarazione di superiorità. Qualche riga dopo questo (presunto) bluff pare proprio compromesso da un’altra considerazione: “L’impotenza iniziale della polizia inglese può sorprendere i francesi abituati a vedere le forze dell’ordine costantemente in allerta – e equipaggiate di conseguenza – per prevenire e soprattutto contenere tali esplosioni”. L’appello ai connazionali vuole marcare senza dubbio una differenza qualitativa tra la sicurezza di un Paese e dell’altro.
A p. 4 Jacques Follorou rilancia: “[…] la Francia ha trasmesso ai britannici […] un’offerta di perizia per aiutare a contenere i rivoltosi. La proposta non manca d’ironia in rapporto alla storia recente che aveva visto parte della stampa britannica prendere in giro le autorità francesi incapaci di fare fronte all’incendio delle banlieue nel novembre 2005”. Seguono critiche alla gestione dell’ordine inglese e all’incapacità di far fronte alle azioni dei rivoltosi, tutto supportato da dichiarazioni di due responsabili della polizia francese non meglio specificati che parlano di “mancanza di cultura del mantenimento dell’ordine e di senso della manovra in uno spazio urbano”.
Se prendo in considerazione tutte le altre voci a cui è stato dato spazio sui due quotidiani citati, questo sciovinismo stimolato dal conflitto tra modelli di integrazione è in netta minoranza. A dirla tutta la curiosità di scoprire quanto il popolo francese abbia goduto del male altrui in quei giorni ripagando gli inglesi con la stessa moneta, c’è. Ma per scoprirlo servirebbe uno di quei sondaggi utile solo ad aizzare quel sentimento, a prescindere dai risultati, e che direbbe poco e niente sulla società francese. Per non dimenticare la tv, in quei giorni i canali news si sono occupati più che altro di celebrare a più riprese l’inespugnabilità della chat blackberry e di dare le cifre della rivolta. Ma a un certo punto hanno anche annunciato il risultato di un sondaggio da spiaggia che invece dice qualcosa sulla società d’oltralpe: quali sono le personalità più amate dai francesi? Per il secondo anno consecutivo ai primi due posti figurano due (ex) sportivi ma quel che più conta due francesi provenienti dall’immigrazione: sul gradino più alto del podio Yannick Noah, subito dopo Zidane.

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