Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Il rap italiano]

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Nel dibattito sul rap italiano iniziato qualche giorno fa dopo la pubblicazione del video con le interviste fatte in occasione della prima italiana del documentario The Art of Rap, è tornata centrale la questione “rap major vs. rap no major (o indipendente)”. Tornata centrale per forza di cose. Basta aver visto il video per capirlo (qui c’è ancora). La questione è dibattuta aspramente sin dai primi anni ’90 e dato questo ritorno in primo piano ho pensato di raccontare un fatto che finora ho riferito a voce solo a qualche amico. Si tratta di un episodio indicativo nel dibattito in corso.

Questa estate il capo redattore di una delle riviste su cui scrivo mi ha chiesto di recensire un album di rap italiano sottolineando la “difficoltà” di dover andare nella sede della casa discografica per ascoltarlo. Una major. Mi era già capitato una volta, anni fa, e si era creata una situazione paradossale per cui, seduto di fronte alla scrivania di una persona, ascoltavo l’album in cuffia mentre questa continuava a lavorare. Stavolta la casa discografica ha precisato che la modalità di ascolto per la stampa era stata scelta dall’artista. Non ho la controprova ma tant’è. Arrivo nella sede della major mi chiedono i documenti alla reception e appena entro negli uffici lascio di nuovo il nome. Pratiche ordinarie per le grandi aziende. Devo sempre ascoltare un disco ma i motivi della visita non importano, dunque bene così. Dopo i saluti, la persona con cui ci siamo scambiati qualche mail per fissare l’appuntamento, mi piazza in una stanza di fronte a quella dove c’è la sua scrivania e quella di un’altra persona. Niente cuffie, ci sono le casse. Schiacciano play e mi lasciano solo nella stanza. Tanto ci sono le vetrate, anche volendo non potrei duplicare il disco. Ammesso che questo sia il timore che ha innescato la scelta di far ascoltare così l’album in anteprima. Dopo l’ascolto di quattro brani la persona che mi ha accolto entra nella stanza e mi dice gentilmente che dovrei cambiare stanza perché lì devono fare una riunione. Ok. Mi sposto in fondo al corridoio, stavolta nessuno può controllarmi. Ma chiaramente a me, come alla grande maggioranza dei colleghi giornalisti – credo -, non interessa copiare il disco. Quel che importa è che dopo altri tre brani il cd non funziona più. Esco e vado alla ricerca della solita persona per farglielo presente. “Strano. Vediamo un po’… e già… te ne porto un’altra copia”. Ok. Passano altri tre brani ed entrano due operai accompagnati da un dipendente della casa discografica che inizia ad aprire sportelli sul tavolo dove all’altro capo (è un tavolo di grandi dimensioni) ho poggiato, oltre a un foglio che mi hanno dato per gli appunti, i gomiti. Il dipendente major parla con gli operai di fili, cavi ecc… Dopo un minuto si rendono conto che magari è meglio chiarire la mia presenza. Spiego la situazione e mi chiedono quanto mi manca. Guardo il display del cd e do un tempo indicativo (metti che mi venga voglia di ascoltare due volte un brano…). Escono. Il tizio della casa discografica però ha lasciato qui il suo cellulare, che comincia a squillare, fino a quando, dopo circa cinque minuti torna a riprenderselo. Procedo con l’ascolto fino a quando entra uno degli operai e mi fissa. Anch’io lo fisso senza capire quale sia la novità. Silenzio di qualche attimo. “Ha finito?”, mi chiede timidamente. Il cd sta ancora girando, guardo il display, mancano due brani e rispondo “quasi”. Inizia l’ultimo brano ma ormai, disagio a parte, mi sono fatto un’idea, così decido di lasciar tirare un sospiro di sollievo agli operai in attesa. “Ti è piaciuto il disco?”. È la prima domanda che mi viene rivolta dalla solita persona. Risposta di circostanza ma non troppo perché i due colleghi si scambiano uno sguardo e sembrano aver capito che non sono convinto. A questo punto tentano di spiegarmi il disco in cinque minuti scarsi. Chissà che non cambi idea. Forse dovrei stupirmi che dopo un solo ascolto, per giunta in queste condizioni, si rivolga comunque la domanda di rito. Ma dopo questa oretta ormai non è che ci sia tutto questo spazio per lo stupore. E neanche la possibilità di dare un giudizio del disco che non sia negativo. Mi pare logico, no? Chissà se ad ascoltarlo meglio il giudizio sarebbe migliorato o peggiorato. Anche qui non ho la controprova.

Dopo un paio di settimane ricevo la mail di una major francese contenente il digital promo di un gruppo rap. Apro il link ma non riesco a scaricare il disco. Scrivo alla persona che mi ha mandato la mail ringraziandola ma facendo presente il problema. “L’opzione download non era attivata ma dammi il tuo indirizzo, così ti spedisco il cd. Ti ho contattato perché ho saputo della pubblicazione del tuo libro sul rap francese. Inoltre ora i nostri dischi sono distribuiti in digitale anche in Italia”. Stupito, do l’indirizzo e dopo tre giorni mi arriva il pacco via corriere da Parigi. Nella busta ci sono sei cd: si tratta di cinque artisti diversi ma di uno mi hanno mandato anche l’album precedente, del 2007. Per farmi orientare al meglio. Ringrazio.

Nella prima metà degli anni ’90 la scena rap francese e quella italiana vivevano un entusiasmo simile. Addirittura – mi raccontava un esponente storico del rap italiano – le attenzioni dai paesi esteri in cui il mercato musicale è più sviluppato, erano simili per entrambe le scene. Di certo per il modo in cui è esploso qui il fenomeno e per gli ambienti in cui ha preso più piede non potevano verificarsi le stesse dinamiche della vicina di casa Francia, dove le major si sono introdotte al volo nel giro rap. Però ora mi chiedo: mentalità dei rapper italiani a parte, non è che i modi e le professionalità delle major possono incidere nei rapporti tra un genere musicale e la relativa industria? Dopo i fatti di questa estate il dubbio è ancora più grande. E allora, magari ampliando il discorso, si possono anche capire l’astio e la chiusura di cui si dibatte in questi giorni. Ammesso che arrivino da una sola parte. Perché a occhio e croce si parla di due mentalità, con tutte le varianti del caso, in conflitto dall’inizio della storia del rap IN italiano (il rap italiano esiste dagli anni ’80, seppure in inglese, meglio precisare). E per delle ragioni, non solo per pregiudizi, come si vorrebbe far credere. Certo, se si capiscono i motivi di certi rapporti, magari prima o poi si potrà dibattere anche di altre questioni. A patto che ci sia la volontà e che le persone che gravitano intorno al rap nel frattempo non si annoino e cambino genere. In questi vent’anni è successo spesso.

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Written by blaluca

12 ottobre 2012 at 6:25 pm

5 Risposte

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  1. ahhahhaa, magari avevano paura che ti fregavi tutto e ci facevi un disco per l’estate

    Toni Meola

    12 ottobre 2012 at 7:10 pm

  2. Il problema tra major si e major no mi fa tornare in mente quando Assalti e Lou X firmarono per la BMG. Due dischi completamente in controtendenza, bui, incazzati, con le basi più rozze che si potessero immaginare, ma con dei testi che ancora oggi, e ne son passati di anni da quel 1999, fanno scuola, non per il flow ma per i contenuti. E’ che queste ultime generazioni di rappers hanno davvero poco da dire, rinchiusi come sono in un’autorappresentazione (in alcuni casi anche in un qualunquismo) davvero imbarazzante. Per carità, qualcuno si salva pure, ma sono davvero in pochi a suscitare, in gente un po’ vecchiotta come il sottoscritto, un po’ di interesse. Un po’ di umiltà non farebbe male, unita certamente ad una conoscenza della storia (almeno quella recente).Se poi si riuscisse a limitare l’impreparazione e l’arroganza dei bottegai italiani, allora ci sarebbe da sperare che da qualche major esca qualcosa di buono.

    Aldo

    13 ottobre 2012 at 12:15 am

  3. La professionalità manca anche nelle case discografiche indipendenti, va detto. Anche se in molti casi c’è la scusante che non si tratta di un vero lavoro, visto che un’etichetta non crea profitto, meno che mai con un genere che ha mercato solo in Italia (e in Svizzera italiana, vabbè). A me sembra che quello che funziona in Italia, a occhio e croce, sono le collaborazioni, in altre parole i “collettivi” o gruppi o crew orizzontali, dove c’è discussione e confronto sulla musica. Le indipendenti quando funzionano bene lo devono anche alla volontà, alla competenza e all’avvedutezza degli artisti coinvolti. Dopo anni di dominio dei rapper solisti infatti mi piacerebbe si rifacessero avanti dei gruppi folti, proprio come sta accadendo negli Usa con gli Odd Future e in Francia con i Sexion D’Assaut (ho citato due gruppi super giovani e controversi ma, piacciano o meno musicalmente, non proprio sprovveduti, ad ascoltare quanto dicono).

    blaluca

    13 ottobre 2012 at 11:55 am

  4. Sono d’accordo che in Italia le collaborazioni e i collettivi funzionano, Rimane però il fatto che di concreto ce n’è veramente poco. Quello che differenzia gli USA e la Francia (solo per citare i due paesi più grandi e simili in ambito musicale) dall’Italia è che in italia manca il disagio che c’è stato e che c’è nei primi due. In Italia alcuni rapper sono molto bravi a crearlo per raccontarlo, per non parlare dell’autocelebrazione. Un autocelebrazione tipica degli USA dove la mentalità da show man esiste in quanto facente parte di una modo di vivere e di una mentalità.
    Quello che manca, tornando al succo del discorso, è la professionalità che è dettata da un’ignoranza (inteso ne senso buono) sia nel campo lavorativo sia nel campo musicale/culturale. Un “savoir faire” che si riflette sul “cliente” finale (ovvero il pubblico) che si accorge che il risultato finale è tutt’altro che originale, non elaborato, non naturale e non è parte dell’artista. Ci vorrebbe più esperienza e studio delle “potenze del Rap” per poter avere le basi per parlare (quindi condividere) e “sfornare” un prodotto ottimale/decente.
    I Sexion D’Assaux sono un esempio pratico di come riescono a coinvolgere un paese intero come la Francia. Spaccano di brutto.
    A noi italiani ci manca quella mentalità: ascoltare e diffondere !
    Non è ovviamente invidia ma, personalmente, solo nostalgia !!

    Claudio aka Double C

    13 novembre 2012 at 3:45 pm

  5. Per quanto mi riguarda l’esempio italiano più concreto è il giro di Palermo della Gotaste. In questi ultimi anni hanno pubblicato tanti album degni di nota in cui si coinvolgono e supportano a vicenda. Dall’esterno sembrano uniti e in sintonia, anche a livello di concezioni musicali. Ma impressioni a parte, per ora sono le uscite a dar loro ragione: a parte Stokka & MadBuddy (autori, sempre secondo me, del miglior disco italiano hip hop del 2012), penso a PA all Bastardz (autori di un gran bel disco forse un po’ snobbato), alle cose di Jamba, di Johnny Marsiglia e Big Joe ecc… A occhio e croce mi sembrano tutte persone che stanno attente sia alle evoluzioni sonore sia alla storia dell’hip hop. Si guardano attorno insomma e sembrano avere una mentalità aperta. Poi chiaramente non possono avere in Italia la presa che hanno gruppi come Sexion D’Assaut in Francia, sia per differenze sociali e culturali sia per le dinamiche e le professionalità differenti dei due mercati musicali nazionali. Ma a livello di concezione dell’hip hop (e di conseguenza del rap) come “cultura collettiva” ci sono!

    blaluca

    14 novembre 2012 at 10:39 am


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