Blaluca

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[Stokka & MadBuddy: intervista]

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Di seguito la versione integrale dell’intervista che ho fatto a Stokka (già autore di un Blaluca Mixtape, questo) via Skype in occasione dell’uscita di #Bypass (Unlimited Struggle Recordings), l’album che il produttore e rapper palermitano ha realizzato in coppia con il suo socio storico, MadBuddy. Ho concordato l’intervista con Rumore per pubblicare degli stralci nel box apparso in calce alla recensione dell’album nella sezione ‘Ritmi’ del numero 246/247 (Luglio/Agosto 2012) dello stesso mensile.

Prima di tutto vorrei chiederti come spiegheresti a parole la musica di Stokka & MadBuddy a chi è proprio digiuno dei suoni e dei ritmi che frequentate.
Non mi è mai capitato di doverlo spiegare a una persona che parte da zero. Ormai l’hip hop è di dominio pubblico e faccio affidamento su questo. In ogni caso per spiegare la nostra musica bisogna tirare in ballo diversi generi. Noi cerchiamo di partire dall’hip hop più tradizionale, con cui siamo cresciuti, per poi cercare di contaminarlo con tutti gli spunti raccolti in questi anni: elettronica, soul… soprattutto di matrice britannica. Questo dal punto di vista musicale. Riguardo alla scrittura è un po’ più dura spiegare il nostro stile: lasciamo molto spazio all’immaginario, in ogni canzone facciamo più leva sulle immagini che trasmettiamo piuttosto che su un concetto specifico, ristretto.
MadBuddy non si è occupato delle produzioni…
Io stesso le ho curate in minima parte: sono appena quattro su quattordici le mie. Abbiamo lasciato spazio ad altre persone. Il produttore più presente nel disco è Big Joe, un ragazzo palermitano che tra le nuove leve dei produttori italiani è uno dei più validi: è super eclettico e ha fatto un grande lavoro. Poi abbiamo coinvolto Frank Siciliano, Shocca e Tony Madonia per aggiungere altre sonorità. MadBuddy si diletta a produrre sotto lo pseudonimo di Blessy ma prima di cimentarsi in produzioni per noi credo voglia ingranare un po’ di più. Anche se secondo me è molto capace.
Per quanto riguarda il tuo stile, ti ritrovi nella definizione di produttore musicale elettronico o ti sembra troppo vaga?
Mi ci ritrovo alla grande! Se per produttore di musica elettronica intendiamo chi usa macchine elettroniche, sono convinto che nell’hip hop lo siamo tutti. Detto ciò, mi ritrovo nella definizione anche se è attribuita a chi usa suoni elettronici. Anche perché #Bypass, a differenza del disco precedente (Block notes) – praticamente tutto prodotto con campioni -, è un disco per lo più suonato con sintetizzatori. Dunque la definizione va bene per me ma anche per gli altri che hanno lavorato alle musiche di questo disco.
A questo punto è utile tornare sui vostri ascolti e punti di riferimento britannici…
Sì, il nostro immaginario di gruppo hip hop è più vicino a un punto di vista inglese, molto più contaminato rispetto a quello americano. Ci ritroviamo di più anche in quel “lifestyle”: se penso a una realtà di riferimento penso a una realtà europea non americana, distante anni luce da quello che siamo.
Però qualche influenza Def Jux, per esempio, si può sentire nelle vostre cose.
Chiaro, ci piacciono tantissimo le cose Def jux.
Senza sfruttare i nuovi ritmi la vostra produzione musicale rispetto al resto della scena hip hop italiana suona molto avanti.
Ascoltando alcune nuove uscite italiane concordo sul fatto che si cerchi di sfruttare le nuove tendenze come la dusbtep (a cui credo ti riferisca). Per noi la musicalità del disco è oltremodo importante. Abbiamo cercato di innovare nel senso che la nostra sfida in #Bypass è stata quella di riuscire a inserire dei suoni nuovi – o comunque nuovi per Stokka & MadBuddy – senza snaturare il nostro approccio hip hop un po’ più tradizionale e muovendoci su delle linee che non seguono le tendenze attuali. Non abbiamo programmato di fare un pezzo più pop o con quei suoni elettronici che vanno per la maggiore nell’hip hop italiano. Volevamo prima di tutto creare delle canzoni che potessero rimanere.
Restando sulla musicalità mi hanno i colpito i vostri ritornelli: come li fate voi non si sentono nell’hip hop italiano.
I nostri ritornelli non sono super pop: da questo punto di vista siamo molto spontanei e se i nostri cantati possono risultare semplici, allo stesso tempo ci piacciono per come sanno essere diretti. Un sacco di persone inoltre mi ha fatto notare che continuiamo a fare ritornelli rappati, abitudine che si sta perdendo nel rap italiano.
Ascoltando il disco mi è venuto in mente Cose difficili dei Casino Royale remixata dai Sangue Misto nel ’95. Senza andare direttamente in Inghilterra, quell’approccio italiano che i Casino Royale hanno avuto specie in passato – e a loro modo – verso l’hip hop, può essere considerato un punto di riferimento per voi?
Noi siamo cresciuti con i Casino Royale! Sono stati un gruppo molto importante per noi, soprattutto nel periodo di Sempre più vicini e CRX, lo stesso a cui accenni tu. Dunque sono assolutamente un riferimento, sì. Ed è stato un grande onore aver coinvolto Patrick Benifei: eravamo esaltati all’idea! Se penso al ruolo dei Casino Royale in quel periodo degli anni ’90 direi che rappresentavano un gruppo che era vicino all’hip hop ma non faceva hip hop e che aveva un sound ricercato che affondava le radici nella cultura dell’Inghilterra. Be’, noi ci ritroviamo appieno in questo approccio ed è un po’ quello che vorremmo fare ora nell’era moderna. Certo, con un punto di partenza diverso, perché il nostro ambiente di provenienza è un altro, l’hip hop appunto. Tra l’altro i riferimenti ai Casino Royale li trovi anche nei testi, in un paio di versi come “Siamo io e la mia ombra abbracciati la sera”.
A proposito di versi me ne sono segnato uno in particolare: “Non vivo l’egotrip del rapper medio-italiano con la fissa che l’hip hop nasca e muoia a Milano”.
È una riflessione molto semplice. Parlando di hip hop italiano spesso si sente la frase, ormai un classico, “se vuoi fare questo, vai a Milano, per fare l’hip hop devi andare lì”. Non vuole essere affatto una stoccata alla scena milanese ma un modo di affermare che non stiamo a Milano e siamo convinti si possa fare la propria cosa da qualsiasi parte se ci si mette impegno. Poi chiaramente è un verso ironico che vuole anche far sorridere e riflettere sul paradosso di sentire sempre quell’affermazione. Noi veniamo da una città parecchio lontana da Milano ma eccoci qui.
E chi è che vuole far passare questo messaggio del rap così legato a Milano?
Guarda, io per primo sono cosciente delle opportunità che puoi avere a Milano e difficilmente altrove. La riflessione nasce anche in un momento in cui la maggioranza degli artisti rap che ha successo in Italia sta a Milano o viene da lì. Ma attenzione, per venire a registrare il disco siamo venuti a Milano e per la promozione ci siamo rivolti a una realtà di Milano… la mia dunque è una riflessione paradossale. Aggiungo che la mia visione da esterno mi fa pensare che un po’ vogliono farci credere questa cosa che il mondo finisca lì. Non so neanche quanto questa cosa sia visibile o credibile agli occhi di chi vive Milano ogni giorno.
Restando a Milano, hai accennato al lavoro di studio: come è andata con Night Skinny all’Eden Garden Studio?
Abbiamo pensato a Night Skinny perché avevamo bisogno di una persona che avesse un gusto simile a quello che volevamo trasmettere: in base a quello che ha prodotto e pubblicato ci sembrava la persona migliore in questo senso. Dal punto di vista tecnico inoltre è molto preparato e ha uno studio mega.

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Una Risposta

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  1. dajee

    im3nn

    26 agosto 2012 at 8:57 pm


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