Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Fabrizio Tavernelli: intervista]

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Provincia Exotica (DellaCella) è una raccolta di racconti brevi in più casi al confine con la poesia e in cui abbondano i giochi di parole. Una visione surreale e postmoderna dell’Emilia-Romagna firmata Fabrizio Tavernelli (1965), originario di Correggio e anche noto come Taver. Un musicista che ha attraversato gli ultimi due decenni senza precludersi la perlustrazione di suoni e ritmi agli antipodi tra di loro. A descrivere questa attitudine ci pensa Massimo Zamboni nella prefazione.
Per questa raccolta narrativa l’ex voce degli Afa prende il titolo da una canzone dell’esperienza musicale che negli anni ‘90 lo ha portato alla ribalta, l’Acid Folk Alleanza (prima accasata alla Sugar poi alla Dischi del Mulo). Si tratta della provincia exotica di “aliti all’aglio e sorrisi startarati”, con locali “mecca di tardone, adulteri, vitelloni di frazione, sposlotte”, “saloon ricostruiti” in cui “l’orchestra Casadei suona un valzer alla Morricone”. La patria dei tecnovillani, che parlano in dialetto con il computer e cantano “il rumore che invase la campagna” ma anche la zona in cui pakistano fa rima con reggiano. Insomma, l’era contemporanea secondo Fabrizio Tavernelli, il cui immaginario non risulterà nuovo agli ascoltatori di En Manque D’Autre e Afa. In mancanza di basi musicali a dare ritmo ai racconti ci pensano i ricorrenti elenchi di umani e luoghi al limite del verosimile. Ho scambiato qualche messaggio con Taver a proposito di questo suo esordio letterario.

Fai parte di una generazione di musicisti italiani che sin dagli esordi ha dato molta importanza alle parole. È una tendenza costante o negli anni in cui gli Afa sono venuti alla ribalta, questa qualità costituiva uno dei trait d’union della scena musicale “alternativa”, a prescindere da generi e intenzioni?
Scrivere, per quanto mi riguarda, è una costante che mi accompagna da sempre. È una pratica meticolosa che può manifestarsi come bisogno urgente, come scrittura automatica, come necessità di buttare giù parole su carta dopo un risveglio, dopo un’esperienza particolare, dopo una visione o una rivelazione. Come un flusso di coscienza ininterrotto. Insieme a questi aspetti però si è aggiunta nel tempo una disciplina dello scrivere, un andare a scovare nel profondo quello che è apparentemente silente. Quello che dici riguardo all’attenzione verso le parole e la scrittura della scena alternativa è vero. In particolare, se penso alla mia generazione, credo sia dovuto a un incontro tra quello che abbiamo assimilato – anche involontariamente – da piccoli: gli ideali e le emancipazioni degli anni ’60, le sperimentazioni dei ’70, i testi dei cantautori. E a questi abbiamo aggiunto, mescolando le avanguardie, i linguaggi del punk e del post-punk e tutto quello di nuovo che si presentava alla nostra curiosità.
A quando risalgono i racconti di Provincia Exotica e che relazione hanno con i testi delle tue canzoni?
Provincia Exotica è una raccolta di scritti sparsi nel tempo. Ho selezionato quelli che comunque avessero come sottotraccia la devianza e lo straniamento della provincia. Parole che avessero scenografie e ambientazioni surreali, di cartapesta, come quelle dei film che parlavano di sperdute isole abitate da selvaggi in armonia con una natura lussureggiante. Una natura e un modello, quello emiliano, che però ora rivelava fratture, crolli, scricchiolii, derive. Non ci sono differenze tra i miei testi e le altre cose che scrivo, parto dal locale per approdare a qualcosa di universale: è come se la quotidianità della provincia nascondesse il morboso, il grottesco, il noir, la fantascienza. Sia nei testi musicali sia in questi scritti, mischio diverse tecniche andando a saccheggiare da scrittori come Burroughs, Ballard, Dick, Vonnegut, prendendo terminologie dal porno, frullando filosofie, storia dell’arte, linguaggio di strada, suoni e orgasmi grafici. Volevo anche finirla con l’epica della Via Emilia e il West virando il tutto su toni e atmosfere lynchiane.
La provincia exotica che racconti è sempre e comunque quella emiliano-romagnola o potrebbe esistere anche ad altre latitudini?
Il tutto funziona un po’ come una stringa o un passaggio tra dimensioni parallele: da un lato c’è l’Emilia con il suo retaggio arcaico, la dipendenza dal letame, le porcilaie, l’agricoltura intensiva, l’ardore, il liscio, le lunaticità del grande fiume ma dall’altro c’è l’irruzione, l’invasione della tecnologia, del digitale, delle macchine, c’è il mercato globale, la grande distribuzione, la meccanotronica, il brand, i logo, la globalizzazione che hanno fatto dell’Emilia, così come di qualsiasi angolo sperduto del mondo, un tutto unico e indistinguibile. Forse l’unica peculiarità è che nella perdita, nello sradicamento, nella deriva, nell’agonia, i rantoli, i gesti estremi, le imprecazioni esprimono le ultime disperate urla in gergo dialettale.
Ci sono colleghi musicisti passati alla narrativa i cui romanzi e racconti ti sembrano validi?
Non ho letto molto ma ricordo con piacere uno scambio alla pari (un mio cd per un suo libro) con Emidio Clementi in occasione di una comune partecipazione a un programma Rai di metà anni ’90. Il libro era Gara di resistenza (Ed. Gamberetti, 1997 ndr): l’ho apprezzato e trovato in linea con i suoi testi letterari e il suo reading musicale. Mi piace chi segue una sua poetica pur passando dalla musica al racconto, con coerenza, qualità che ritrovo nei libri di Massimo Zamboni. Resto poi sempre in trepida attesa di un libro di Fausto Rossi.

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