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["Rap Italia, l'era del grande caos" - Piotta + Macro Marco: interviste]

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Il seguente articolo è stata pubblicato su Alias del manifesto sabato 9 giugno 2012 (Alias ANNO 15 – N.23) con il titolo “Rap Italia, l’era del grande caos” (pp. 10-11). A complemento del pezzo introduttivo ho intervistato Piotta e Macro Marco.

L’impegno della scena romana, la denuncia di quella napoletana, l’edonismo alla milanese e il purismo dei bolognesi. Sono alcuni dei tratti generali del rap italiano che emergono dall’opinabile gioco di circoscriverlo in una singola città. Negli anni ’90 il rap in Italia si è prima caratterizzato per la sua militanza politica o comunque per la denuncia sociale. Successivamente c’è stato il flash di quel mix ispirato tra impegno e il tanto ambito quanto controverso “stile”: due nomi su tutti, Sangue Misto e Lou X. Infine è toccato a un’agonia impersonale, un periodo buio sia per la qualità, sia per il mercato – complice solo in parte l‘avvento dell’era digitale. Spazzato via l’entusiasmo di quel primo boom collettivo delle rime in italiano, accantonata del tutto l’utopia dell’unità della scena, nel decennio successivo si è ripartiti lentamente e senza chiari punti di riferimento. Facendo perno proprio sull’azzeramento prodotto dalla crisi di fine anni ’90, il mercato ha trovato un varco d’entrata, così sono stati firmati anche dai rapper i primi contratti seri con le major, i rapporti con i colossi della discografia sono diventati continuativi e le dinamiche sono decisamene cambiate rispetto agli anni in cui il rap veniva discusso nelle assemblee dei collettivi. Passate queste fasi, oggi la scena rap italiana da un certo punto di vista si può definire diversificata, da un altro priva di un’identità comune. E arrivare senza identità a trattare con i piani alti può diventare un problema, può significare consegnarsi nelle mani del mercato e dunque sottostare, più o meno consapevolmente, alle sue tendenze. Dimenticata l’esperienza dell’autoproduzione iniziale (quella consapevole), il problema reale pare proprio la difficoltà di trovare strutture di mercato che, con lungimiranza, portino il rap italiano alla maturità. Le piccole case discografiche non sembrano avere modelli da seguire e, oggi più che mai, non fruttano, dunque non hanno risorse professionali e mezzi, passione a parte. Una buona parte di queste, vista dall’esterno, fa anche sorgere il dubbio che produrre musica alternativa, e dunque restare nella nicchia sotterranea, non sia una scelta editoriale ma una condizione subita. Nel grande contenitore rock questo avviene in misura minore perché si parla di una realtà ben più radicata, in cui da tempo, anche in Italia, esiste un modello mainstream – o quantomeno funzionante – e uno alternativo. Così la divisione italiana delle grandi casi discografiche può permettersi di vendere con insistenza il rap esclusivamente come musica giovanilistica, anche quando prodotta da ultratrentenni. L’impressione esterna è che le major sappiano fin troppo bene (insieme a vari rapper) di doversi rivolgere irrimediabilmente a un pubblico adolescente o post-adolescente. Da un nostro incontro con un diciassettenne romano che segue il rap da circa quattro anni, è venuto fuori che tra i riferimenti del suo giro di amici non ci sono solo i popolari Fabri Fibra, Club Dogo, Marracash o Fedez ma anche veterani dell’impegno come Colle der Fomento e Assalti Frontali (“sono ancora molto stimati e acclamati”), artisti underground come Gemitaiz, Canesecco, Diluvio e MadMan e il rapcore del giro Truceklan. “Il rap da sempre vuole denunciare ma non dimentica il successo: qualche volta chi si afferma proviene da condizioni sociali al limite e fare una virata cominciando a produrre rap più commerciale non è così inconcepibile”, così ci ha raccontato. Per la controprova basta fare un giro ai concerti di Colle der Fomento e Assalti Frontali, due casi emblematici: i trentenni non mancano ma i ragazzini sono in maggioranza e ripetono a memoria anche i versi storici degli anni ’90. I più giovani e assidui seguaci del rap sembrano dunque ascoltare le rime a tempo a prescindere dal filone e dal messaggio, seguendo prima di tutto una passione forte. Ma il mercato sa che si tratta di una nicchia non decisiva per il decollo di un artista, magari capace di costituire la presenza minima garantita a un evento ma nient’altro. Insomma, a conti fatti, l’intero pubblico che sostiene il rap pare avere il suo stesso limite, non ha più un’identità netta: oggi in Italia tra gli ascoltatori di rap solo una minima parte frequenta la cultura hip hop. Dinamiche che fanno parte dell’entrata del rap nel mondo pop, guidata dalle major. Un passaggio che da noi avviene con fatica, anche a causa di quell’impronta iniziale militante e di denuncia con cui era esploso il fenomeno e che solo in parte si è persa – per lo più a causa di spaccature e polemiche interne alla scena. Ancora oggi insomma alcuni artisti resistono e fanno in modo che quel bagaglio non vada perso, anche dando vita a etichette che promuovono rap di qualità, consapevole, non urlato. Così, la varietà dell’ambiente rap odierno ha generato un cortocircuito all’italiana per cui si esce dalla porta dei centri sociali per entrare in quella degli uffici delle grandi case discografiche e viceversa. Se non di continuo, quasi. Tra le realtà che potrebbero avere una funzione mediatrice ci sono i club più o meno alternativi che stanno aprendo le porte ai rapper più o meno in voga, ma la fatica che fanno per instaurare un rapporto continuo e privilegiato con l’hip hop – come lo hanno con il rock – è ancora evidente. La risposta più concreta viene dall’interno ed è costituita dagli artisti che hanno frequentato i piani alti del mercato discografico e successivamente messo a disposizione degli altri la loro esperienza e passione, come Piotta, e da altri ancora, come Macro Marco, che restando attaccati ai sotterranei hanno fatto crescere alcuni artisti fino a farli corteggiare da major e tv. Entrambi dirigono un’etichetta e ci hanno raccontato le loro impressioni sulla fase che attualmente sta attraversando il rap in Italia. Una fase cruciale, in cui dal basso si ha l’occasione di ridare un’impronta trasversalmente credibile alle rime a tempo, anche visto lo stato economico in cui versa la grande industria musicale. È ancora possibile inventare il rap italiano?

INTERVISTA A PIOTTA

Tra gli artisti rap più popolari c’è chi si è smarcato sia da un pubblico solo hip hop, sia da quello adolescente e spensierato. Così, vuoi per coerenza a certe idee, vuoi per voglia di non seguire per attitudine o “per contratto” le tendenze, c’e’ ancora spazio per delle sorprese. Emblematico il percorso di Piotta, la cui esperienza dice molto sugli sviluppi della storia del rap in Italia. Abbiamo intervistato il recente autore di Odio gli indifferenti (La Grande Onda), album che ospita in un colpo solo Pierpaolo Capovilla del Teatro degli Orrori, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso, gli Africa Unite ma anche Dj Myke e Rancore, rapper di talento e attualmente molto quotato. Un album infarcito di suoni e ritmi diversi ma che ha come filo conduttore il rap. Non chiamatelo crossover però perché potrebbe sembrare un’operazione nostalgica e Piotta ci ha detto che le cose non stanno così.
Dire che quando l’hip hop italiano era volto all’impegno tu eri più scanzonato e ora che l’hip hop italiano pare votato al disimpegno tu figuri tra le voci più “conscious”, è una visione superficiale della tua carriera?
Se si analizza il mio percorso a singoli, cioè concentrandosi sulle canzoni estratte dagli album per proporle a un pubblico più ampio, è un’analisi che ci può stare. Entrando poi nel dettaglio, ogni mio album – a partire dal primo, del 1998, vedi pezzi come La valigia e Ciclico – ha brani impegnati o intimi. La maturazione mi ha portato a prendere sempre più consapevolezza di me. Da tempo non ho più bisogno di un personaggio per arrivare a tutti, basta Tommaso con la forza delle sue idee. Ho sottratto sempre più all’estetica e ampliato la conoscenza musicale e la capacità compositiva di musiche e testi.
Il tuo nuovo album sembra un omaggio agli anni ’90…
Io credo invece che Odio gli indifferenti sia un omaggio al futuro. Non amo molto il passato, in generale, e trovo malinconico vivere di ricordi. Guardo sempre avanti, forse troppo avanti, e se in Supercafone cantavo di un’Italia da commedia che poi è arrivata in parlamento, oggi canto il rigurgito di un ventennio edonista e superficiale. Il mio rigurgito è un mix di rap, rock e reggae, che vuole superare generi e barriere. Prendo posizione, mi espongo, cerco un confronto, metto in discussione.
E la citazione de L’odio (1995) in copertina? Ha un legame con l’attualità?
L’unico omaggio agli anni ‘90 è proprio quello a L’odio: un film culto che ha segnato più di una generazione. I legami con l’attualità sono tanti, a partire purtroppo dalla brutalità della polizia, ampiamente documentata e ripetutasi in numerosi e recenti episodi anche qui in Italia.
A proposito di impegno e attualità, cosa vuoi aggiungere sulla questione che ti ha visto opposto a Mediaset? Di recente hai dichiarato “se Mediaset continuerà a passare i miei brani durante il Grande Fratello, non potrò impedirlo a livello legale ma utilizzerò tutti i proventi che deriveranno dai diritti d’autore per sostenere il movimento No Tav”.
Personalmente trovo discutibile questo accordo quadro della Siae con Mediaset. Come autore vorrei avere la facoltà di poter impedire l’utilizzo di mie opere d’ingegno in contesti che trovo umilianti e in antitesi con il mio percorso. Lo trovo un danno d’immagine e morale ma non c’è scelta perché la Siae ha il monopolio e vuole incassare sempre.
Ma a posteriori si può dire che Supercafone e le altre tue hit ti abbiano permesso di essere più libero di tanti altri colleghi rispetto alle logiche di mercato?
Non saprei risponderti. Io mi sentivo libero nel farla, poi nel superarla, poi libero di sognare la Grande Onda (etichetta discografica di Piotta, ndr). Sempre a testa alta, perché se un artista non è libero di dire “no” a certe logiche di mercato, sarebbe veramente triste. Anche per questo ho fondato questa mia etichetta indipendente, perché gli squali non ci avranno mai!
Quindi sulla nascita de La Grande Onda ha influito anche una cattiva esperienza con i piani alti del mercato discografico?
L’etichetta è nata dall’esigenza di costruire un percorso autonomo e indipendente, in tutti i sensi. Un percorso coraggioso, viste le mille difficoltà economiche del momento acuite da una becera gestione delle dinamiche lavorative, non sviluppate da chi vive sui luoghi di lavoro ma da cattedratici. Mi piace l’approccio artigianale che si vive in questa dimensione, fatta di un rapporto molto familiare con artisti e fan-base. Insomma, niente superstar ma solo stelle del quartiere.
Parlando di un altro tipo di etichetta: quella di “supercafone” pesa ancora oggi o no?
Zero. Se poi per qualcuno pesa ancora è qualcuno che probabilmente non segue la musica alternativa, i concerti, ma magari una certa tv, tipo quella suddetta. Le porte sono sempre aperte, ci mancherebbe, ma non sarò io ad andare nella sua direzione, piuttosto l’opposto, oppure stiamo bene così.
A questo proposito: dai tempi del tuo picco di popolarità a oggi come e quanto è cambiato il tuo pubblico? E più in generale dagli anni dei tuoi inizi a oggi è cambiato molto il pubblico del rap in Italia?
Dal picco a qui cambia che il pubblico che mi seguiva è cresciuto con me e negli anni si sono aggiunti tanti ragazzi. Giovani attenti, sensibili alle tematiche sociali e alla realtà che si vive oggi, dinamici e musicalmente trasversali. È un pubblico che come me ama rap, rock, reggae e la musica alternativa in genere, con grande apertura mentale. Il pubblico del rap è aumentato a dismisura e finalmente ce n’è di tutti i tipi, a ciascuno il suo.

INTERVISTA A MACRO MARCO

Macro Beats attualmente è una delle etichette indipendenti hip hop di riferimento. “Anche se alcuni, forse per l’imprinting iniziale, ci considerano un’etichetta reggae – racconta il suo fondatore Macro Marco – in realtà nella nostra discografia i prodotti hip hop pesano di più in percentuale, assestandoti attorno al 70%, direi”. L’etichetta è nata nel 2007 e, continua Macro Marco, “tra uscite ufficiali e non, in questi cinque anni abbiamo lavorato una ventina di dischi”. Anche con lui, che milita nell’hip hop dagli anni ’90 prima di tutto in veste di dj e produttore musicale, abbiamo parlato dello stato del mercato italiano del rap e del pubblico che sostiene la disciplina musicale della cultura urbana per eccellenza.
Avere in roster artisti come Kiave e Ghemon (il suo Qualcosa è cambiato è una delle migliori uscite rap del 2012, ndr) significa lottare con le major per non farseli strappare? O ritieni l’esperienza con Macro Beats formativa rispetto a un futuro di questi e altri artisti nei piani alti del mercato discografico?
Avere artisti come loro in questo momento per noi significa aver lavorato bene! A parte l’oggettivo valore dei singoli artisti, il fatto che siano alla ribalta e che le major, le radio e le TV abbiano messo gli occhi su di loro è il risultato di un percorso iniziato insieme da anni, quindi non può che farci piacere. Rispetto ai nostri artisti non siamo mai stati né “gelosi” fino al punto di privarli di possibilità più alte, né “smaniosi” fino al punto di svenderli. Crediamo che la strada che stiamo percorrendo sia quella vincente e che l’unico futuro immaginabile per dare una posizione alla musica di qualità nel “mainstream” sia la collaborazione tra etichette indipendenti come la nostra e le major e/o altre grosse strutture come per esempio distributori, uffici stampa, agenzie di booking ecc…
Qual è l’identikit del pubblico che segue i vostri artisti e le vostre uscite?
Il nostro pubblico logicamente parte da un fan-base tipico del genere rap (e del genere reggae), fatto di ragazzi molto giovani, che sono anche quelli che ti seguono nei live e “morbosamente” su internet e sui social network. In realtà col passare del tempo mi sono reso conto che la nostra musica è seguita da persone estremamente diverse tra loro, di tutte le età. Molte non sono neanche persone strettamente fan dei nostri generi musicali ma hanno imparato ad amare i nostri artisti e i nostri suoni, prendendo quello dell’etichetta come logo di garanzia e di qualità.
Tu parti come artista ma poi oltre all’etichetta hai messo in piedi anche un booking: oggi in Italia si può vivere con il rap indipendente?
Si può vivere bene (non parlo a livello economico) sapendo di essere fortunati di fare nella vita quello che piace fare. Si può sopravvivere (e questa volta parlo a livello economico) nonostante i tempi siano quelli che sono. La prima risposta spesso e volentieri rende più facile tutto il resto.

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