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[Filastine: intervista]

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La seguente intervista è stata pubblicata su Alias del manifesto ieri, sabato 14 Aprile 2012 (Alias ANNO 15 – N.15), a p.11 con il titolo “Filastine, ritmo e attivismo ai tempi della rivolta globale”. Riporto di seguito l’intero articolo, realizzato anche grazie a Gaetano Scippa, che mi ha fatto conoscere Filastine e girato il suo contatto.

Nova & Filastine

Nova & Filastine

The Infernal Noise Brigade è stato un collettivo musicale che a suon di percussioni e ottoni ha vivacizzato le dimostrazioni del popolo di Seattle. Il circa trentacinquenne Grey Filastine ne è stato fondatore e membro fino a quando il movimento di quegli anni ha resistito. Ai più noto semplicemente come Filastine, il produttore musicale statunitense ora fonde i bassi venuti alla ribalta con il dubstep a suoni e ritmi provenienti dai repertori musicali di mezzo mondo. Dal vivo percuote un carrello della spesa in modo da sincronizzare il ritmo ai video da lui realizzati che scorrono su un grande schermo alle sue spalle. Un vero e proprio artista audiovisivo ma anche un attivista politico particolarmente sensibile alla questione ambientalista. Nato a Los Angeles, da cui è scappato ancora adolescente, nel 2006 Filastine ha esordito con Burn It, album registrato tra il Brasile, L’Avana e Marrakech ed edito da Soot records, etichetta di Dj Rupture. Giramondo, sul confine del nomadismo, e oltremodo curioso, il Nostro ha soggiornato tra l’altro in Marocco per studiare i ritmi locali. Così nei suoi live spesso figurano percussioni maghrebine. Ma per il suo terzo album, £OOT (Post World Ind. / Muti Music), appena pubblicato, sembra essersi concentrato più che altro sull’estremo oriente. Lo conferma il primo singolo, Colony Collapse, in cui figura la voce di Nova, rapper, cantante e poetessa indonesiana che attualmente accompagna Filastine anche dal vivo. In ogni caso, per non smentire il proprio status di cittadino del mondo, nel disco non manca per esempio un rimando alla cumbia (vedi Shanty Tones), ritmo tradizionale tuttora molto in voga nei dancefloor dei paesi latinoamericani. E a ribadire il concetto ci pensa la copertina dell’album, dove campeggia una banconota coniata ad hoc per un’immaginaria rete transnazionale di città clandestine e quartieri liberi di un prossimo, utopico, futuro. Anche questo artwork è stato realizzato da Filastine, per l’occasione a quattro mani con l’artista grafico di Tolosa Mo (Monkeystation): i due hanno battezzato questa moneta £OOT, componendola con decine e decine di pixel presi da vecchie banconote in disuso. Quanto segue è il resoconto di una serie di messaggi scambiati via email con Filastine, che non si è preoccupato di aver parlato poco del suo album e delle sue ultime creazioni artistiche: “visto che nella maggioranza delle interviste che rilascio si parla esclusivamente dei contenuti della mia arte, sinceramente non mi importa se ne accenniamo appena”. Le sue risposte sono arrivate durante le pause di un nuovo tour statunitense. A maggio sono previste una dozzina di date in Europa, la maggioranza in Francia (al momento nessuna in Italia), non prima che questo artista assolutamente eclettico abbia fatto tappa al Downtown Contemporary Arts Festival (D-CAF). Dove? In un paese la cui attualità con ogni probabilità lo ispirerà non poco, l’Egitto.


Cosa influisce maggiormente sui tuoi continui spostamenti geografici, la musica o la politica?
In questo momento le performance musicali mi dettano l’agenda ma di solito trovo un modo per approfittare del viaggio e stabilire contatti con gli attivisti, creare connessioni o al limite imparare qualcosa lungo la strada.
Perché hai scelto Barcellona per fare base?
Vivo a Barcellona da sette anni e, ironia vuole, ci sono venuto per tutto quello che l’amministrazione della città ha tentato di sopprimere: i movimenti, la cultura di strada, i graffiti, l’aspetto multiculturale e multilingue del quartiere Raval e altri aspetti simili.
Dalla tua esperienza di attivista, hai notato delle differenze tra le dinamiche dei movimenti di protesta statunitensi ed europei?
Assolutamente. L’equilibrio di potere o il contratto sociale tra lo stato e i cittadini è culturalmente specifico e in continuo mutamento. Per esempio le azioni che si vedono in Grecia, dove la gente lancia bombe incendiarie e brucia le banche, sarebbero impossibili negli Stati Uniti, dove la polizia colpirebbe a morte immediatamente chiunque lanci una molotov, con il sostegno della stampa (e dell’opinione pubblica). Si tratta di un ottimo esempio di come negli Stati Uniti la proprietà sia più importante della vita. Per questa ragione i movimenti di protesta statunitensi sono tatticamente timidi e pongono una grande enfasi sulla nonviolenza. I movimenti europei hanno una maturità e uno spessore intellettuale che mancano negli Stati Uniti, dove ogni volta che una protesta collettiva viene alla ribalta si pensa di aver inventato la ruota. Per esempio la maggioranza delle persone di Occupy non aveva idea che il movimento fosse ispirato direttamente agli Indignados spagnoli. Nello stesso tempo questo entusiasmo giovanile degli americani può fare in modo che un movimento si diffonda a macchia d’olio e può scansare alcune trappole intellettuali introspettive e le divisioni a sinistra, più comuni in Europa. Insomma, ogni parte dell’Atlantico ha le sue forze e le sue debolezze.
Quanto Infernal Noise Brigade ha influito ed è presente nel tuo percorso musicale solista?
In qualche modo si tratta dello stesso lavoro concettuale – teso a esplorare ritmo, rumori e politica – ma aggiornato alla nuova tecnologia per una questione di portabilità. La transizione da Infernal Noise Brigade a Filastine ha anche comportato una totale inversione: Infernal Noise Brigade portava la musica sulla strada in ogni parte del mondo, Filastine porta le strade del mondo nella musica.
Potrebbe sembrare una dichiarazione di disillusione verso i movimenti collettivi…
Niente affatto, è molto più naturale e umano lavorare in un nutrito gruppo piuttosto che da solo. È successo che è cambiato il contesto sotto i miei piedi. The Infernal Noise Brigade era un gruppo nato dalla necessità: l’onda delle manifestazioni di protesta tra il 1999 e il 2001 aveva bisogno di un ritmo e noi ne abbiamo fornito uno. Dopo quel periodo però non ci siamo più ritrovati nel numero necessario… The Infernal Noise Brigade era come la benzina per il fuoco, quando il movimento si è disunito e sparpagliato e quel fuoco si è spento, ci siamo sciolti per concentrarci sulla nostra musica personale o sul nostro attivismo. Dieci anni dopo il fuoco si è rianimato – anche letteralmente se prendiamo il caso di Sidi Bouzid (città della Tunisia dove Mohamed Bouazizi si è dato fuoco in segno di protesta innescando la “rivoluzione dei gelsomini” e da cui Filastine ha preso il titolo dell’ultimo brano di £OOT, ndr) – e si sta propagando in tutto il mondo. Stiamo vivendo un altro momento ideale per formare un gruppo dedicato a queste azioni di strada: è una delle cose che spero di realizzare quest’anno.
Per finire, cosa ti aspetti dalla tua prossima esibizione in Egitto, anche visto che Il Cairo è una delle città dove hai registrato £OOT?
Il posto perfetto, il momento perfetto, il contesto perfetto. Cerco di non crearmi mai aspettative ma questo concerto sembra proprio essere il più speciale dell’anno e, chissà, anche della mia vita. Alcuni aspirano ai grandi pubblici e a me è capitato spesso di esibirmi in contesti simili seguendo in tour negli Stati Uniti artisti di bass music molto commerciali. Be’, in queste situazioni ho sentito un vuoto, mi è sembrato di essere una parte di quella macchina gigante che è l’industria musicale. Questa data in Egitto invece è esattamente la cosa che preferisco fare.

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  1. [...] transnazionale di città clandestine e quartieri liberi di un prossimo, utopico, futuro” (cit. Luca Gricinella), “£00T” [...]

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