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[Chef Ragoo: intervista]

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Su uno dei prossimi numeri di Alias del Manifesto troverete la mia recensione de La Compresenza Dei Morti E Dei Viventi (Aròma), album in circolazione dallo scorso 4 novembre e che segna il ritorno al rap di Chef Ragoo, romano classe 1972, vero nome Paolo Martinelli. Sulla recensione tra l’altro ho scritto: “La fusione del background punk hardcore dell’autore con il linguaggio diretto del rap, complice l’età e un’attitudine assolutamente indipendente, genera un album che non può che spiazzare sia gli habitué sia i formalisti del nostro rap”. Ho intervistato Chef Ragoo grazie a uno scambio di mail via facebook e leggendo l’intervista si può capire come il diretto interessato non sia del tutto d’accordo con quanto leggerà su Alias… Di seguito l’intervista.

Chef Ragoo (foto © Federica Delfino)

Prima di questo album da quanti anni avevi mollato il rap? In ogni caso, il tuo approccio punk al rap pone il dubbio che in Italia anche i seguaci e i produttori del rap siano ben inquadrati e in qualche modo perbenisti. Come la pensi?
Avevo mollato da subito dopo Zora la vampira, quindi nel 2000. I motivi furono parecchi: ai pochi concerti che facevo c’era sempre sotto al palco qualche bambino con l’aria da “ti accoltello liricamente”, io non sono competitivo, preferisco essere sorridente; in Italia avevo parecchi amici nella scena, a Roma no, molti conoscenti ma pochi amici, e io ho bisogno di vivere la musica che faccio anche in maniera sociale; il fallimento di Zora al botteghino, con il conseguente infrangersi di tutta una serie di sogni. Insomma, non ci stavo proprio più con la testa e avevo bisogno di un percorso di ricerca di ciò che mi faceva star bene. Rituffarmi nella scena hardcore aveva senso, nella mia testa, e i fatti mi hanno dato ragione. In questi dieci, undici anni ho fatto un casino di dischi, tra microfono e batteria, ho suonato in quattro gruppi, ho fatto un tour negli Usa. Ho sostanzialmente ritrovato gli stimoli del suonare, cosa che mi ha anche consentito di ritrovare la voglia, anzi la necessità di fare del rap. In realtà non so cosa voglia dire “inquadrato”: molte persone, in molte scene musicali, sono attaccate alla tradizione. Mi sembra che il rap italiano vada in molte direzioni, molto diverse tra loro. C’è sia una proposta più ortodossa che cose più sperimentali, c’è rap politico e c’è rap sticazzista, mi sembra che ci sia di tutto. In ogni caso, anche se fosse zeppo di perbenisti e portatori del dogma, ciò non scalfirebbe minimamente le mie motivazioni e la mia voglia di fare rap.
Inquadrato era riferito a suoni e contenuti dei testi, abbastanza omogenei nel rap italiano, e al fatto che c’è anche una certa chiusura verso chi va oltre gli schemi più consolidati… no?
Sai che in realtà anche se le cose fossero così omogenee io non ho la sensazione di essere disomogeneo rispetto al quadro generale. I miei beat sono basati su loop horror: non è una novità né una mia assoluta peculiarità. I testi sono introspettivi: non è una novità né una mia peculiarità. L’unica differenza che percepisco rispetto alla maggior parte dei dischi italiani è la totale assenza di autocelebrazione. E quando è arrivato Salmo con maschera, sangue, dubstep e grime, mi pare che l’accoglienza sia stata ottima, quindi non la sento come una costrizione, l’ortodossia del rap italico.
A distanza di anni come spieghi lo spostamento dal punk al rap di un discreto numero di persone (oltre a te penso a Gopher, Neffa e Dj Fabri)? È stato un fenomeno solo italiano?
Potremmo chiederlo ai Clash che suonavano Police and Thieves di Junior Marvin già sul loro primo album. Quando quello che fai è musica degli oppressi, è più facile che poi ti interessi ad altre musiche di altri oppressi. La musica è solo una parte, quando inizi a sentire il punk non puoi ignorare l’attitudine “in your face”, l’aggressività, l’urgenza. Stessa roba che ho trovato nel rap. E poi c’è il discorso di salire sul palco senza essere un supermusicista, salire e offrire quello che hai da offrire, una possibilità unica per un ragazzino nel mucchio. Il rock n roll dei Vaschi e dei Ligabue non conosce mezze misure. Sei arrivato quando stai a San Siro. Il rap e il punk non hanno bisogno di quei numeri, di quelle dimensioni, di quel capitalismo, per dare soddisfazioni a chi li fa. E comunque tra i punk trasmigrati ti scordi Core (L.H.P.), ti scordi Deda e DeeMo e chissà quanti altri. Era pure un momento storico. Tutti quelli che abbiamo nominato erano cresciuti in un contesto e in un periodo storico per la musica italiana, la scena HC degli anni ‘80, l’alba dell’autoproduzione, delle occupazioni, dei tour auto-organizzati. Quando tutto quello che hai te lo sei costruito da solo, trasmigrare su un altro genere e ricominciare a costruire fa meno paura.
Questo tuo nuovo album è un incontro tra il background punk HC, il flow della vecchia scuola italiana, i riferimenti alla middle-school statunitense (quello più evidente ai Cypress Hill in Senza meta), le citazioni cinematografiche, il contributo musicale di Little Tony Negri e cos’altro? Aggiungi, smentisci ecc…
Ci sono un casino di citazioni da testi di gruppi HC italiano, anche nei titoli. C’è moltissimo Bob Mould, nell’ispirazione dei testi più personali. C’è l’omaggio evidente ai Cypress Hill che hai ben colto e comunque un legame con i suoni degli anni ‘90. Ci sono cinque anni di lettino d’analista. C’è Joe Lansdale. C’è LTN che io gli passo una base composta da un campione, una batteria fiacchissima e un basso scacato e lui me la restituisce che suona da paura, con un’orchestrazione curata e ampia. E cos’altro? Tre donne andate, due amici scomparsi, la passione per i felini, un alcolismo di un certo livello, un impiego da mentitore professionista e… e boh. C’è la voglia di star bene, che potrebbe sembrare paradossale, visto che è abbastanza chiaro che questo è un disco doloroso, che nasce dal male. Però io nel male non ci voglio sguazzare, non ho un personaggio maledetto da salvaguardare, non ho un personaggio e basta. E per finire c’è Aldo Capitini, filosofo cattolico antifascista, che mi ha gentilmente prestato il titolo del suo libro più importante Compresenza Dei Morti E Dei Viventi.
E l’anticlericalismo fa solo da contorno?
L’anticlericalismo fa parte del mio bagaglio antiautoritario. Un’autorità tanto più assurda se consideriamo che si basa su un libro di favole. E poi io sto nella città eterna, dove il peso, l’aggressività, l’invadenza del cattolicesimo si fanno sentire ancor più che nel resto d’Italia, col loro bagaglio di ipocrisia e arroganza. Cerco di evitare di essere ancora una persona arrabbiata 24h su 24, come ti dicevo preferisco star bene. Ma se ci sono due cose che mi fanno girare i coglioni davvero sono le violenze dei fascisti e le puttanate dei preti. E qui a Roma ne abbiamo in quantità di entrambe. Difficilmente riuscirò a smettere di far musica fino a che queste entità saranno presenti sul territorio. La resistenza è una tentazione irresistibile.

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