[Emidio Clementi e il Pimi]
Di seguito la mia breve intervista a Emidio Clementi dei Massimo Volume pubblicata ieri su Il Manifesto a p.13 all’interno dell’articolo “Gli indipendenti hanno ‘Cattive abitudini’“. Al gruppo formatosi a Bologna nel 1991 proprio ieri è stato consegnato ufficialmente il Pimi (Premio Italiano della Musica Indipendente) per il miglior album.
Dagli esordi dei Massimo Volume a oggi, come, quanto e in cosa è cambiato il concetto di indipendenza in campo musicale?
Non credo che il concetto di indipendenza sia cambiato più di tanto. Oggi come vent’anni fa di solito dietro un’etichetta indipendente c’è gente appassionata di musica, qualche volta ex-musicisti o comunque persone che, oltre a essere attente al mercato, cercano di salvaguardare anche il lato artistico di un progetto, con cui è possibile intavolare un discorso. Almeno questo nelle buone intenzioni. Dall’altra parte spesso c’è un vuoto mortificante. Per dirti: durante il nostro periodo alla Wea, c’erano dirigenti convinti che i Massimo Volume fossero un gruppo elettronico, con riff di chitarra presi in prestito agli ZZ Top. Diventa frustrante lavorare in certe condizioni.
Qual è a tuo avviso l’utilità di un evento come il MEI e che tipo di importanza ha un premio come il PIMI?
Al MEI ci si va perché convinti di poter avere un’occasione, per farsi notare. Non so se poi questo avvenga. Se c’è realmente un’attenzione da parte delle case discografiche o degli addetti ai lavori. A me pare un calderone dove capita di tutto, anche eventi che poco hanno a che vedere con l’idea di indipendenza. Sul premio posso solo dire che andremo a ritirarlo e ringrazieremo chi ce lo consegnerà, se non altro perché è la prima volta che ne vinciamo uno, ma finisce lì. Non abbiamo mai creduto ai premi, al concetto di gara che c’è dietro. In fondo è proprio per evitare certe dinamiche che siamo diventati musicisti.
L’età media dei vincitori del PIMI quest’anno tra le altre cose sembrerebbe dire che la musica alternativa in Italia è over 30… indipendenti, alternativi ma comunque specchio delle dinamiche italiane?
Credo che questo dipenda soprattutto dal fatto che in Italia non c’è mai stata una vera e propria tradizione di musica rock e il cammino che deve intraprendere un musicista è lento. A trent’anni ha accumulato un bagaglio di nozioni che magari, in America o in Inghilterra, dove la trasmissione del sapere è più immediata, raggiunge a venti. Però, d’altro canto, mi fa piacere notare che anche su scala internazionale il rock abbia perso quell’ossessione per la giovinezza a tutti i costi. Stiamo entrando nell’ottica che si possono fare dischi memorabili a cinquanta, sessant’anni, come del resto avviene in altri linguaggi artistici. Tom Waits, gli Swans, i Jesus Lizard, lo stesso Neil Young, non vengono visti come residui di un’epoca passata, ma artisti attuali, capaci ancora di parlarci del presente.

Gran bel pezzo, sintetico ma assolutamente completo.
Mauri
28 novembre 2011 alle 2:04 pm
Ciao Mauri,
grazie! Sul quotidiano ieri c’era un’introduzione con più informazioni che qui ho omesso. In ogni caso anche secondo me dice tutto Clementi con le sue risposte.
Luca
blaluca
28 novembre 2011 alle 5:37 pm