Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Quotes: Dee Nasty]

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Dopo quello di Michael Holman ecco un altro pensiero di chi vive l’hip hop dagli inizi, Dee Nasty.

Da qualche mese in Francia circola un nuovo film del documentarista parigino Jean-Pierre Thorn (1947), attivo sin dagli anni ’60 e specializzato sul mondo operaio. Dopo l’anteprima su Arte, 93, la belle rebelle – questo il titolo, qui il trailer – è stato distribuito anche nelle sale e ora è disponibile in dvd. Nel documentario Thorn stavolta non dà voce agli operai ma ad artisti musicali di varie generazioni, dagli anni ’60 in poi, dediti a vari generi, dal rock classico al punk passando per il rap. Artisti che hanno anche degli aspetti in comune, due fondamentali: la militanza politica e la provenienza dalla Seine-Saint-Denis – dipartimento della banlieue nord parigina emblematico quando si parla di periferia in Francia (93 è proprio il numero che lo identifica). Dalle cité della Seine-Saint-Denis sono venuti alla ribalta vari rapper, su tutti gli NTM, uno dei pilastri fondanti del rap francese. I due membri, Joeystarr e Kool Shen, figurano solo in immagini di repertorio tra cui proprio quelle che aprono il documentario: uno dei loro live aggressivi e molto partecipati degli anni ’90! Oltre agli NTM in rappresentanza dell’hip hop c’è il rapper e slammer D’ de Kabal e uno dei dj della vecchia scuola francese, Dee Nasty (1960). Tanto per intenderci, Dee Nasty si è avvicinato all’hip hop nel 1979 durante un soggiorno a New York, è stato tra i primi a organizzare dei bloc party alle porte di Parigi, possiede circa 25mila vinili tra soul, funk e hip hop compresi i singoli delle case discografiche indipendenti rimaste in ombra rispetto alla Def Jam come Sunnyview, Profile e Select e se il suo tentativo di dare vita a una piccola etichetta francese simile a queste è passato alla storia come Disques Pirates, il suo primo album, autoprodotto, risale al 1984. Insomma si può parlare di lui come uno dei rappresentanti più importanti della vecchia scuola hip hop europea. Nel documentario il dj parigino sottolinea come le major abbiano messo le mani troppo presto sul rap francese, prima della nascita di varie etichette discografiche indipendenti come accaduto negli Usa, e questo a suo avviso è il problema principale dello sviluppo del rap in Francia. A un certo punto però esprime un’opinione che va oltre la Francia, riguardante l’hip hop tutto. Questa:

Parto dal principio che i bei dischi debbano essere condivisi, bisogna farli conoscere. Dunque cosa c’è di meglio del mestiere di dj per questo? Dj nel senso militante: far scoprire qualcosa, non suonare solo le cose che la gente conosce e ha giusto voglia di ascoltare a volume più alto rispetto a casa propria… questo per me non è essere dj nel senso hip hop del termine. Un dj, nel senso hip hop del termine, è un militante ed è così che può nutrire le persone con pezzi che non ascolteranno da nessun altra parte.

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2 Risposte

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  1. Parole sante! Ce ne fossero di più di dj così! Oggi invece nelle radio non si sprecano nemmeno a dare informazioni sui brani che trasmettono…
    Teniamoci in contatto, ciao
    Marco/MilleOrienti

    marco restelli

    6 novembre 2011 at 11:02 am

  2. Ciao Marco,
    grazie del commento!
    Un abbraccio e a presto,
    Luca

    blaluca

    6 novembre 2011 at 11:28 am


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