[Gil Scott-Heron]
Il 27 Maggio scorso a New York è scomparso Gil Scott-Heron. L’altro ieri su Alias del Manifesto (Alias Anno 14 – N.23 – p.11) è uscito un mio articolo per ricordarlo, sulla prima pagina di Ultrasuoni. Ho scritto il pezzo nei giorni seguenti la morte. Eccolo anche su Blaluca.
Nel 2003 la BBC ha trasmesso per la prima volta uno dei documentari essenziali, appassionati, chiari e diretti realizzati da Don Letts (1956). Il titolo concorda in pieno con gli attributi che definiscono lo stile registico-narrativo del filmmaker londinese di origine giamaicana amico dei Clash: The revolution will not be televised – A Film about Gil Scott-Heron. Un ritratto dedicato a un colosso come Gil Scott-Heron (1949 – 2011) che dura appena sessanta minuti ma in cui ogni passaggio è pregno di storia e vita vissuta. Si parte dalle origini blues del poeta, scrittore e musicista afroamericano, si passa in fretta agli anni fondamentali del Black Arts Movement, di Malcolm X, Martin Luther King e delle loro morti, si transita per Harlem sul finire degli anni ’60 tra attivismo, idee rivoluzionarie, spoken word, soul, funk e jazz. Si parla inoltre di Apartheid, degli Usa di Reagan, di cocaina e carcere per arrivare verso il finale all’esplosione del rap antagonista e cosciente. L’aspetto straordinario emergente è che ogni tappa del racconto è scandita da almeno una canzone epocale scritta da questo artista appena scomparso che ha incarnato al meglio una fusione tanto rara quanto equilibrata e naturale tra arte e impegno. Interpellato da Don Letts, Abiodun Oyewole (1948), membro fondatore dei Last Poets, parlando degli esordi di Gil Scott-Heron ne dà una definizione efficace e suggestiva: “Era il collegamento fra Trane (John Coltrane, ndr) e Malcolm X: la sua opera rappresentava entrambi”. Pochi fotogrammi dopo Greg Tate (1957), scrittore e giornalista esperto di cultura afroamericana, rilancia: “Voleva assolutamente tradurre le idee e le forme letterarie e politiche del tempo in una forma culturale di massa, in qualcosa che aveva la possibilità di venir suonato per radio”. Tra immagini di repertorio e interviste originali nel documentario figura anche il protagonista: voce profonda e da fumatore incallito, fisico provato, il Nostro si racconta con un sorriso sempre a disposizione ma spesso amaro. Quegli anni non erano certo fortunati per l’artista afroamericano, lontano dalla popolarità e poco dopo il termine delle riprese finito in carcere per guai legati alla dipendenza dalla cocaina. Otto anni dopo l’uscita di questo omaggio firmato Don Letts, Gil Scott-Heron lo scorso 27 Maggio se n’è andato, poco meno di un anno e mezzo dopo l’uscita per l’etichetta XL di I’m New Here, album arrivato a sorpresa nei negozi (e nei digital store) tredici anni dopo il precedente e che gli ha concesso una nuova ribalta con tanto di tour europeo. L’ultima. Un album che lo ritrae in copertina concentrato a fumare una delle sue sigarette. Un album ben accolto dalla critica che, a maggior ragione oggi, dopo gli anni di silenzio e in disparte, non si è astenuta dal rimarcare il suo ruolo paterno nei confronti del rap, caso mai qualche nuovo adepto dell’hip hop non ne fosse al corrente. Eppure Gil Scott-Heron prendeva le distanze da questa elezione. Di certo si è trattato di una paternità involontaria a differenza dei suoi amici Last Poets, altri genitori eletti del genere: Abiodun Oyewole, Jalal Mansur Nuriddin e Umar Bin Hassan hanno prodotto musica ancora più prossima al rap e non ne hanno certo preso le distanze, anzi. Nelson George, scrittore, filmmaker e critico esperto di cultura afroamericana classe 1957, ha curato le note di copertina di tutti gli album di Gil Scott-Heron pubblicati da Arista. Senza citare il rap, così ha scritto di lui sul web all’indomani della morte: “Il romanziere, poeta, performer e filosofo Gil Scott-Heron è scomparso. Già a metà degli anni ’70 nelle sue canzoni parlava di Apartheid, incidenti nucleari e imperialismo Americano, sostenuto dagli arrangiamenti di Brian Jackson e The Midnight Band. Io e i miei compagni di college lo consideravamo il nostro Bob Dylan. Un artista inquieto e profondo”. Un ritratto commemorativo breve ma di certo meno sommario rispetto a quel lapidario “The Godfather of Rap” che ha un suo perché fin quando a tirarlo fuori sono rapper come Mos Def e Chuck D (entrambi presenti nel documentario di Don Letts) mentre stona se ripetuto per sentito dire da una schiera di Mc non proprio coscienti. Fatto sta che l’hip hop ha voluto e vuole Gil Scott-Heron come padre putativo, specie per la sua dote di leggere la realtà e trasformarla in poesia ritmata, immediata e tagliente. Un genitore campionato a più riprese da Kanye West – anche nell’ultimo acclamato album My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010) – e sui cui frammenti musicali hanno rappato tra gli altri Common, 2Pac, Mos Def, Atmosphere, Jungle Brothers, Boogie Down Productions, The Coup, Brother Ali ma anche i marsigliesi IAM per non guardare sempre e solo dentro i confini degli Usa. Nel 1994 nel suo album Spirits, uscito dopo altri dodici anni di inattività discografica, c’è Message To The Messengers, un appello alla coscienza, alla responsabilità e allo studio (della musica e della lingua) rivolto per lo più proprio ai rapper. O ancora meglio un brano in cui l’esperienza di un rappresentante acuto di una generazione che ha preso parte a un pezzo di storia moderna fondamentale è messa a disposizione di una nuova generazione che tanto lo acclama. E lo fa dagli esordi perché alcuni brani precedenti di questo artista simbolo dell’afroamericanismo suonavano nelle prime jam hip hop, quando i rappresentanti di questa cultura sentivano una vicinanza naturale con la sua arte. Ma è emblematico che il sito ufficiale di Spike Lee riporti un articolo di Barry Michael Cooper, scrittore, filmmaker e sceneggiatore tra gli altri di un film importante come New Jack City (1991), in cui si legge: “Quando Gil Scott-Heron ha rifiutato il titolo di ‘Godfather of Rap’, aveva le sue buone ragioni. Il denaro non era il suo padrone. Come un genuino griot postmoderno ha abbracciato la povertà. Non nel senso che era povero – non lo era – o che non gli piaceva il denaro (sono sicuro che gli piaceva). Gil Scott-Heron non amava il denaro e per questo il denaro non era il suo padrone. Un vero MC, un vero Maestro di Cerimonia deve essere proprio questo […] Una persona che guida la band senza diventare schiavo del ritmo. O del denaro”. Insomma, si trattava di un artista che tanto ha incarnato i valori degli anni ’70 fino a soccombere quando i tempi sono cambiati. Gli undici album pubblicati tra il 1970 e il 1980 e i quattro (appena) pubblicati tra il 1981 e questo 2011 la dicono lunga. Non è un caso che l’uscita di un brano su Reagan e tutto quanto significava per l’epoca l’elezione a presidente di questo attorucolo avviene proprio nel 1981 su Reflections: B Movie segna l’inizio della fine: “Quanto accaduto è che negli ultimi venti anni l’America è passata da produttrice a consumatrice”, recita un testo lucido e premonitore. Gli anni ’80 hanno cambiato tutto, compresa la sorte del Nostro. L’ultimo saluto spetta a Darius James (1954), autore di Blaxploitation (edizione italiana a cura di a-change, 1995 – 2002) e Negrophobia (1993). Facendo il verso a Whitey on the Moon, brano contenuto nell’esordio discografico di Gil Scott-Heron, Small Talk at 125th and Lenox (1970), il giornalista e scrittore afroamericano ha scritto: “Gil Scott is dead and whitey’s still on the moon!”. Insomma una delle voci più autorevoli dei senza voce è morto, chissà quanti guai stanno ancora passando le sue sorelle e i suoi fratelli ma i “visi pallidi” se ne infischiano e continuano a investire in imprese sulla falsariga dello sbarco sulla luna.

Nohoho…. il 27 maggio ero in viaggio e non ho sapevo ancora della sua scomparsa. Bell’articolo, grazie. Tristezza now.
chiarina
13 giugno 2011 alle 12:06 pm
Grazie a te, Chiara!
blaluca
13 giugno 2011 alle 12:11 pm
Il giorno della sua morte lo ricorderò sempre. Mi sono alzato tardi, era una domenica mattina, ho per puro caso messo su “We are new here”, remix dell’ultimo album di Gill per mano di James XX e ho acceso il computer. Mi è sceso un brivido lungo la schiena e mi è scesa una sincera lacrima. Ho passato poi il tempo a guardare video, leggere suoi passi e scrivere di lui anch’io sul mio blog. Strano, perchè pur considerandolo findamentale e avendo ascoltato molto soprattutto i suoi primi storici dischi, non lo avevo mai annoverato tra i miei personali, inviolabili capisaldi. Ma come per le persone a noi più vicine, a volte capita che se ne senta la mancanza proprio quando se ne vanno. Per quanto mi riguarda lascia un vuoto difficile da riempire e ricorderò la sua morte come ricordo quella di James Brown e Jay Dilla. Un altro grande se ne è andato, senza clamore. Non come avrebbe meritato. Forse anche questo fa parte dell’essere grande, in fondo.
groovenauti
14 giugno 2011 alle 9:36 pm