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[Emidio Clementi: intervista]

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La seguente intervista a Emidio Clementi è uscita ieri, sabato 5 Marzo 2011, su Alias (ANNO 14 – N.9 – pp. 12-13). Stavolta per il settimanale culturale del Manifesto ho curato uno speciale prendendo spunto da due libri usciti negli ultimi mesi per Arcana Edizioni: Storia ragionata dell’hip hop italiano di Damir Ivic e Tutto qui. La storia dei Massimo Volume di Andrea Pomini. Due racconti che vedono Bologna nel ruolo di città principale delle vicende e che, pur toccando tre decenni, raggiungono il climax in quello di mezzo, gli anni ’90. Nell’articolo ho messo in relazione i due libri per parlare degli incroci tra rap e rock indipendente, di centri sociali – polemiche e conflitti annessi – e dell’urgenza di quel decennio, specie la prima metà, nonostante le ingenuità rivelatosi fondamentale per la costruzione di una solida scena musicale alternativa italiana. Ecco la breve intervista al frontman dei Massimo Volume. Invece di parlare del loro ultimo album, Cattive Abitudini (La tempesta dischi / Venus), il riferimento primo resta l’avvincente libro di Andrea Pomini (“[...] si evolve come la struttura di una sceneggiatura: la formazione, l’entusiasmo, l’ascesa, lo spasso ma poi gli scazzi, gli addii, i rimpiazzi, il marciume, la depressione e la caduta dei nostri ‘eroi’ fino a quell’inevitabile separazione che li ha tenuti lontani per anni, per la delusione di gran parte dei seguaci della musica (alternativa) italiana” – ho scritto su Alias).

Emidio Clementi, Bologna 2007 (© Michele Corleone / StudioCutUp)

Le dichiarazioni rilasciate a Pomini, specie su questioni lontane negli anni, non sembrano avere troppi filtri. Cosa ti ha spiazzato di più tra i ricordi e pensieri altrui?
Credo che la forza del libro sia proprio nella sua sincerità, anche quando a prendere la parola sono voci tutt’altro che agiografiche nei confronti dei Massimo Volume o di qualche singolo componente. La cosa però che più mi ha colpito è rendermi conto di come – al di là delle differenze di vedute – la storia del gruppo sia soprattutto una storia di rapporti umani, con una sua dose di dolcezza e di ferocia. E di quanto questi rapporti abbiano inciso nella vicenda personale di ogni singolo componente.
Restando sul libro: sei d’accordo sull’importanza attribuita al rap, specie per l’uso dell’italiano, da Egle Sommacal (chitarrista dei Massimo Volume, ndr) e Umberto Palazzo (membro fondatore e chitarrista del gruppo dal ’91 al ‘93, ndr)?
Non sono mai stato un amante del genere, ma riconosco che in quel determinato momento storico il rap è stato fondamentale per infondere nuova energia alla musica alternativa italiana. Si arrivava da anni piuttosto bui di revival garage: calligrafico, derivativo, roba da modernariato. Ed ecco che improvvisamente ci sono persone che si mettono a parlare di rapporti umani, del sociale, di ciò che accade in quel momento attorno a loro. E lo fanno in italiano, fregandosene se il microfono che stanno usando è del 1963 o del ’96. Con un gusto musicale diverso, ma con retroterra culturale simile, anche noi volevamo contribuire a questo rinnovamento.
Nei racconti sugli anni ’90 la generazione precedente, quella punk, sembra per lo più assente: una scelta loro o siete voi ad averla per lo più rifiutata?
Strano, perché tutti noi veniamo dal punk e il punk ha influenzato molto la scrittura di Stanze (esordio del ’93 dei Massimo Volume, ndr). I nostri modelli di riferimento in quel periodo erano i Fugazi, la Rollins band, i This Heat, gli Hüsker Dü, Jim Carroll. Anche l’attitudine di trasformare i propri limiti in stile l’abbiamo derivata dal punk e così una certa poetica cruda, che rinnegava gli orpelli e le lungaggini, incentrata sul tempo presente e mai nostalgica.
Intendevo dire che gli anni ’90 in Italia sono stati anni di formazione per la scena musicale alternativa ma da più racconti sembra sia mancata l’esperienza precedente. Come se si partisse da zero. Non è andata così?
In questo senso sì, credo che oggi tutta la scena – non parlo solo dei musicisti, ma dei fonici, dei roadie, dei ‘luciai’ – sia professionalmente più affidabile rispetto a quindici anni fa grazie anche al lavoro pioneristico avvenuto tra gli anni ‘80 e i ‘90. Quando abbiamo cominciato a suonare noi, prima di poter utilizzare qualsiasi cosa bisognava capire come funzionava. I ruoli venivano affidati più o meno a casaccio, a gente che magari non aveva nessuna esperienza alle spalle. ‘Ti va di portarci in giro e ritirare i cachet?’. ‘Te la senti di farci i suoni?’. Funzionava così. Oggi esiste invece un retroterra comune da cui attingere.
La musica alternativa da allora sembra avere continuità…
Credo che ormai, dopo trent’anni, si possa cominciare a parlare di una tradizione della musica alternativa italiana. L’ho ripetuto più volte: sono convinto che questo sia stato possibile anche perché tra le generazioni non c’è stata rottura ma una trasmissione di esperienze e di stili. Così gli artisti che si affacciano oggi sulla scena vedono noi o gli Afterhours o il Teatro degli Orrori come dei modelli di riferimento e non il vecchio da combattere, anche se mi rendo conto che un atteggiamento del genere può avere le sue controindicazioni.
Fatto sta che ancora oggi in Italia non si vive di sola musica alternativa né oggi né allora, questo è un elemento comune tra generazioni. Perché?
Perché è un circuito limitato, perché non esiste una lunga tradizione rock, perché spesso i discografici non hanno cultura musicale. Ma non so se altrove la situazione sia effettivamente migliore. Conosco diversi musicisti americani che hanno un secondo lavoro e si lamentano di non poter suonare a un cachet stabilito, ma solo in base al pubblico presente. La verità è che il mestiere di musicista, tolte poche eccezioni, è un mestiere votato al precariato. Un altro punto di contatto tra le generazioni.

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Una Risposta

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  1. [...] Volume di Andrea Pomini – concentrandomi sul racconto riguardante gli anni ’90 (vedi qui), perché più corposo e più vivo, ieri ho recensito il nuovo album di Wagon Christ (Luke Vibert) [...]


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