Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Abd Al Malik]

con un commento

Ho scoperto Abd Al Malik (1975) grazie a Chiara Santarelli nel 2006. Nel 2007 ne ho scritto su Alias e Rumore e su Blaluca ne ho già accennato qui. Lunedì scorso in Francia è uscito il suo quarto album solista, Château rouge (Barclay / Universal), con la produzione musicale di Gonzales (proprio di recente ho parlato del “suo” film, Ivory Tower).


Rapper (già leader dei NAP, New African Poets), slammer, poeta, compositore, scrittore, in Francia Abd Al Malik, di origine congolese, è uno degli artisti più corteggiati dai giornalisti perché quando parla mette in campo la sua articolata esperienza con una solerzia rara. Nel 2004 ha pubblicato un libro, Qu’Allah bénisse la France (Che Allah benedica la Francia), in cui racconta il suo percorso: cresciuto nella zona più calda della banlieue di Strasburgo decimata dalla droga pesante, ha rubato e spacciato (hashish); cattolico fino a 16 anni, si è prima convertito a un islamismo militante poi ha scoperto il rap e si è riconosciuto nel sufismo, la via all’islam che gli ha permesso di continuare a rappare senza patemi. I suoi testi coscienti, in qualche modo “illuminati”, gli hanno fruttato una serie di riconoscimenti ufficiali invidiabile: il premio Constantin come miglior artista emergente nel 2006, il premio Raoul-Breton della Sacem (la SIAE francese), l’elezione ad artista maschile francese dell’anno nel 2008 e, l’anno scorso, il premio letterario Edgar Faure nella sezione letteratura politica per il suo secondo libro, La guerre des banlieues n’aura pas lieu (Cherche Midi).
In Château rouge non c’è solo declamazione di versi più o meno ritmati, no. Abd Al Malik, per la sorpresa del suo pubblico, in questo disco per la prima volta s’è messo a cantare. La morte in Congo del suo centenario nonno materno, che ha combattuto due guerre per la Francia senza mai metterci piede, ha rappresentato l’incidente scatenante dell’album: in suo onore le prime parole dell’album sono nella lingua che dà anche il nome alla sua etnia, il lari. Ma non solo, nel disco trova spazio la rumba congolese (si ascolti il primo e vivido singolo, Ma jolie) e tra gli ospiti figura Papa Wemba. Tutto senza ripudiare lo slam e il rap, due scuole di formazione fondamentali che nell’album se la vedono con suoni più familiari ai seguaci dell’electro pop (Miss America, Centre ville e Néon). “Sono cresciuto con l’idea che il rap è libertà, che col rap si può fare ciò che si vuole. [...] Sono un purista dell’essenza delle cose ma non della loro forma”. E ancora: “L’idea era di far incontrare quello che non si incontra. […] Esplicitare il fatto che, dal mio punto di vista, oggi non si può inventare più niente in termini di generi musicali ma si possono creare connessioni inedite”. E così, oltre a Gonzales e Papa Wemba, su Château rouge si ritrovano anche Gérard Jouannest, già al fianco di Jacques Brel e Juliette Gréco, Ezra Koenig dei Vampire Weekend, Primary 1 e CocknBullKid. Un album che partendo dalla riflessione sull’identità personale, dall’omaggio alle proprie radici, arriva a rappresentare una complessa quanto nobile identità francese che, secondo Abd Al Malik, nel suo Paese s’è persa di vista a causa di un populismo che ha innescato la mediocrità. Anche per questo Château rouge è un disco da ascoltare a modo.

Una Risposta

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  1. [...] Alla fine il premio per il miglior album della categoria “musiche urbane” è stato vinto da Abd Al Malik col suo Château rouge. Con merito, credo. Ma poco importa, Booba rappresenta uno spirito critico [...]


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