Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Public Enemy: Fear Of a Black Planet 20 anni dopo]

con 2 commenti

Ieri è uscito un numero di Alias del Manifesto interamente dedicato alla musica. All’interno di questo Alias Speciale Ultrasuoni ho curato con U.net (Giuseppe Pipitone) due pagine sul ventennale del terzo album dei Public Enemy, Fear of a Black Planet. Il pezzo di U.net potete leggerlo sul suo sito, qui, il mio, con un prezioso contributo di Militant A degli Assalti Frontali, lo pubblico qui di seguito. Su Alias è uscito col titolo ‘I messaggeri di Chuck D – Da Onda Rossa a Ntm’ (Alias di Sabato 21 Agosto 2010 – ANNO 13 – N. 33, p.15). Sullo stesso numero è uscita la mia intervista a Mark LeVine – autore del saggio-inchiesta Rock the Casbah! (ISBN) – che pubblicherò prossimamente su Blaluca in versione integrale.


Anno 1989, Brooklyn, New York. Le immagini fanno da prologo a Fa’ la cosa giusta. Spike Lee, dopo aver lasciato spazio a un breve accenno jazz, confeziona una sequenza mozzafiato sui titoli di testa del suo terzo lungometraggio: l’attrice newyorkese di origine portoricana Rosie Perez balla energicamente per strada sulle note di un brano rap che – anche grazie al ghettoblaster di un personaggio chiave delle vicende messe in scena, Radio Raheem – detterà i tempi al film della svolta popolare del regista afroamericano. Il brano è Fight The Power e quella sequenza d’apertura, funky, sexy e politica, costituisce una doppia anteprima: quella a un decennio che segnerà la consacrazione del rap, sdoganato una volta per tutte e in grande spolvero per varie stagioni, e quella a un album, Fear of a Black Planet (Def Jam / Columbia, 1990), che piazzerà definitivamente i Public Enemy nella storia della cultura hip hop. Se il precedente album di Chuck D e compagni, It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back (Def Jam / Columbia, 1988), è citato da molti rapper – ma anche da molti rocker – come un disco fondamentale, capace di spingere una schiera di giovani, sia neri sia bianchi, a prendere un microfono in mano per rimare a tempo, Fear of a Black Planet è l’album che è arrivato ovunque e a chiunque, che ha fatto scoprire il rap anche lontano dagli USA. Appena un anno dopo l’uscita di Fa’ la cosa giusta e dunque del singolo Fight The Power, nel giugno del 1990, anche in Italia nasce ufficialmente il rap in italiano: il ritornello di Batti il tuo tempo (Autoproduzione), brano che dà il titolo alla prima e unica uscita firmata Onda Rossa Posse, fa il verso al rap di Chuck D e Flavor Flav portato alla ribalta da Spike Lee: “Batti il tuo tempo per fottere il potere”! Quasi in contemporanea il virus delle rime a tempo in italiano si diffonde a Bologna grazie all’Isola Posse All Stars per poi coinvolgere il resto della penisola e fare da traino a una serie di annate musicali senza precedenti per la musica indipendente, o comunque sotterranea, cantata nella nostra lingua. “Nell’autunno ‘88 i Public Enemy – scrive Militant A, voce dell’Onda Rossa Posse prima e degli Assalti Frontali ora – vennero in concerto a Roma al ‘Tenda a strisce’ come gruppo spalla dei Run DMC. A me non bastava lo show, dovevo trovare un modo per avvicinarli. Mi feci assumere come tecnico delle luci, in cima a una torretta manovravo l’occhio di bue. Durante tutto il tempo del live un fonico inglese mi urlò e maledisse nell’auricolare. ‘Che cazzo stai facendo? Illumina quello che dico io!’. Ma io conoscevo meglio di tutta Roma le canzoni e sapevo cosa facevo. Quando giunse il momento dei Run DMC mi fece scendere. ‘Senti, lascia stare, ci vado io lassù’. Ecco, bravo. Io me ne andai nel retro palco e beccai i Public Enemy già dentro un pullmino. Avevano una grande pressione addosso. Terminator X ripeteva solo: ‘Chiedete a Chuck, lui sa tutto’. Chuck però non c’era. Io volevo sapere cosa ne pensavano dei Weatherman e della connessione tra bianchi e neri per la rivoluzione. Flavor Flav scherzava con delle ragazze. Professor Griff leggeva un libro e rimase sorpreso che conoscessi i Weather Underground. Facemmo un’intervista per Radio Onda Rossa. La settimana dopo la mettemmo in onda e io e il mio socio Castro X iniziammo a fare il primo rap in italiano dalla radio. L’estate successiva uscì Fa’ la cosa giusta di Spike Lee con il pezzo Fight the Power. Io stavo scrivendo Batti il tuo tempo e come una sorta di tributo aggiunsi al ritornello la frase ‘per fottere il potere’, un po’ ruvida, certo, ma cadeva a pennello. I Public Enemy erano una macchina da guerra. Da lì, però, iniziarono i problemi. La grandissima visibilità e il successo commerciale esigevano un prezzo da pagare. E a saldare il conto fu proprio Professor Griff, un tipo troppo incontrollabile e radicale, che per una dichiarazione contro il potere degli ebrei fu costretto a lasciare il gruppo. Nelle canzoni dei Public Enemy era praticamente irrilevante, eppure la sua partenza si fece sentire. Dopo sette mesi, nell’aprile del ’90, uscì Fear of a Black Planet. Il singolo di apertura, Welcome to the Terrordome, fu un capolavoro antipop che scalò le classifiche, cosa oggi impensabile. Ma i tempi stavano cambiando e i Public Enemy erano destinati a tornare nell’underground, lontani dal cuore del grande pubblico, ma non dal nostro, che li ameremo sempre in modo incondizionato”.
Sempre nel 1990 in Francia esce la prima compilation di rap in francese, Rapattitude, che fa esplodere oltralpe a livello popolare il ramo musicale dell’hip hop. Il gruppo che riscuoterà subito più consensi si chiama Suprême NTM (o semplicemente NTM) e il loro brano presente nella raccolta, Je rap, tra i vari campioni ne contiene uno preso praticamente in diretta da Fear Of A Black Planet, ossia un frammento di B-Side Wins Again, brano che Chuck D ha inserito tra i venti più significativi della loro carriera: “Il pezzo voleva anche dimostrare che eravamo fatti sempre della stessa pasta: poco importa il brano che sceglie l’etichetta da mettere in primo piano, avevamo sempre e almeno la scelta del Lato B (b-side, ndr) che alla fine ha sempre vinto, dunque la storia ci ha dato ragione” – ha dichiarato il leader dei Public Enemy alla testata francese Mowno. La scelta del campione degli NTM – che da lì a breve diventeranno uno dei gruppi più importanti del rap transalpino insieme ad IAM e Assassin – è tanto genuina quanto ingenua ma conferma le parole di Chuck D. Insomma, la generazione hip hop europea i cui rappresentanti sono nati negli anni ’70 muove con decisione verso il rap un paio d’anni dopo la corrispettiva americana, ma sempre grazie a un album dei Public Enemy. Per restare in Francia – il Paese europeo dove il rap riveste un’importanza maggiore – Wax Taylor, produttore musicale di area hip hop, ha dichiarato a proposito di Fear of a Black Planet: “Avevo 14/15 anni quando l’ho ascoltato e sono passato da passivo ad attivo. Ascoltavo rap e improvvisamente mi sono detto: mi metto a farlo anch’io”. D’altronde un album con una tale carica politica e rivoluzionaria, con versi razziali al fulmicotone, con la capacità non proprio scontata di fare una controinformazione del tutto stimolante e rivelatrice e in definitiva con un linguaggio universale veicolato da un ritmo destinato a cambiare la musica pop, non può che essere coinvolgente, specie per le generazioni più giovani. Così dal 1990 nei Paesi extra americani a chi comincia a portare in giro il proprio entusiasmo per il rap tocca sentire i primi mugugni: “ma non suonano nemmeno”, “ma come parlano?!”, “è tutto uguale questo rap!”. Nonostante tutto gli amanti della musica, soprattutto i patiti di metal e rock alternativo, iniziano a sapere che esiste una band che si chiama Public Enemy e a rispettarla: è il passo decisivo verso lo sdoganamento. E pensare che anche in Italia un manipolo di temerari s’era dato all’hip hop dai primi anni Ottanta ma né Afrika Bambaataa né i Run DMC né tre giovani rapper bianchi reputati giusto dei casinisti, i Beastie Boys – nomi abbastanza popolari grazie ai passaggi tv dei loro video -, erano riusciti a farli vedere di buon occhio dagli appartenenti alle altre tribù musicali. I Public Enemy sì.

2 Risposte

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  1. [...] che verranno rilanciati grazie a dei videoclip girati ad hoc. Quest’anno il loro terzo album, Fear of a Black Planet, ha compiuto vent’anni e l’anniversario ha convinto Chuck D, Flavor Flav e soci a partire [...]

  2. [...] maggio. Se il titolo del saggio di Mohaiemen prende spunto da uno storico album dei Public Enemy, Fear of A Black Planet (Def Jam / Columbia, 1990), quello del terzo documentario di Maameri riprende il motto del rapper [...]

    [Islamrap] « Blaluca

    6 dicembre 2011 alle 2:14 pm


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