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[Alberto Prunetti: intervista]

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C’è ancora una generazione di italiani che non molti anni fa, ascoltando i racconti dei nonni, ha fantasticato sui lontani parenti emigrati oltreoceano. Tra questi si può includere Alberto Prunetti (1973), scrittore, traduttore, fotografo, insegnante di italiano per lavoratori immigrati, redattore di Carmilla e collaboratore di testate come Carta e Il Manifesto.
L’immigrazione italiana nell’«America povera», più che mai quella imponente verso l’Argentina, non si è esaurita, anzi. La grande nazione del cono sudamericano dopo la crisi del 2001, almeno dall’esterno sembra tornata a vestire i panni di un paese in costruzione, dove c’è ancora spazio per partecipare alla realizzazione di una parte del proprio destino. Per quanto in misura nettamente inferiore l’Argentina dunque è tornata a essere meta di esuli italiani. Ma non solo: gli italiani da qualche anno viaggiano molto di più verso Buenos Aires, anche grazie a un cambio decisamene favorevole. Alberto Prunetti, ispirato principalmente da alcune lettere di un suo prozio che nel 1924 lasciò la Sicilia per l’Argentina, non solo ha viaggiato per qualche mese da quelle parti ma ci ha ambientato il suo secondo romanzo con un percettibile, per quanto intenso, desiderio di condividere la sua passione argentina con chi da queste parti si è dimenticato che Buenos Aires, dopo Roma, è ancora la città al mondo con più italiani. Il Fioraio di Perón, uscito a fine Gennaio 2010 per Stampa Alternativa, è il coinvolgente racconto di una storia italo-argentina che attraversa quasi tutto il secolo scorso. Ne ho parlato con l’autore, Alberto Prunetti.

Alberto Prunetti

Il tuo romanzo è intriso di storia argentina del ‘900. Massimo Carlotto nella prefazione lo definisce un romanzo-reportage. Ti ci ritrovi in questa definizione?
Assolutamente sì. A Buenos Aires, nel mio primo soggiorno, ho realizzato alcuni reportage per Il Manifesto, mentre nel secondo soggiorno, più breve, ho preso delle pagine di appunti per una serie di articoli apparsi su Carmilla on line. Questo materiale ha costituito un primo scheletro narrativo per il romanzo, anche se poi ho lavorato molto sul plot e sulla fiction. L’idea di mescolare narrativa e reportage è adesso piuttosto diffusa (si veda il dibattito sul New Italian Epic) ma posso dire che questa prospettiva mi ha coinvolto proprio in Argentina, dove il mix tra narrativa e reportage ha fatto scuola, con l’etichetta di “no ficción”, proprio a partire dall’opera dello scrittore desaparecido Rodolfo Walsh e di Osvaldo Bayer, di cui ho tradotto Patagonia rebelde in italiano. Di qui la scelta di inserire proprio Osvaldo Bayer, che avevo intervistato per Il Manifesto sulla sua amicizia con Osvaldo Soriano, come uno dei protagonisti del mio libro. Osvaldo è la memoria vivente del Novecento argentino, lui che ha trovato le tracce degli anarchici fucilati nelle fosse comuni dall’esercito nel 1921, lui costretto all’esilio durante la dittatura di Videla mentre i suoi libri bruciavano nelle piazze per mano di una soldataglia rispettosa di “patria, onore e famiglia”.
L’atmosfera che si respira ne Il fioraio di Perón, e mi riferisco soprattutto alla parte in cui narri le vicende di Alfredo, mi ha rimandato a quella di Quintetto di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán: questa sorta di minaccia occulta argentina, perenne quando si cerca di fare luce sul passato, anche se è un passato circoscritto…
Sicuramente il “Quintetto” è stato una lettura che mi ha fornito elementi di ispirazione, ma questa sensazione di inquietudine, di minaccia occulta, la respiro talora anche camminando lungo le strade di Buenos Aires. A volte, quando vedo il cartello “E” di “Estacionamiento”, ovvero “parcheggio”, mi viene in mente il film di Bechis, Garage Olimpo. Inoltre questa sensazione di minaccia si è fatta estremamente concreta in Argentina nel 2006, il periodo appunto in cui ho fatto atterrare Alfredo, il protagonista del libro, a Buenos Aires. É l’anniversario della notte delle matite spezzate, ma sono anche i giorni in cui forze occulte, legate sicuramente ai repressori degli anni dell’ultima dittatura militare, hanno fatto scomparire per la seconda volta un ex-desaparecido, Julio López, che doveva testimoniare in un processo importantissimo all’indomani della riapertura dei procedimenti penali contro i militari voluta da Kirchner. In pochi giorni, oltre a un desaparecido, ci sono state minacce e rappresaglie, anche violente, contro militanti dei diritti umani. C’è chi è stato sequestrato e picchiato, c’è chi ha ricevuto telefonate notturne con registrazioni telefoniche di sessioni di tortura. Le terribili Falcon verdi dei gruppi d’azione paramilitari avevano anche ricominciato a farsi vedere in giro. Un clima terribile, da film dell’orrore, un clima che accompagna le pagine più nere del Novecento argentino. Viene da pensare che, alla pari degli italiani, i nostri “cugini” argentini non riescano a fare i conti con il proprio passato in maniera indolore. Ma il timbro noir e il reportage non sono le uniche note che ho suonato. C’è da considerare anche la dimensione più leggera, comica e al tempo stesso sconsolata, del romanzo d’ambientazione latinoamericana alla Soriano. E qui torno al tuo riferimento all’opera del “gallego” Manuel Vázquez Montalbán, che se l’è cavata alla grande inserendo proprio Osvaldo Bayer, di cui abbiamo già parlato, come personaggio di finzione in un testo. Perché l’aveva fatto anche lui, prima di me, in Millennio II: Pepe Carvalho, l’addio: là Osvaldo Bayer si trovava a cucinare un asado in Patagonia per il celebre Pepe Carvalho. Io l’ho riportato a Buenos Aires, nel quartiere Belgrano, in quella casa d’“esquina” che Soriano definì “un tugurio”.
Il romanzo di Montalbán si sviluppa a ritmo di tango. Tu hai avuto ispirazioni musicali durante la stesura de il Il fioraio di Perón?
Sì, la musica argentina mi ha accompagnato a lungo, anche se non ha impresso una struttura al testo. Il fioraio è diviso su due piani temporali – il presente e il passato, la storia di Cosimo, il fioraio, e l’indagine di Alfredo – e questa biforcazione si ripresenta anche a livello musicale, nella musica che ho ascoltato e in quella che ho citato nel testo, sia a livello esplicito che implicito. Ovviamente bisogna distinguere tra la musica che ascoltavo nel corso della stesura e quella che in qualche modo è finita dentro al testo, citata in maniera trasparente o fatta oggetto di parafrasi. La storia di Cosimo, che si sviluppa dagli anni Venti a fine anni Settanta, è segnata dal tango, dai tanghi cantati dell’età dell’oro di Gardel fino alle elaborazioni più moderniste di Piazzolla. Carlitos canta (“cada dia mejor”) nella milonga operaia in cui incrociano le gambe Cosimo e Maria, e già qui si cerca di raccontare un tango popolare, lontano da quello mitico della malavita o da quello patinato delle pellicole hollywoodiane in cui recitò lo stesso Gardel. I tango, le parole del tango, ritornano poi in alcuni passi del mio libro, nascoste in parafrasi. C’è un sentiero ricoperto di cardi, peraltro nella Sicilia rimpianta da Cosimo, che è ripreso dalla celebre Caminito (e qui l’operazione della memoria, del rimpianto e della nostalgia sull’asse Sicilia-Boca, è tipicamente tanghera). C’è una madreselva in fiore nel “jardinito” del fioraio, e questa pianta è un classico tra i tanghi immortalati da Gardel. Ancora: nella vecchiaia di Cosimo, nelle ultime pagine del romanzo, tra la sbronza e la malattia, c’è un omaggio ai “mareados”, agli sbronzoni attempati che duettano con triste magnificenza… e questa volta ci ubriachiamo, si dicono Mercedes Sosa, la Negra, e Roberto Goyeneche, citati dal fioraio di Perón.
Quanto al presente, si cambia musica. Chi ha oggi la mia età a Buenos Aires è cresciuto, più che col tango, col rock nacional: Fito Paez, GIT, Los redondidos de ricota, e soprattutto i grandissimi Sumo, con la voce dell’ultimo mito argentino, Luca Prodan, un italiano che in Argentina è una leggenda alla pari quasi di Gardel e che nessuno in Italia conosce, a parte me e te e pochi altri! Scrivendo la parte del romanzo ambientata nel 2006, ho ascoltato molto rock nacional. Ma nel testo i riferimenti musicali sono altri: la cumbia, che esce da ogni autoradio, ad esempio, e che Alfredo ascolta nel mercato “arrabalero” in cui viene aggredito, e che sicuramente è la musica popolare per eccellenza. E poi il rap, che si lega alle dinamiche dei nuovi movimenti sorti durante la sollevazione popolare del 2001. Senza dimenticare il folclore, ben radicato in provincia ma saldo nella metropoli portegna grazie a grandi nomi come Atahualpa Yupanqui e alla stessa Sosa. Questo folclore d’autore lo puoi trovare mescolato al tango cantato in posti itineranti in cui si fa tango, tango vero, non per turisti. Sono posti piccoli, di solito hanno l’aria delle nostre trattorie, posti che tendono spesso a riempirsi di argentini, perlopiù studenti e vecchi appassionati. Qui si fa tango cantato, non ballato. I migliori sono quelli pieni di ubriaconi, posti dove non entrano gli stessi argentini delle classi medie. Io e Maria Rosaria siamo stati ben accolti in uno di questi posti, ci mangiavamo tutte le sere quasi, e il venerdì sera si imponeva il silenzio e la chitarra passava di mano in mano… uno dei musicisti, che poi stava tutti gli altri giorni attaccato alla damigianetta del rosso e a vederlo non gli avresti dato 2 pesos, aveva accompagnato la Sosa in un concerto. Sono questi rifugi del tango quelli che vanno scoperti, più che le trappole per turisti o i canali tv dedicati al tango o i luoghi più ufficiali che comunque tardano ad aprirsi alle contaminazioni da gringos tipo Gotan Project… e in uno di questi rifugi finisce Alfredo, da Carlitos… lì resiste la vera anima del tango portegno, almeno secondo me, più che nei locali del Caminito o nei café storici ristrutturati. Ma è solo la mia versione, posso sbagliarmi, in cose musicali non sono un esperto. Comunque le due anime della musica argentina che più mi attrae sono evocate nelle citazioni in esergo al fioraio: una riga dal testo di Cambalache, di Enrique Santos Discépolo, tango politico per eccellenza, scritto nel 1934, colonna sonora della storia di Cosimo, e una citazione da un brano di rock-post punk nazionale del tano Luca Prodan, per la parte dedicata alla storia di Alfredo.


Quanti viaggi hai fatto verso l’Argentina, quanto tempo hai passato da quelle parti e quanto ci hai viaggiato grazie a letture (se vuoi consigliarne qualcuna)?
In Argentina ho soggiornato quattro mesi e mezzo nel 2005 e un mese nel 2008. Nel mezzo una parte di me ha continuato a vivere nel paese australe grazie a Rodolfo Walsh (Operazione massacro), Osvaldo Soriano (Quartieri d’inverno),Osvaldo Bayer (Patagonia rebelde), Miguel Bonasso (Ricordo della morte), E. Martínez Tomás (Il romanzo di Perón), Horacio Verbitsky (Il volo). E aggiungerei, tra gli italiani, Massimo Carlotto (Le irregolari) e Enrico Calamai (Niente asilo politico). Anche nella lettura si incrociano romanzi, reportage e memorialistica, ossessivamente.
Il tuo romanzo uscirà in Argentina? In ogni caso come è stato accolto dagli argentini che hanno avuto occasione di leggerlo (immagino ce ne siano, magari lo stesso Bayer)?
Spero di poterti rispondere a fine anno, dopo che il libro sarà presentato ad alcuni editori argentini durante la Fiera del libro di Francoforte. Tocamos madera, per dirla alla portegna. È presto quindi per parlare di una ricezione del lettore argentino. Gli argentini che finora l’hanno letto, per quanto ne so io, in tutto o in parte, sono amici, spesso coinvolti in qualche modo nella stesura. A loro è piaciuto molto, ma non sono lettori parziali. In realtà l’idea di una traduzione argentina mi attrae e mi spaventa al tempo stesso. Credo di essere stato un visitatore accorto, ho sempre cercato di evitare forme di etnocentrismo del mio sguardo… eppure i pericoli della visione sono noti… romanticismi, scambiare una parte per il tutto, etc… Di certo il libro racconta il paese dalla prospettiva di un autore che ovviamente non è un argentino, ma si colloca in una posizione tra il tano e il gringo, tra sguardo interno e sguardo esterno rispetto al tema narrativizzato. Spero che il mio sguardo, tra tano e gringo, appunto, possa servire a riproblematizzare certi elementi, a cominciare dal ruolo della migrazione italiana. Ci sono argomenti su cui in Argentina si sono scritti milioni di pagine senza che ci sia un accordo, a cominciare dal ruolo del peronismo, ma ovviamente ogni paese è diviso al suo interno per classe, interessi politici, etc… Io ho provato a fare una carrellata veloce, mi auguro intensa, sul Novecento argentino, dal punto di vista di un osservatore storico privilegiato, cioè un contadino semianalfabeta che finì per fare il fioraio nella Casa Rosada all’epoca di Perón e che era il fratello di mia nonna. Spero che anche questa storia trovi un giorno una barca che la farà approdare alla Boca.

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  1. [...] recente e coinvolgente chiacchierata con Alberto Prunetti (ossia il post precedente a questo, vedi qui) è l’occasione giusta per mettere finalmente on line la mia intervista ad Andrea Prodan, [...]

  2. [...] intervenire in diretta Alberto Prunetti, scrittore e reporter che ho già intervistato per Blaluca (qui), e parlare dell’attualità musicale argentina. Nel 2009 a Francoforte è stata annunciata [...]

  3. [...] de Il fioraio di Perón (romanzo di Alberto Prunetti di cui s’è già parlato su questo blog, qui e qui) firmata da Fabrizio Lorusso, [...]

  4. [...] Ernesto Sábato e Alberto Prunetti (autore de Il Fioraio di Perón che ho già intervistato qui) ne delinea un ritratto critico su Nazione Indiana oltrepassando l’opera e concentrandosi sui [...]

  5. [...] curata da Alberto Prunetti, scrittore che ho citato più volte in questa rubrica e su questo blog (qui l’intervista). Per maggiori informazioni si veda qui. Share this:FacebookTwitterStampaLike [...]


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