Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[È morto o no l'hip hop?]

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Un mese fa, nella mia rubrica mensile su Quindici Minuti (vedi qui), prendendo spunto da un articolo uscito su Blow Up di dicembre 2009 a firma Massimo Balducci – che a sua volta partiva da un articolo di Sasha Frere-Jones pubblicato sul New Yorker -, parlavo della presunta morte dell’hip hop. Quindici Minuti è un sito che si occupa per lo più di cultura hip hop dunque speravo si aprisse una discussione visto che, citando vari articoli e prendendo atto del profilo del seguace medio dell’hip hop, parlavo di “diagnosi fondata”. Solo un lettore ha reagito, dunque il dibattito non si è aperto (chi volesse rimediare può – ribadisco il link – intervenire qui). Proprio ieri Mr P, il caporedattore di Tiny Mix Tapes, prendendo spunto dallo stesso articolo di Sasha Frere-Jones e senza tralasciare i recenti annunci di El-P sulla pausa della Def Jux causa ripensamento e cambio del progetto (vedi qui) e di Sole sul suo addio all’anticon. (ne ho già parlato qui), ha aperto un dibattito: l’hip hop è morto o vive ancora? Mentre scrivo hanno partecipato al dibattito solo 6 lettori: questa scarsa partecipazione di voci alle sorti dell’hip hop è l’ulteriore sintomo della morte del genere? Chissà, magari è solo scarso interesse. Alla fine il giornalismo musicale da anni vive sugli articoli/referti circa questo o quel genere dunque i lettori potrebbero essere semplicemente stanchi di queste tesi. In ogni caso chi vuole partecipare al dibattito di Tiny Mix Tapes, in inglese, può andare qui, gli altri già sanno… L’aspetto spiazzante è che stranamente l’hip hop italiano negli ultimi mesi sembra invece godere di discreta salute. Niente di eccezionale, eh, ma sono usciti vari dischi degni di nota (su tutti quello di Dj Gruff, dei Co’ Sang e di Night Skinny). Ma lo stato di salute dell’hip hop italiano, ahinoi, non influenza di certo lo stato di salute dell’hip hop globale.

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Written by blaluca

23 febbraio 2010 at 2:12 pm

14 Risposte

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  1. ciao blaluca,
    a mio modo di vedere il problema è culturale e nn affligge solo l’hiphop ed, estendendo il discorso, non solo la musica.

    Credo anche che nn sia un problema che parte dagli “artisti” e virgoletto perchè per me artista è colui che crea arte, ma nn sto a qui a definire cosa intendo per arte perchè nn voglio dilungarmi andando fuori tema; sintetizzando molte (o tutte?!?) delle ultime produzioni mainstream stanno alla musica come il macdonald sta al cibo. Arrivano e se ne vanno velocemente, hanno sempre lo stesso gusto anonimo e richiedono un’imponente campagna di marketing per convincerti a fruirne.

    Comunque sia il vero problema nn è a monte, ma a valle e per valle intendo il consumatore. L’impoverimento culturale che porta le persone a fruire dei prodotti meglio confezionati, meglio reclamizzati e modaioli ha sgravato gli artisti di uno dei punti complicati da gestire: innovare se stessi senza essere banali. E’ infatti abbastanza raro vedere band che sfornano buoni dischi (non è sempre necessario il capolavoro) dopo il 3/4 album alle spalle. I dischi di “Jay-Z e colleghi” vendono e vendono bene, ricevono premi ai music award, perchè loro sono cool&trendy e ascoltare la loro musica è pari ad indossare un capo all’ultima moda.

    Squadra vincente nn si cambia e questo vale anche per il sound, per le melodie ecc.

    Fortunatamente, la rete riesce a dare una voce e una visibilità a realtà che altrimenti rimarrebbero provinciali e chiunque senta la necessità di ascoltare musica che cerca ancora di dire\dare qualcosa può trovarla senza troppa fatica.

    Quindi, chiedendomi se l’hiphop è morto, la mi risposta è certamente no. E’ però indubbio che stia morendo sempre più gente in grado di ascoltarlo.

    Ciao,

    miche

    miche

    25 febbraio 2010 at 7:29 pm

  2. Ciao Miche,
    di certo la maggioranza delle analisi atte a decretare la morte di un genere, vorrebbero provocare una reazione, e per lo più proprio nei fruitori di musica (generalizzando direi che gli artisti musicali, e più che mai gli artisti hip hop, non è che abbiano una grande stima dei giornalisti musicali, dunque non so quanto stiano dietro a certe uscite). E’ altrettanto certo che in questo periodo articoli come quelli di Sasha Frere-Jones sono corredati da miriadi di recensioni (anche autorevoli) che stroncano dischi di capisaldi dell’hip hop. Non molti anni fa il mainstream hip hop statunitense si era guadagnato le lodi anche della critica più indipedente, mentre ora riceve più critiche dure e radicali che altro, a conferma che la qualità media si è abbassata davvero. Ma se l’odierno sistema del mercato musicale produce davvero ascoltatori poco educati alla musica di qualità e dunque anche la produzione ci rimette, bisognerebbe anche decretare il fallimento del giornalismo musicale, l’inutilità della critica… insomma un sistema in agonia? Il quadro è articolato e qualcosa salverei, non sarei così drastico. Nell’Italia perennemente in ritardo su tutto, l’hip hop non se la passa proprio male. Niente di eccezionale, nessuna conquista del mercato, ma forse chissà che anche da queste parti tra non molto il pop non inizi a flitare seriamente coi produttori hip hop… Per dirtene una, all’ultima edizione del Mi-Ami, il live di Dj Gruff credo sia stato il migliore; e forse il più apprezzato.

    blaluca

    26 febbraio 2010 at 12:45 pm

  3. … non saprei ma mi pare che ultimamente stanno tirando le cuoia un po’ tutti dunque è probabile :-)
    scusa il mio commento inutile sono davvero nulla in materia!
    ciaooo

    chiarina

    26 febbraio 2010 at 2:24 pm

  4. Chiara però ho tirato in ballo anche qui il giornalismo musicale, dunque si potrebbe ricominciare… :)
    PS: sentito, tornando al rock, il nuovo album dei piemontesi Drink To Me? E’ in uscita per Unhip. Niente male!

    blaluca

    26 febbraio 2010 at 2:27 pm

  5. io penso che il pubblico si sia immedesimato troppo nella parte dello spettatore anche al di fuori dei contesti in cui è lecito farlo.

    Osservando/imitando gli altri si perde l’interesse e soprattutto la necessità di sviluppare una propria individualità.

    Questo porta all’uniformazione.

    Da qui dischi stroncati dalla critica ma premiati dai fans.

    Per quanto riguarda il giornalismo, anche qui c’è un impoverimento. Di rado trovo le interviste fatte ad un artista interessanti. Di rado trovo un giornalista che fa domande scomode alla star che intervista. Non ho mai sentito qualcuno intervistare jay-z e con domande mirate chiedergli del perchè di determinate scelte artistiche. Di rado ho sentito un giornalista esprimere la propria opinione ad una star e chiedergliene una valutazione critica.

    Dare un due o un tre su una rivista nn vuol dire niente, è un opinione come un altra. Dare in faccia un due o un tre a qualcuno e spiegargli il perchè è scomodo, antipatico e, scusa il termine, ci vogliono anche le palle.

    Può essere che mi sbagli..ma nelle poche interviste che ho letto\visto non c’è mai stato uno scambio di opinioni.

    Credo che questo sia un problema su cui chi ne ha la possibilità dovrebbe riflettere.

    miche

    26 febbraio 2010 at 2:32 pm

  6. Miche, ribatto al volto per dirti che dopo una decina d’anni di giornalismo credo che l’intervista in realtà sia la cosa più difficile. Puoi anche prepararti a fondo ma poi trovarti di fronte uno che non ha voglia di parlare, che è stanco perché sei il quindicesimo che lo intervista, o che è un “decerebrato” di suo con le idee poco chiare. Al contrario il giornalista può anche non trovare il varco per creare il sano conflitto con l’artista; e qui è un problema, sì… non è proprio semplice, ma qeusta non può essere una giutificazione. Così va a finire che a volte ti ritrovi con una redazione in attesa di materiale già concordato ma poca sostanza se non le solite cose già sentite; allora magari lì va fatto capire il personaggio o vanno spiegate le circostanze dell’incontro ecc… Poche ne escono bene!

    blaluca

    26 febbraio 2010 at 2:52 pm

  7. Allo stesso modo un’artista potrebbe lamentare che so, il poco tempo, la cadenza delle uscite imposte da un contratto, le aspettative dell’etichetta, la paura di cambiare, le leggi di mercato ecc

    così però nn ne usciamo più..a ognuno le sue responsabilità..ed è ora di lavorare per invertire la tendenza..tenendo a mente che la differenza, per fortuna, la fanno ancora i singoli individui..

    Miche

    26 febbraio 2010 at 5:34 pm

  8. Diciamo che l’artista è un po’ più libero di fare quello che vuole. Un giornalista si può prendere le sue responsabilità ma poi, a sua insaputa (specie se non è una grossa firma), possono venire vanificate in redazione con tagli ecc… Non è così semplice. L’etichetta non taglia una canzone di un artista. E neanche dice all’artista che la canzone deve durare 2 minuti, come invece accade sempre a un giornalista che magari intervista per un’ora e mezza un artista e poi ti danno 2000 battute perché nel frattempo è successo qualcosa che merita più spazio o è entrata un’inserzione pubblicitaria o un collega ha proposto roba altrettanto valida ecc… Il paragone regge fino a un certo punto. E ti assicuro che anche i giornalisti bravi a intervistare, ma proprio bravi, a volte si trovano in mano del materiale poco interessante perché non tutti gli artisti pensano alla risposta o hanno davvero voglia di parlare o sono di buonumore o hanno qualcosa da dire…

    blaluca

    27 febbraio 2010 at 12:16 am

  9. Questione di riferimenti e definizioni credo. Bisogna capire di che tipo di hiphop si sta parlando.Se di genere, se di attitudine, di approccio o di suono puro e semplice. Siamo tutti d’accordo credo che l’hiphop fatto come lo facevano i 9 di Staten Island o gli EPMD o i Gangstarr ecc ecc di fatto non esista più. Ne rimangono i bagliori in qualche disco dal sapore più nostalgico che altro, vedi gli IDE, i Kool keith, i Doom (anche se qui il discorso è diverso). C’è invece per quel che credo io, una nuova vita per quella zona grigia ai confini tra i generi dove l’hiphop come attitudine a sperimentare, a creare, a prendere copiare reinventare ed incollare continua a prosperare, in termini qualitativi. Mi riferisco alle zone liminali toccate da Danger Mouse, che di hiphop ha un attitudine mostruosa e l’approccio agli strumenti, o ancora alle sperimentazioni/divagazioni folk di Why o Alias, passando per le derive (positive) grunge di Dizzie Rascal, e all’incrollabile fondamentalismo anti-pop del “Consortium” o del da te citato Saul Williams, ma anche buck 65, sage ecc. In queste zone si trovano ancora tanti e tanti spunti che trascendono forse il significato più diffuso di hiphop, ma che tengono conto invece del suo significato più allargato, più incontrollabile e incontrollato di non-genere, o meglio di genere fatto di generi e quindi di contaminazioni e moti contaminanti. In questo senso riesco a trovare nei miei ascolti quotidiani davvero tanti motivi per dire che l’hiphop è vivo e prospera.

    psycho (groovenauti)

    3 marzo 2010 at 11:01 pm

  10. Ciao Psycho,
    parli proprio dell’hip hop che da anni seguo e promuovo sulle testate con cui collaboro. Dunque mi trovi più che d’accordo (anche se non metterei la croce sopra tutta la produzione odierna che si rifà a old o middle school). Fatto sta che la musica di cui parli è un hip hop o accettato fino a un certo punto o proprio non accettato dalla comunità che si riconosce in quella cultura. Il pubblico che ha un’identità hip hop per lo più non si riconosce in un autore come Buck 65, ritiene Why “roba da froci” (se mai lo hanno ascoltato per più di due minuti) e Sole e Alias “roba da intellettuali” (termine che usano in maniera dispregiativa proprio come fanno con “frocio”…). Generalizzo, parlo di chi nutre fede indiscriminata nell’hip hop e ne porta quotidianamente la “divisa”, di quella maggioranza che fatica ad attribuire coordinate così diverse alla musica che vuole (deve) ascoltare. E chiaramente mi riferisco più che altro alla realtà italiana. Anni fa ho assistito al primo concerto di Sage Francis in Italia, all’epoca di “Personal Journals”; non so quale booking lo abbia mandato a suonare in un locale sperduto in provincia di Brescia, ma così è andata. Spettatori paganti: 7. E lui li ha ripagati facendo un gran live! Negli ultimi mesi su blog e social network, l’unica persona che ha scritto “non vedo l’ora che esca un nuovo album di Sage Francis”, è un tipo che si occupa e segue tutt’altra musica (indie, per intenderci). Non certo un b-boy.

    blaluca

    4 marzo 2010 at 2:25 pm

  11. Totalmente d’accordo Luca. Tant’è che anch’io mi sono ritrovato in situazioni paradossali con i Kill the vultures a suonare davanti a 1 persone di cui 9 erano tutt’altro che b-boy. Ma francamente la colpa è tutta loro, degli ascoltatori. Lo provo costantemente anche sulla mia pelle suonando in giro con il mio gruppo (quando ci viene data la possibilità dato che siamo troppo poco hiphop per molti). Il pubblico di b-boy non è disposto ad ascoltare se non sente i soliti ritmi, i soliti flow. Generalizzo ma è un dato di fatto. Ai concerti te ne rendi conto. Chi punta ad un apporccio compositivo e di scrittura diverso dal solito viene etichettato come sperimentale e la cosa finisce lì. Riesce magari a tenersi 10/100/200 fan adoranti e tra quelli rimane. Succede agli Uoki toki (anche se per loro il discorso è ancora diverso), come a Why. La colpa forse è della nostra scarsa cultura musicale. Della nostra ostinazione a confinarci in generi, ad erigere barriere. Forse del nostro non aver compreso a fondo ciò che l’hiphop è.

    Psycho

    4 marzo 2010 at 2:46 pm

  12. Qui a Milano in due edizioni del Mi-Ami ho visto esibirsi, di fronte a un pubblico più che altro indie-rock, gli Uochi Toki (edizione estiva del festival) e Dj Gruff (edizione invernale). In entrambi i casi pubblico folto e coinvolto e bei live. Certo, se nel primo caso si parla di un gruppo a sé, nel secondo di un fuoriclasse dell’hip hop (che spazia e osa senza perdere seguito, anzi)… però bene così!

    blaluca

    4 marzo 2010 at 3:24 pm

  13. [...] [È Morto o no l'hip hop?!] Un mese fa, nella mia rubrica mensile su Quindici Minuti (vedi qui ), prendendo spunto da un articolo uscito su Blow Up di dicembre 2009 a firma Massimo Balducci – che a sua volta partiva da un articolo di Sasha Frere-Jones pubblicato sul New Yorker -, parlavo della presunta morte dell’hip hop. blog: Blaluca | leggi l'articolo [...]

  14. Segnalo che il link a quindici minuti non rimanda a nessun articolo perché i contenuti di quel sito sono stati azzerati, purtroppo.

    blaluca

    26 luglio 2010 at 2:25 pm


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