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[Cinema in tv: Funny Games]

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Una scelta non proprio scontata. Domani, Natale, alle 00.20 (e ancora domenica 27 dicembre alle 02.40) su Cult segnalo il passaggio di Funny Games (1997) di Michael Haneke (1942). Di seguito il racconto della prima volta in cui l’ho visto (più qualche nota sul film). Non ho trovato i riscontri necessari ma credo proprio si trattasse della prima italiana del film.

1997, Torino. Quindicesima e ultima edizione del Festival Internazionale Cinema Giovani (un anno dopo sarebbe diventato Torino Film Festival). Il direttore della rassegna è Alberto Barbera, alla sua penultima edizione torinese prima di passare alla direzione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (incarico da cui sarà rimosso nel 2002, in anticipo, tra le polemiche e in pieno stile berlusconiano dal Ministro dei beni e delle attività culturali, Giuliano Urbani). Nella sezione Orizzonte Europa di quella rassegna figurano, tra gli altri, registi come Bruno Dumont, Robert Guédiguian, François Ozon, Aleksandr Sokurov e uno sconosciuto (all’epoca il meno noto tra i citati) Michael Haneke. Il film di quest’ultimo è Funny Games, chiaramente la prima versione, quella originale, non il recente remake per gli Usa. Il film arriva a Torino sei mesi dopo essere stato in concorso a Cannes, dove non ha ottenuto alcun premio (col suo ultimo film invece, Il nastro bianco, Haneke, dopo gran premio della giuria per La pianista e miglior regia per Niente da nascondere, ha vinto anche la Palma d’Oro). Alle 11 del mattino, prima di pranzo, entro in sala senza sapere nulla né del film né del regista. Durante la visione passo in fretta dalla curiosità iniziale alla tensione, dall’angoscia a una rabbia che per impotenza si trasforma in incazzatura e poi torno all’angoscia. Poche volte, penso, ho visto un film in cui i personaggi sono costruiti con un’efficacia simile; uscito dalla sala leggo sul catalogo che il regista, austriaco, è laureato in filosofia e psicologia.
Inizio a chiedermi: ma chi sono i due protagonisti di questa vicenda? Due psicopatici? Due ragazzi più intelligenti della norma? Due emuli, in parte per il look e quasi totalmente per le passioni (vedi visita a sorpresa e ultraviolenza), di Alex e dei suoi Drughi? Due viziati apatici? L’unica certezza, la più immediata, è che la medio-alta borghesia austriaca, per giunta quella in apparenza più candida, rischia di scomparire con i giochetti di Beavis & Butthead (così si chiamano tra di loro i due protagonisti nella versione originale; e non Tom e Jerry come in quella italiana). Pensieri che faccio a coinvolgimento emotivo avvenuto, nonostante Haneke provi a ricordare a più riprese e con vari artifici – di cui uno plateale che priva del tutto di veridicità la realtà dello schermo – che questo è un film: in una messa in scena in cui si ribadisce regolarmente che si tratta di finzione gli stati d’animo dello spettatore dovrebbero regolarmente risollevarsi se non proprio restare indenni; come se non bastasse nel film la violenza resta fuori campo. Ma è quello che la violenza provoca a essere messo in scena in maniera tanto efficace quanto inquietante. Così finché le immagini non terminano nessuno pensa alla finzione dei fatti, se non i due protagonisti che ne parlano durante la loro gita in barca.
A fine giornata, dopo aver visto tra l’altro anche La vie de Jésus di Bruno Dumont (niente di più rassicurante), sono ancora su Funny Games e più di tutto mi spiazza un fatto: perché verso il finale lo spettatore passa dalla parte dei nostri Beavis & Butthead? Solo perché, non morendo, sono gli unici due punti di costante riferimento? Per debolezza? Per paura? O forse perché quel sorriso finale rivolto alla camera, e quindi allo spettatore, ci rende una volta per tutte loro complici? Di certo questo dettaglio rende più umano uno dei due giovani attori e nel contempo innesca dei sensi di colpa nello spettatore. La seconda volta che vedrò Funny Games – sempre l’originale -, sarà dopo qualche anno e di fronte a parole e azioni di “Beavis & Butthead” per lo più riderò: so già tutto, quindi tanto vale stare dalla loro parte; anche se è un po’ troppo comodo.
A differenza di Cannes, in quel 1997, a Torino Funny Games non era in concorso (credo per superati limiti di età di Haneke, all’epoca già cinquantacinquenne); anche per questo non riceverà alcun premio. Solo un anno dopo, quando il festival perderà l’attributo “giovani”, le cose probabilmente sarebbero andate in un altro modo.

Una Risposta

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  1. [...] un commento » Nell’ultimo periodo ho segnalato vari passaggi di film su Cult (vedi qui, qui e qui). E ci risiamo: dopodomani, giovedì 7 Gennaio 2010 alle 21, venerdì 8 alle 15.15, [...]


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