[KINGS OF CONVENIENCE LIVE @ SALA VERDI DEL CONSERVATORIO - 29/10/09, MILANO]

Ieri sera qui a Milano hanno suonato, nella Sala Verdi del Conservatorio, i Kings Of Convenience. Sono andato a sentirli. I due giovani norvegesi ormai hanno trentaquattro anni, sono cresciuti, ma la loro musica non si è evoluta e, va detto, un po’ invecchiata sì. In ogni caso per chi ama il loro stile, emblema del “new acoustic movement”, Erlend Øye ed Eirik Glambæk Bøe restano una garanzia. Dopo cinque anni di silenzio hanno appena pubblicato, a inizio Ottobre, il terzo album, Declaration Of Dependance (EMI), in parte registrato allo studio Esagono di Rubiera (Reggio Emilia). Il tour ha toccato l’Italia con due date: l’altro ieri hanno suonato all’Auditorium della Conciliazione di Roma, ieri sera al Conservatorio di Milano. La data milanese ha registrato il tutto esaurito (non da meno quella romana, a giudicare dai video postati su youtube, come questo). Erlend Øye, il nerd che fa cool nonché l’esuberante del duo, si è presentato con un maglioncino a righe, Eirik Glambæk Bøe, il bravo ragazzo, che nella coppia gioca (?) a fare il legnoso, con cardigan e camicia a quadrettini ben infilata nei pantaloni. Pubblico trasversale e per lo più eccitato dall’evento. “Strano ma vero, In Italia siamo popolari” dice Erlend Øye con fare ironico (aggiungendo quelle frasi che si può permettere solo una star: “Mi piace la cucina italiana, il vostro clima. Poi ascoltate della musica, la vostra, che conoscete solo qui; fuori dall’Italia mai sentita”. Considerando che in sala c’era Carmen Consoli – perdonate il gossip – non so come l’ha presa.). Il concerto dura poco più di un’ora e mezza, tra vari brani nuovi e, specie verso il finale, i classici del duo (tra cui Misread naturalmente): pop intimo ma super leggero con sempre più debiti – dichiarati – verso la bossa nova. I ragazzi, grazie al loro umorismo semplice e affabile, creano un clima alla “volemose bene” che dopo un po’ però può anche risultare stucchevole, specie quando passano al pubblico il ritornello di Know How, su disco (Riot on an Empty Street, del 2004) affidato alla canadese Feist: sembra di stare su un pullman in gita scolastica quando le ragazze cantano e i ragazzi per fare i duri restano muti. Una volta nella vita comunque andrebbero visti, magari con un intervallo dopo i primi 45 minuti per rifiatare, ma devo dare ragione a Barnaba Ponchielli quando, sull’edizione milanese di Zero, scrive che dai loro concerti “si esce col sorriso” aggiungendo che è “cosa rara di questi tempi” (Zero – Milano. 16 31 Ottobre 2009; p. 32). Io aggiungo che, una volta a casa, vi verrà voglia di ascoltare i Lightning Bolt o magari i Liars (in assoluto, negli ultimi anni, il gruppo più convicente dal vivo; sempre secondo me, eh) o, più semplicemente, i Sonic Youth (come mi è capitato stanotte); ma qui dipende dai gusti e dal proprio grado di disadattamento.
Sono d’accordo sull’ironia da superstar ma non sul pulmann.
Mi hanno ricordato un po’ il concerto che avevo visto di Michael Franti, esci felice, vieni coinvolto invece che sedere e ascoltare passivamente.
Credo che il bis fosse un po’ troppo ma vista la richiesta dal pubblico non potevano fare altrimenti.
Il fatto che facciano i personaggi mi sembra una cosa gia’ vista nella sfera musicale, comunque fanno dei personaggi che finora non avevo incontrato.
silvia
30 ottobre 2009 alle 2:08 pm
Sì, niente di nuovo in ambito musicale.
Cito il commento di un amico su facebook: “La cosa che mi irrita di loro è che contribuiscono a diffondere l’idea che la musica acustica debba essere “educata” mentre non c’è niente di più virale di una Martin menata come si deve. Ma ascoltassero un po’ Stills invece di Simon & Garfunkel…”.
Ecco: ‘educata’ è l’attributo che mi è sfuggito, credo sia parecchio azzeccato accostarlo alla loro musica.
blaluca
30 ottobre 2009 alle 3:36 pm