[Dj Foster: The Blaluca Mixtape #10]
Dj Foster viene da un piccolo comune della provincia marchigiana. Dal 2009 è resident della radio londinese Sub FM: le sue selezioni vanno in onda ogni lunedì, dalle 15 alle 17. Negli anni si è appassionato a due culture urbane, prima l’hip hop, poi il dubstep: in entrambi i casi ha scelto giradischi e vinili per farne parte. Tralasciando le numerose date italiane, ha suonato a Londra, Bristol, Leeds, all’Outlook Festival, ad Amsterdam ed è stato ospite da GetDarker TV. Collabora costantemente con la Numa Crew (Firenze/Elastica/Erba rec). Per Blaluca ha realizzato un mix assolutamente notturno (e pieno di bassi). Come consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda. Di seguito il mix, il decimo della serie, e l’intervista. Buon ascolto e buona lettura.
Mai avuto la tentazione di trasferirti a Londra?
Sì, a volte ce l’ho ancora e molti me lo consigliano, spesso. Immagino sia come andare in un ristorante chic dove si mangia stretti, tutti attaccati: tante opportunità in più da sfruttare ma allo stesso tempo tante persone in più che le sfruttano o tentano di farlo. E il senso di questa metafora me l’hanno confermato molti inglesi e/o gente trasferitasi a Londra. Non sto dicendo che mi piace fare il “profeta in patria” e che la “competizione” è una cosa negativa. Anzi, avere a che fare con un mercato più grande, vedere come lavorano altre persone, come e cosa suonano altri dj, così come suonare con questi dj fuori dall’Italia, sono le cose che ti formano di più. Dovrebbero portare a Londra il mare e i portici tipo Bologna per quando piove… a quel punto sarebbe perfetta per me! Hahahaha!
Negozi a parte, come ti procuri i vinili che collezioni?
Da privati, spesso inglesi. Oppure, a volte, da conoscenti che vogliono fare scambi, gente che magari ora suona altra musica o che ha bisogno di soldi. Anche da internet, ovvio: ci sono molti shop sconosciuti che, nonostante non siano specializzati in bass-music, tengono qualcosa del genere. Basta cercare. Mi ricordo una volta, su un forum, un ragazzo mise in vendita una collezione smisurata di dubstep perché aveva bisogno di soldi per il matrimonio: giuro, quando ho letto il motivo (e i titoli dei dischi) avrei voluto chiamarlo e dire “stai facendo l’errore più grande della tua vita” (lol). Mi ricordo per esempio il DMZ 008, lo presi anni fa da un negozio australiano, penso fosse davvero una delle ultime copie non usate in circolazione, non ne ho più viste. Dead man walking invece lo trovai a Bologna da Disco D’oro, messo come ultimo nella sezione dubstep, quando online tutti lo cercavano.
Come e quanto ha inciso il tuo passato da turntablist sullo stile con cui mixi oggi?
Ha facilitato le cose, avevo già molta confidenza col vinile e nel passare velocemente da un disco a un altro. Questo aiuta, e non poco, quando per esempio si vuole fare una selezione veloce o un 3 decks set. In ogni caso, l’unica cosa che forse incide sullo stile con cui mixo oggi è la reazione delle persone che mi ascoltano.
Hip hop e dubstep: dalla tua esperienza, ci sono qualità dell’uno che farebbero comodo all’altro? Mi riferisco a scena e movimento, non all’aspetto musicale.
A me sembra che molte qualità dell’uno stiano già facendo comodo all’altro e viceversa. Fondamentalmente sono due culture underground che nello stesso periodo, o quasi, stanno riscuotendo successo a livelli più alti. Il fatto che usino le proprie rispettive visibilità (in crescita) per auto-alimentarsi a vicenda è segno di una sorta di evoluzione, lo vedo come un bene, se fatto con coscienza, senza perdere i principi di ognuna. Oggi in Italia è palese che l’hip hop sta sfruttando l’ondata della dubstep, vediamo sempre più rapper cantare su basi del genere. Sfruttare non lo dico in maniera negativa, l’ho detto prima: è un bene. Come la dubstep usufruisce della popolarità di artisti come Fabri Fibra, Marracash, Guè Pequeno, Salmo ecc… per cercar di far arrivare a un pubblico sempre più vasto il messaggio “svegliatevi, siamo anni indietro! Serve roba nuova! E sappiate che questa roba che vi piace solo adesso esiste già da tempo!”.
E come reputi lo stato di salute della bass music oggi? Per esempio: sbaglio o, dopo un periodo di esposizione pubblica, sta tornando a essere roba per “quelli del giro”?
Le serate con un piatto solo e soundsystem autocostruiti penso non siano neanche paragonabili alle serate nei club. Nel complesso comunque lo reputo buono, considerando soprattutto evoluzione e popolarità, vedi sopra il rapporto hip hop-dubstep, l’avvicinamento di molti gruppi dub a sonorità più elettroniche, le sempre più numerose serate in giro, il pubblico sempre più vasto. Sulla qualità ovvio, si può solo che lavorare: a volte basterebbe solo informarsi un minimo prima di dare un’etichetta.
TRACKLIST
01 Epitome – Sublife (Dj Madd Remix) (NoMad Records dub)
02 Compa – Security (Area Recordings dub)
03 Content – Osmosis (forthcoming)
04 Core – Rescue room (dub)
05 Lapo Numa Crew – Rah rah rah (dub)
06 Sleeper – Narrow (Chestplate)
07 Ollie303 – Destroy and Rebuild VIP (dub)
08 Noiza – Seppuku (dub)
09 Mala – Eyez VIP (DMZ)
10 Killawatt – Five suns (dub)
11 J Kenzo – Therapy (Tempa)
12 Von D – Fantom (dub)
13 Killawatt & Core – Black Mamba (dub)
14 Biome – Moody (Macabre Unit Digital)
[Playlist 2011]
Ecco la mia playlist musicale dell’anno, pubblicata su Rumore di Dicembre e su Alias del Manifesto di ieri, 24 Dicembre. Nel corso dell’anno ho già citato la maggioranza di questi album su Blaluca.
01 Shawn Lee’s Ping Pong Orchestra – World Of Funk (Ubiquity)
02 Larry Achiampong – Meh Mogya (Sample of Me) (Look Mama Records)
03 J. Rocc – Some Cold Rock Stuff (Stones Throw)
04 Serengeti – Family & Friends (anticon.)
05 James Blake – James Blake (R&S records)
06 Tyler, The Creator – Goblin (XL recordings)
07 Beastie Boys – Hot Sauce Committee Part Two (Capitol Records / Emi)
08 DRC Music – Kinshasa One Two (Warp)
09 Ghostpoet – Peanut Butter Blues & Melancholy Jam (Brownswood)
10 DELS – GOB (Big Dada)
[Chef Ragoo: intervista]
Su uno dei prossimi numeri di Alias del Manifesto troverete la mia recensione de La Compresenza Dei Morti E Dei Viventi (Aròma), album in circolazione dallo scorso 4 novembre e che segna il ritorno al rap di Chef Ragoo, romano classe 1972, vero nome Paolo Martinelli. Sulla recensione tra l’altro ho scritto: “La fusione del background punk hardcore dell’autore con il linguaggio diretto del rap, complice l’età e un’attitudine assolutamente indipendente, genera un album che non può che spiazzare sia gli habitué sia i formalisti del nostro rap”. Ho intervistato Chef Ragoo grazie a uno scambio di mail via facebook e leggendo l’intervista si può capire come il diretto interessato non sia del tutto d’accordo con quanto leggerà su Alias… Di seguito l’intervista.
Prima di questo album da quanti anni avevi mollato il rap? In ogni caso, il tuo approccio punk al rap pone il dubbio che in Italia anche i seguaci e i produttori del rap siano ben inquadrati e in qualche modo perbenisti. Come la pensi?
Avevo mollato da subito dopo Zora la vampira, quindi nel 2000. I motivi furono parecchi: ai pochi concerti che facevo c’era sempre sotto al palco qualche bambino con l’aria da “ti accoltello liricamente”, io non sono competitivo, preferisco essere sorridente; in Italia avevo parecchi amici nella scena, a Roma no, molti conoscenti ma pochi amici, e io ho bisogno di vivere la musica che faccio anche in maniera sociale; il fallimento di Zora al botteghino, con il conseguente infrangersi di tutta una serie di sogni. Insomma, non ci stavo proprio più con la testa e avevo bisogno di un percorso di ricerca di ciò che mi faceva star bene. Rituffarmi nella scena hardcore aveva senso, nella mia testa, e i fatti mi hanno dato ragione. In questi dieci, undici anni ho fatto un casino di dischi, tra microfono e batteria, ho suonato in quattro gruppi, ho fatto un tour negli Usa. Ho sostanzialmente ritrovato gli stimoli del suonare, cosa che mi ha anche consentito di ritrovare la voglia, anzi la necessità di fare del rap. In realtà non so cosa voglia dire “inquadrato”: molte persone, in molte scene musicali, sono attaccate alla tradizione. Mi sembra che il rap italiano vada in molte direzioni, molto diverse tra loro. C’è sia una proposta più ortodossa che cose più sperimentali, c’è rap politico e c’è rap sticazzista, mi sembra che ci sia di tutto. In ogni caso, anche se fosse zeppo di perbenisti e portatori del dogma, ciò non scalfirebbe minimamente le mie motivazioni e la mia voglia di fare rap.
Inquadrato era riferito a suoni e contenuti dei testi, abbastanza omogenei nel rap italiano, e al fatto che c’è anche una certa chiusura verso chi va oltre gli schemi più consolidati… no?
Sai che in realtà anche se le cose fossero così omogenee io non ho la sensazione di essere disomogeneo rispetto al quadro generale. I miei beat sono basati su loop horror: non è una novità né una mia assoluta peculiarità. I testi sono introspettivi: non è una novità né una mia peculiarità. L’unica differenza che percepisco rispetto alla maggior parte dei dischi italiani è la totale assenza di autocelebrazione. E quando è arrivato Salmo con maschera, sangue, dubstep e grime, mi pare che l’accoglienza sia stata ottima, quindi non la sento come una costrizione, l’ortodossia del rap italico.
A distanza di anni come spieghi lo spostamento dal punk al rap di un discreto numero di persone (oltre a te penso a Gopher, Neffa e Dj Fabri)? È stato un fenomeno solo italiano?
Potremmo chiederlo ai Clash che suonavano Police and Thieves di Junior Marvin già sul loro primo album. Quando quello che fai è musica degli oppressi, è più facile che poi ti interessi ad altre musiche di altri oppressi. La musica è solo una parte, quando inizi a sentire il punk non puoi ignorare l’attitudine “in your face”, l’aggressività, l’urgenza. Stessa roba che ho trovato nel rap. E poi c’è il discorso di salire sul palco senza essere un supermusicista, salire e offrire quello che hai da offrire, una possibilità unica per un ragazzino nel mucchio. Il rock n roll dei Vaschi e dei Ligabue non conosce mezze misure. Sei arrivato quando stai a San Siro. Il rap e il punk non hanno bisogno di quei numeri, di quelle dimensioni, di quel capitalismo, per dare soddisfazioni a chi li fa. E comunque tra i punk trasmigrati ti scordi Core (L.H.P.), ti scordi Deda e DeeMo e chissà quanti altri. Era pure un momento storico. Tutti quelli che abbiamo nominato erano cresciuti in un contesto e in un periodo storico per la musica italiana, la scena HC degli anni ‘80, l’alba dell’autoproduzione, delle occupazioni, dei tour auto-organizzati. Quando tutto quello che hai te lo sei costruito da solo, trasmigrare su un altro genere e ricominciare a costruire fa meno paura.
Questo tuo nuovo album è un incontro tra il background punk HC, il flow della vecchia scuola italiana, i riferimenti alla middle-school statunitense (quello più evidente ai Cypress Hill in Senza meta), le citazioni cinematografiche, il contributo musicale di Little Tony Negri e cos’altro? Aggiungi, smentisci ecc…
Ci sono un casino di citazioni da testi di gruppi HC italiano, anche nei titoli. C’è moltissimo Bob Mould, nell’ispirazione dei testi più personali. C’è l’omaggio evidente ai Cypress Hill che hai ben colto e comunque un legame con i suoni degli anni ‘90. Ci sono cinque anni di lettino d’analista. C’è Joe Lansdale. C’è LTN che io gli passo una base composta da un campione, una batteria fiacchissima e un basso scacato e lui me la restituisce che suona da paura, con un’orchestrazione curata e ampia. E cos’altro? Tre donne andate, due amici scomparsi, la passione per i felini, un alcolismo di un certo livello, un impiego da mentitore professionista e… e boh. C’è la voglia di star bene, che potrebbe sembrare paradossale, visto che è abbastanza chiaro che questo è un disco doloroso, che nasce dal male. Però io nel male non ci voglio sguazzare, non ho un personaggio maledetto da salvaguardare, non ho un personaggio e basta. E per finire c’è Aldo Capitini, filosofo cattolico antifascista, che mi ha gentilmente prestato il titolo del suo libro più importante Compresenza Dei Morti E Dei Viventi.
E l’anticlericalismo fa solo da contorno?
L’anticlericalismo fa parte del mio bagaglio antiautoritario. Un’autorità tanto più assurda se consideriamo che si basa su un libro di favole. E poi io sto nella città eterna, dove il peso, l’aggressività, l’invadenza del cattolicesimo si fanno sentire ancor più che nel resto d’Italia, col loro bagaglio di ipocrisia e arroganza. Cerco di evitare di essere ancora una persona arrabbiata 24h su 24, come ti dicevo preferisco star bene. Ma se ci sono due cose che mi fanno girare i coglioni davvero sono le violenze dei fascisti e le puttanate dei preti. E qui a Roma ne abbiamo in quantità di entrambe. Difficilmente riuscirò a smettere di far musica fino a che queste entità saranno presenti sul territorio. La resistenza è una tentazione irresistibile.
[Islamrap]
Nel seguente articolo, uscito su Alias del Manifesto Sabato 3 Dicembre 2011 (Alias ANNO 14 – N.46) a p.5 col titolo “La mecca del rap”, parlo del rapporto tra rap e Islam a partire da un documentario francese e un saggio statunitense.
Dai due paesi rappresentanti il primo e secondo mercato al mondo dell’hip hop arrivano altrettante opere che si occupano del rapporto tra la forma musicale di questa cultura urbana, il rap, e l’Islam: la prima è stata pubblicata negli Usa nel 2008 ma in Italia solo lo scorso Marzo, la seconda ha iniziato a circolare nel suo Paese d’origine, la Francia, durante la primavera passata. È Arcana Edizioni ad aver tradotto in italiano il saggio di Naeem Mohaiemen, Paura di un pianeta musulmano: la storia nascosta dell’hip hop, pubblicato all’interno di Sound Unbound, raccolta di scritti critici musicali curata da Paul D. Miller, nell’ambiente musicale meglio conosciuto come Dj Spooky. Il capitolo dell’artista e autore originario del Bangladesh è disponibile anche in lingua originale in free download sul suo sito ufficiale, www.shobak.org (cliccate su ‘TEXT’). Il documentario della regista francese di origine algerina Keira Maameri, Don’t Panik (Derniers de la classe prod.), invece è stato proiettato in anteprima all’Institut du Monde Arabe di Parigi lo scorso maggio. Se il titolo del saggio di Mohaiemen prende spunto da uno storico album dei Public Enemy, Fear of A Black Planet (Def Jam / Columbia, 1990), quello del terzo documentario di Maameri riprende il motto del rapper francese Médine, “I’m muslim, don’t panic”, vero slogan diretto contro l’islamofobia diffuso anche tramite una linea d’abbigliamento. Mohaiemen conclude il suo scritto con una lista di artisti hip hop “che professano la fede musulmana” seguendo specifiche correnti della fede islamica come il sufismo o aderendo ad alcuni movimenti e sette come Nation of Islam e Five Percent. La lista riguarda solo artisti statunitensi, tratto che non le impedisce di essere molto nutrita, basti citarne alcuni per farsi un’idea: i precursori del rap Last Poets, uno dei tre padri principali dell’hip hop, Afrika Bambataaa, il compianto Guru dei Gang Starr, il radicale Paris, vere e proprie star come Busta Rhymes, Common, Eve, Lupe Fiasco, Nas, Q-Tip, Roots e Ice Cube, e ancora KRS-One, Big Daddy Kane, Brand Nubian, Brother Ali, Capital D, Everlast, Jeru the Damaja, Mobb Deep, Mos Def, Rakim e la maggioranza dei membri del Wu-Tang Clan. Aggiungere alcuni artisti francesi tra i più popolari oltralpe magari fa meno effetto dalle nostre parti ma aiuta a inquadrare meglio la dimensione del fenomeno: Abd Al Malik, Akhenaton e Freeman degli IAM, Ali, Diam’s, Disiz (ex Disiz La Peste), i MAP, Médine e Rohff. Il breve saggio di Mohaiemen parte dall’assunto del giornalista Harry Allen che definisce l’Islam “la religione non ufficiale del’hip hop”. Mohaiemen sostiene e dimostra che la cultura islamica è molto presente nell’hip hop, anche quando non prodotto da artisti di fede musulmana, ma nel contempo la sua influenza è altrettanto snobbata dalla critica e dalla storiografia. Il suo è un discorso esclusivamente statunitense che dunque mette in evidenza come negli Usa la maggioranza dei fedeli di Maometto sia di origine africana, conseguenza sia del divieto imposto ai primi predicatori musulmani di frequentare le “zone in cui abitavano i bianchi e dove si trovavano le chiese” sia della concordia di questi con gli ideali del “radicalismo nero”. Se si aggiunge la storia dei “testimonial” eccellenti della fede islamica, a partire da Muhammad Ali fino ad arrivare ai Last Poets, gruppo seminale del rap, e nel contempo si prende in considerazione la demonizzazione del rap promossa da una buona fetta di cristiani, il gioco è fatto. È così che i brani dei rapper su citati e di tanti altri colleghi sono intrisi di Islam e di tutte le letture socio-politiche di questa fede che nel corso degli ultimi decenni si sono diffuse negli Usa. Il rap statunitense insomma è pieno di campionamenti di Malcolm X, richiami all’afrocentrismo, riferimenti alla numerologia dei Five Percenter e c’è addirittura chi giura, ma per molti fedeli questo è un azzardo, che presenta delle analogie con la metrica del Corano.
Il documentario di Keira Maameri si sviluppa su un altro piano: tramite l’esperienza personale di sei artisti provenienti sia dall’Europa, sia dall’Africa, sia dagli Usa, indaga sulla maniera di conciliare rap e Islam. Anche qui si parte dalla paura del musulmano affiancandole quell’approssimazione che identifica gli arabi con la religione islamica. L’algerino Youss, la cui musica spazia tra hip hop, reggae e soul, parafrasa il profeta Maometto invitando ad andare a cercare il sapere, senza farsi imboccare l’essenza dell’Islam per formarsi un’opinione in proposito. Médine rilancia: tra i suoi intenti c’è quello di arrestare il processo per cui oggi, in qualsiasi parte del mondo, un musulmano è considerato “il nemico pubblico numero 1”. La sua opera così come le sue attività pubbliche extra musicali sono connesse all’Islam ma anche a una concezione cosciente e impegnata del rap: la sua volontà di reazione tesa ad arginare l’immagine demoniaca dei musulmani promossa dai media dall’11 Settembre in poi, la dice lunga. Detto ciò, il rapper di Le Havre che con una provocazione ha anche intitolato un suo album Jihad (Din records, 2005) per poi specificare nel sottotitolo “la più grande battaglia è contro se stessi”, prende le distanze dal proselitismo. La presenza dell’Islam nel rap del belga Manza invece non è premeditata: i versi trattano vari soggetti ed esprimono i valori dell’autore così è facile trovare traccia anche della sua spiritualità. Ma la controversia non è tanto sulla genesi del connubio tra rap e Islam e la forma che questo può prendere, risiede a priori: il dibattito sulla possibilità di convivenza tra musica e Islam è ancora in corso, non solo tra i teologi. “Mi prendo tutte le mie responsabilità – dice Médine nel documentario di Maameri -, d’altronde non c’è niente di esplicito che ho letto o che proibisca chiaramente di praticare un’attività artistica. Io ho voglia di rivolgermi ai giovani, magari anche di rappresentarli, anche se non so in quale maniera, e il solo mezzo che ho e soprattutto la cosa che so fare è il rap”. Anche il rapper sangue misto svedese-caraibico ADL, molto popolare in Svezia anche perché sulla scena da quasi trent’anni, si prende le proprie responsabilità ma in un altro senso: dalla sua lettura dell’Islam la musica non è ammissibile. Continuare a produrla gli crea un conflitto interiore ma non ritiene sia ipocrita: concentrandosi su quanto è permesso dalla sua fede per essere creativo, segue queste regole anche tenendo presente quanto oggi un rapper sia per forza di cose un modello. E si rimette al giudizio di Allah. È il rapper newyorkese e indipendente Hasan Salaam a oltrepassare questo dibattito: “Non so quanta gente avrebbe saputo qualcosa sull’Islam se il loro primo approccio non fosse costituito dai Brand Nubian o dal Wu-Tang Clan!”. Solo questo dato di fatto basterebbe a innescare un dubbio nelle idee precostituite espresse da buona parte del mondo occidentale: si può continuare a ignorare o reputare improbabile il connubio tra la forma musicale dal linguaggio più esplicito in circolazione e considerata spesso violenta, specie dalla borghesia perbenista, e la religione considerata con grande approssimazione la più conservatrice quando non addirittura primitiva? Considerando le opere di Maameri e Mohaiemen, la risposta sembra quanto mai chiara perché è fornita sia da molti testi rap sia dai racconti dei rapper. Così la forma musicale della cultura hip hop assume un potenziale ruolo conciliatore nel conflitto post 11 Settembre e, volente o nolente, fa una controinformazione cosciente. Il rap insomma sulla scia di una consolidata popolarità gioca una parte sociale importante. Più che mai interessante in questo ambito se si ipotizza il passo successivo a una convivenza tra culture meno conflittuale: un dibattito molto più laico.
[Emidio Clementi e il Pimi]
Di seguito la mia breve intervista a Emidio Clementi dei Massimo Volume pubblicata ieri su Il Manifesto a p.13 all’interno dell’articolo “Gli indipendenti hanno ‘Cattive abitudini’“. Al gruppo formatosi a Bologna nel 1991 proprio ieri è stato consegnato ufficialmente il Pimi (Premio Italiano della Musica Indipendente) per il miglior album.
Dagli esordi dei Massimo Volume a oggi, come, quanto e in cosa è cambiato il concetto di indipendenza in campo musicale?
Non credo che il concetto di indipendenza sia cambiato più di tanto. Oggi come vent’anni fa di solito dietro un’etichetta indipendente c’è gente appassionata di musica, qualche volta ex-musicisti o comunque persone che, oltre a essere attente al mercato, cercano di salvaguardare anche il lato artistico di un progetto, con cui è possibile intavolare un discorso. Almeno questo nelle buone intenzioni. Dall’altra parte spesso c’è un vuoto mortificante. Per dirti: durante il nostro periodo alla Wea, c’erano dirigenti convinti che i Massimo Volume fossero un gruppo elettronico, con riff di chitarra presi in prestito agli ZZ Top. Diventa frustrante lavorare in certe condizioni.
Qual è a tuo avviso l’utilità di un evento come il MEI e che tipo di importanza ha un premio come il PIMI?
Al MEI ci si va perché convinti di poter avere un’occasione, per farsi notare. Non so se poi questo avvenga. Se c’è realmente un’attenzione da parte delle case discografiche o degli addetti ai lavori. A me pare un calderone dove capita di tutto, anche eventi che poco hanno a che vedere con l’idea di indipendenza. Sul premio posso solo dire che andremo a ritirarlo e ringrazieremo chi ce lo consegnerà, se non altro perché è la prima volta che ne vinciamo uno, ma finisce lì. Non abbiamo mai creduto ai premi, al concetto di gara che c’è dietro. In fondo è proprio per evitare certe dinamiche che siamo diventati musicisti.
L’età media dei vincitori del PIMI quest’anno tra le altre cose sembrerebbe dire che la musica alternativa in Italia è over 30… indipendenti, alternativi ma comunque specchio delle dinamiche italiane?
Credo che questo dipenda soprattutto dal fatto che in Italia non c’è mai stata una vera e propria tradizione di musica rock e il cammino che deve intraprendere un musicista è lento. A trent’anni ha accumulato un bagaglio di nozioni che magari, in America o in Inghilterra, dove la trasmissione del sapere è più immediata, raggiunge a venti. Però, d’altro canto, mi fa piacere notare che anche su scala internazionale il rock abbia perso quell’ossessione per la giovinezza a tutti i costi. Stiamo entrando nell’ottica che si possono fare dischi memorabili a cinquanta, sessant’anni, come del resto avviene in altri linguaggi artistici. Tom Waits, gli Swans, i Jesus Lizard, lo stesso Neil Young, non vengono visti come residui di un’epoca passata, ma artisti attuali, capaci ancora di parlarci del presente.





