[CINEMA IN TV: E MORÌ CON UN FELALEL IN MANO]
In questi giorni, da Martedì 9 Febbraio (ore 19.30), su Cult fanno E morì con un felafel in mano, film del 2001 dell’australiano Richard Lowenstein (1959). Ecco gli altri passaggi in programma: Mercoledì 10 Febbraio alle 17.30, Giovedì 11 Febbraio alle 6.30 e Mercoledì 17 Febbraio alle 12. Di seguito qualche nota sul film.
Una compilation di situazioni deliranti e paradossali, di battute e azioni comiche a volte logore e ridicole, altre originali e divertenti, di canzoni più o meno alternative che compongono una colonna sonora che spazia da Moby a Nick Cave passando per Goran Bregovic, Les Négresses Vertes, The passenger di Iggy Pop (eseguita da Rowland S. Howard) e addirittura il tema de La dolce vita di Nino Rota. Una parete migrante (Brisbane-Melbourne-Sidney) tappezzata di foto in bianco e nero che ritraggono Louise Brooks, Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Jean-Pierre Léaud e la locandina de Il disprezzo di Jean-Luc Godard. In mezzo a questo scenario si muovono dei giovani australiani che tirano avanti col sussidio di disoccupazione e parlano spesso per citazioni cine-musicali. Danny (Noah Taylor), con una faccia da Nick Cave più trasandato e sprovveduto, qualche sigaretta senza filtro, la sua chitarra e la macchina da scrivere (una Underwood), è al centro delle vicende: lui e i suoi fidi oggetti cambiano spesso aria ma non ottengono mai un risultato che li riscatti. Il regista (nonché sceneggiatore e montatore) ha un buon feeling col volto del protagonista: l’inquadratura a piombo che mostra Danny in smoking immerso nell’acqua della vasca da bagno basta per dimostrarlo. Ma il cinema proposto da Richard Lowenstein ha troppo spesso il sapore di letteratura trasposta sullo schermo e la storia così presentata per immagini risulta schiava del libro di John Birmingham da cui è tratta. Il film diverte ma l’autore ha voluto coinvolgere troppe sue passioni, così in alcuni passaggi lo spettatore partecipa al gioco di indovinare qual è il riferimento di quella scena, il soggetto della conversazione e via così… Un gioco che non sempre regge.
Fin dalla prima scena si deduce come E morì con un felafel in mano punti molto sui dialoghi, ma se per una volta il titolo italiano della pellicola è una traduzione letterale dall’originale, certo non rende giustizia alle battute il doppiaggio – vedi abusi e variazioni attorno al verbo «fottere»: prima o poi si potrebbe anche trovare un equivalente nostrano di «fottutamente» che suoni più attendibile, magari pescando dallo slang di queste parti.
Nel 1996, cinque anni prima di questo film (ma anche due anni dopo la pubblicazione del libro da cui è tratto), si sono concentrate le uscite di varie commedie indipendenti di formazione e/o generazionali. Lasciando da parte Suburbia (1996) di Richard Linklater, dai toni prettamente drammatici, si possono citare Swingers (1996) di Doug Liman, Parlando e sparlando (1996) di Nicole Holofcener e, pellicola australiana come questa di Lowenstein, Amore e altre catastrofi (1996) di Emma-Kate Croghan: tutti film, va detto, con una struttura narrativa più articolata e convincente rispetto a E morì con un felafel in mano. Alla fine ci si affeziona a Danny e alla sua tutta personale passione per Jack Kerouac: ok, non riesce a imprimere la Svolta alla sua vita, ma non abbiamo a che fare con un perdente lagnoso. Provare affetto o magari identificarsi nel protagonista del film e farsi qualche risata durante la visione però non bastano per il cinema, a maggior ragione se una pellicola arriva nella sale in ritardo rispetto a varie sue omologhe.
[ANTIMUSICA Vs. G. MUCCINO]
Baciami ancora, l’ultimo film di Gabriele Muccino, non l’ho ancora visto; ma l’operazione, le critiche, le interviste, lo speciale di Matrix su Canale 5 (“grazie” a RTI Medusa) e il trailer non mi lasciano sperare in niente di buono. Magari mi ricrederò, però a priori va così.
Da ieri Michele Cosentino, cantautore torinese meglio conosciuto come Antimusica e noto soprattutto per la sua hit Ho finito la bonza, ha postato sul suo myspace (qui) un nuovo brano di cui riporto qui di seguito il testo; eccolo (in corsivo):
Canzone per Gabriele Muccino.
Oh, Muccino, ripigliati!
Muccino ripigliati, Jovanotti ripigliati.
Che in Italia ci sta tanta gente che non è depressa. Non è depressa!
Sono andato a vedere Muccino, ci sono andato insieme a una tipa,
che era davvero molto carina e mi stringeva con forza le dita.
Ma piano piano che il film proseguiva lei piangeva e si allontanava.
E nel film gridano tutti e sembrano strafatti di bamba e alla fine nemmeno si tromba.
Muccino ripigliati, Jovanotti ripigliati.
Che in Italia ci sta tanta gente che non è depressa. Non è depressa!
Muccino ripigliati, Jovanotti fatti pure la barba.
Che in Italia ci sta tanta gente che non è depressa. E non porta sfiga come fate voi.
Chi vuole ascoltare il brano sappia che in questo caso Cosentino, nonostante faccia il verso alla canzone composta da Jovanotti per il film (o forse proprio per questo), è più che mai Antimusica, di nome e di fatto. Ma a priori, nonostante non abbia visto Baciami ancora, mi sento di sottoscrivere, quanto meno per solidarietà, il testo di questa nuova ed estemporanea canzone del Nostro (per giunta con un finale alla Remo Remotti).
[QUOTES: EDAN]
Echo Party di Edan è un disco da 7; c’è chi gli ha dato di più (voti più bassi non ne ho trovati) ma per me merita 7. Qui di seguito trovate la mia recensione del disco uscita su Rumore # 216 (Gennaio 2010, p. 101), a cui ho dato appunto 7, e l’estratto di un’intervista a Edan realizzata dalla webzine francese Mowno.
Edan
Echo Party
(Five Day Weekend)
Album o mixtape? Sulle note ufficiali di Echo Party si parla di mix e al massimo ci si spinge fino a “variegato progetto artistico”; ma la mano di Edan su manopole e strumenti ci va e non può essere snobbata. La questione dunque è lecita. La Traffic Entertainment (casa della Five Day Weekend) ha messo a disposizione dell’autore di quel bastard album che è Beauty & the Beat (Lewis, 2005) il suo catalogo; senza condizioni. Edan ha pescato soprattutto tra i breakbeat più funky della vecchia scuola rap con qualche deviazione disco d’autore: impossibile l’assenza del groove! Al resto ci pensa il suo estro, che incide a intervalli regolari con sintetizzatori, moog, percussioni, xilofono e manipolazioni varie. 29 minuti rumorosi e schizzati; roba quanto meno vivace, da ascolto col sorriso stampato.
Il rap, alla stregua del rock, s’è scisso in numerosi gruppi e movimenti. Cosa pensi di questo fenomeno?
Ci sono molte sottodivisioni nel rap odierno. Ma credo che se sei aperto di spirito e un minimo intelligente ti accorgerai che sono tutte connesse. Penso che tutte queste sottodivisioni rappresentino in fin dei conti tutti i differenti tipi di personalità che esistono nel mondo. Bisogna saper trascendere i generi. Voglio dire che non bisogna essere refrattari a ciò che non ci assomiglia. Sfortunatamente molta gente, sicuramente per conforto, non si sforza di dirigersi verso cose differenti. A volte penso che semplicemente il rap è il rock’n'roll della nostra generazione. Dunque ci si mettono tutti e questo si traduce in movimenti differenti. [...] A volte ascolti della musica e non c’è un contesto, non c’è un ponte, e chiaramente senti che manca qualcosa. La musica è più interessante quando l’innovazione resta connessa al passato, quando c’è un legame. Si può fare qualcosa di futurista ma che poggia su basi più vecchie. Penso che questo sia il tratto più potente della musica.
[La versione integrale dell'intervista realizzata da Mowno si trova qui, in francese]
[LORD NEWBORN & THE MAGIC SKULLS]
[La seguente intervista, col titolo 'I neonati del funk', è uscita Sabato 23 Gennaio 2010 su Alias, supplemento settimanale de Il Manifesto. Alias - Anno 13 - N. 4, p. 11]
Lord Newborn & The Magic Skulls, ovvero tre quarantenni americani col sangue misto che producono in due settimane un album (eponimo) per Ubiquity. Tommy Guerrero, Shawn Lee e Money Mark e la loro formula (easy-)funk contemporanea che a tratti ricorda i pezzi strumentali dei Beastie Boys. Ho dialogato via email coi primi due; il terzo era in tour.
Com’è nata questa collaborazione a tre?
SHAWN LEE – Circa cinque anni fa mi trovavo a Tokyo ed ebbi l’idea del progetto. Io, Mark e Tommy in Giappone abbiamo pubblicato degli album per la stessa etichetta, la Rush, così parlai col direttore dell’etichetta, tale Yasushi, sull’eventualità di questa collaborazione. Dopo anni di e-mail e telefonate sembrava che questo progetto non dovesse mai prendere vita. Alla fine del 2008 invece dovevo andare a Los Angeles per un mese: dovevo registrare il secondo album in coppia con Clutchy Hopkins (si tratta di ‘Fascinating Fingers‘, uscito lo scorso autunno sempre per Ubiquity; altro album notevole tra jazz, funk e colonne sonore d’altri tempi, ndr). Il manager di Mark è venuto a saperlo e, durante il mio soggiorno, è riuscito a liberarlo per dieci giorni dai suoi impegni. Così Tommy ha messo da parte i suoi programmi di andare in Brasile ed è volato a Los Angeles per registrare le session. Abbiamo passato solo sei giorni insieme nello studio e tutto è andato a gonfie vele. Bei tempi!
Da dove nasce il nome Lord Newborn and The Magic Skulls?
TOMMY GUERRERO – Arriva da Money Mark. Dovevamo chiamarci The Sugar Skulls, ma c’è già una band con quel nome. Preciso che Lord Newborn (letteralmente il Neonato Signore, ndr) non ha né riferimenti né connotazioni religiose, è semplicemente il supervisore del progetto, la figura che guida il pulmino delle vibrazioni positive.
Avete già parlato di un eventuale capitolo secondo di Lord Newborn & The Magic Skulls?
SL – Io ci sto. La cosa più importante è trovare il tempo tutti e tre per beccarci e registrare. Non è un affare così semplice.
Anche perché dalla musica si direbbe che vi siete divertiti a collaborare…
TG – Per forza! Per quel che mi riguarda sto già facendo piani per Nigel (fa il verso a una nota hit degli XTC, ‘Making Plans For Nigel’, in cui si racconta di genitori che pianificano arbitrariamente la vita del figlio, ndr)… mi riferisco al sequel. Basta che quei due tornino su terraferma. Certo, il fatto che Shawn viva nella cara vecchia Inghilterra non aiuta a organizzarci.
E se questo terzetto dovesse diventare un quartetto quale musicista scegliereste?
SL – Buona domanda. Magari Jack White oppure Beck. Sarebbe forte!
Come avete lavorato al disco? Avete improvvisato in studio dando vita a della jam o avete scritto i brani prima di entrare in studio e dargli una forma?
TG – Tutto improvvisato. Sia Money Mark sia Shawn sono super tranquilli. Mark ha un approccio inconsueto a tutto che ti lascia in adorazione, mentre l’entusiasmo impulsivo che Shawn ha per qualsiasi cosa metterebbe il sorriso al più scorbutico dei rintronati. Si tratta inoltre di musicisti talmente bravi e incredibilmente prolifici che la sessione si è svolta senza pensare, senza nozioni preconcette e via così… suonare, lasciare che la musica venga verso di te.
Il funk sembra avere un ruolo di primo piano nel disco. Quanto è stato importante nella vostra formazione musicale?
TG – Per me non posso dire lo sia stato molto… Io, mia madre e mio fratello vivevamo con i miei zii, e mio cugino ascoltava un sacco di musica diversa; certo, ricordo che i Tower of Power, l’Average White Band, Sly and the Family Stone, KC and the Sunshine Band, Janis Joplin e tutti i tipi di rock/soul risuonavano sempre nella nostra sala. Era una casa con una netta inclinazione hippy, così ero esposto a tutti i tipi di musica deviante! La prima canzone che ricordo aver avuto un impatto su di me comunque è stata Green Onions di Booker T & The MG’s. Credo di aver avuto cinque anni.
Gli spunti e i suoni esotici arrivano da…?
SL – Da me, mi assumo tutte le colpe delle sonorità esotiche. Una volta tornato a Londra nel mio studio ho aggiunto ai brani un po’ di strumenti come balafon, marimba, sitar, xylofono e via così.
E i rimandi cine-televisivi che tornano a più riprese nell’album?
SL – Per quel che mi riguarda ho tratto ispirazione e continuo a trarla sia dal cinema sia dalla televisione. Anzi, in futuro spero di musicare più film e produzioni televisive, perché è un lavoro che adoro.
Dunque a quale regista concedereste le musiche di questo disco?
TG – A uno bello fatto di acido.






