Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

Cinema in rima

leave a comment »

Tempo fa (qui) lo accennavo. Nel frattempo questo blog è fermo… Ci vediamo di qua: http://blaluca.tumblr.com/

Written by blaluca

23 settembre 2013 at 10:11 pm

Pubblicato su uncategorized

[Alik & Dame Mariatchi: "Live From Nautingham"]

with 3 comments

Circa un mese fa ho intervistato il livornese Dj Alik (vedi qui). Dopo l’intervista mi aveva detto che tra le varie cose in ballo c’era un disco con un rapper di Detroit, Dame Mariatchi. Quel disco si intitola Live From Nautingham, è firmato Alik & Dame Mariatchi e si può ascoltare grazie al sito statunitense di riferimento per i mixtape, Datpiff. Lo condivido qui su Blaluca.

Written by blaluca

3 aprile 2013 at 5:09 pm

[Dj Alik: intervista]

with 2 comments

Dj Alik, classe 1976, livornese. Un esponente dell’hip hop italiano attivo dagli anni Novanta, rimasto in ombra ma rispettato e stimato da qualsiasi appartenente alla scena lo conosca. Dj e producer, Alik ha appena realizzato Invisible Landscape. Un lavoro autoprodotto, undici tracce solcate dalle rime di tre mc statunitensi, Lost Poet, Jon Doe e Severe. Il primo rappa su ben nove basi e ha anche realizzato dei videoclip a partire da alcuni di questi brani (eccone uno, qui). Gli altri due si sono presi una base a testa. Attualmente Dj Alik sta lavorando a nuovi progetti dal respiro internazionale, tra cui quello con Dame Mariatchi, rapper di Detroit. Ho rivolto qualche domanda a Dj Alik su Invisible Landscape e non solo.

Dj Alik

Come è nato Invisible Landscape e come sei entrato in contatto con Lost Poet, Jon Doe e Severe?
Il progetto è nato su internet. Mettendo i miei beat in rete ho avuto molte richieste: vari artisti volevano fare dei featuring. Dunque sono stati proprio i tre mc presenti nell’album a contattarmi. Abbiamo iniziato a lavorare su una traccia così, senza impegno, per prova… Dopo vari ascolti di amici e conoscenti, seguiti tutti da complimenti, abbiamo continuato il lavoro ed è uscito Invisible Landscape. In pratica abbiamo definito le tracce mandandole su e giù, avanti e indietro via mail.
E, per chi non li conosce, cosa puoi dirci di Lost Poet, Jon Doe e Severe? Da dove vengono? Che esperienza hanno in ambito musicale?
Lost Poet e Jon Doe sono due mc di Los Angeles. Severe viene da Kansas city. Si tratta di mc underground e ognuno ha un suo progetto. Lost Poet fa parte di un gruppo chiamato Fugitive Assassins, molto attivo con live e mixtape. La prossima data di Lost Poet, per intenderci, è con The Alchemist e Oh No, ossia i Gangrene. Inoltre collabora con un bel po’ di artisti di LA e ha appena fondato un blog chiamato Rap Nerd TV dove intervista gente talentuosa ma sconosciuta, soprattutto della scena hip hop losangelina. Jon Doe invece collabora con vari produttori e ultimamente ha fatto un pezzo con KRS-One (lo trovate su soundcloud, qui). Severe ha una voce unica e un superflow ed è anche una grande cantane r’n’b’… con lei stiamo preparando un progetto insieme per questa estate.
Lost Poet in particolare ha rappato sulla maggioranza delle tue produzioni. Se tu che hai deciso di puntare più che altro su di lui o è stata una sua richiesta quella di essere così presente sul disco?
Ho in ballo altri lavori con Severe e Jon Doe. Dunque ho voluto puntare su Lost Poet per la maggior parte del disco anche perché il progetto è nato proprio da noi due – mi riferisco a titolo e copertina. Lost Poet inoltre è stato velocissimo a cantare sopra le mie basi ed è molto professionale. Ha interpretato i miei beat molto bene. Senza nulla togliere a Severe e Jon Doe, eh: sono due mostri del rap anche loro!
Hai vissuto a New York ma da qualche anno sei tornato in Italia. Quali pensi siano le differenze principali tra collaborare con rapper italiani e rapper statunitensi?
Guarda, sinceramente quando sei in un fondo o in uno studio per suonare, con i ragazzi intorno, è come se non ci fossero barriere e confini. Sia a NY sia in Italia mi sono trovato benissimo in queste situazioni a fare musica. A NY logicamente, specie se sei appassionato di hip hop, c’è di tutto e di più. Ma anche qui in Italia non si scherza più, si va avanti. Molta gente sta venendo fuori, sia mc sia produttori, e mi fa molto piacere vedere la scena crescere, non solo quella commerciale ma anche quella delle camerette di casa.
A proposito, come vedi lo stato attuale del rap italiano? C’è qualche album recente che ti è piaciuto particolarmente?
Penso che qui in Italia stia ritornando la vera essenza dell’hip hop, come alle origini. Mi spiego: vedo che chi crede veramente nel movimento ha ancora voglia di comprare vinili, campionare il vecchio e cercare il flow (anche nella vita…). Molti ragazzi stanno capendo quale sia la vera storia di fare hip hop. Certo, a dirla tutta, a parte gente come Lugi e pochi altri, l’hip hop in Italia ha una facciata aggressiva, presente in molti più testi rispetto a tanti altri paesi. Ma siamo ancora all’inizio, penso. Cresce piano ma cresce “in da right way”. Forse c’è stato troppo abuso di testi pesanti e un po’ depressi anche in passato… avremmo bisogno di mc che parlano più di amore nei testi, insomma un po’ meno aggressivi. Conto molto sulla “new generation of kidz”. Utimamente sto ascoltando molto i Kalibri Kalabri, a cui ha prodotto interamente il disco Dj Lugi più o meno due anni fa. Non mi pare sia andato molto bene ma secondo me dovrebbe essere un classico in Italia. Un disco veramente bello e soulful.
Qualche mc italiano con cui ti piacerebbe collaborare?
In passato ho collaborato con molti mc italiani. Tra quelli di oggi mi piacerebbe fare un mega beat underground per Fabri Fibra. Anche con Ensi mi piacerebbe collaborare e sono sicuro che si farà. D’altronde sono sempre in cameretta a produrre!
Per finire, mi diresti come produci i tuoi brani e dove vai a pescare i campioni?
Produco i miei brani con un MPC2000 e Roland 404, usando solo vinili, dal jazz al rock anni ’60 e ‘70, e giradischi. No mixer, effetti o editing: solo “sound raw”. Per il momento.

[Playlist n°19]

leave a comment »

Dopo quella annuale (questa), ecco la prima playlist del 2013. Qui la precedente.

Adrian Young present The delfonics + Weedy of 40 Winks

01 Gil Scott-HeronThe Revolution Begins. The Flying Dutchman Masters (ACE Rec. / BGP)
02 Adrian Younge presents The DelfonicsAdrian Younge presents The Delfonics (Wax Poetics rec.)
03 Weedy of 40 WinksRetrospect Suite (Project: Mooncircle)
04 Braille FunkBraille Funk (QueenSpectra)
05 C2C – Tetra (On And On)
06 DELSBlack Salad EP (Big Dada)
07 SeravinceHear to See (Moovmnt Records)
08 Freddie JoachimFiberglass Kisses (Mellow Orange)
09 Chris Dave and The DrumhedzMixtape (Glow)
10 Chris TurnerLovelife is a Challenge (Autoproduzione)

[Criolo: intervista]

leave a comment »

Criolo è un cantautore di Sao Paolo con un background hip hop. Caetano Veloso è il suo estimatore più autorevole. Ma in Brasile sono in molti ad apprezzare la sua musica: si parla di 400mila download ufficiali del suo ultimo album. Da poco meno di un anno è sbarcato anche in Europa: l’estate scorsa, durante il suo primo tour da queste parti, Criolo è passato anche in Italia per due date, a Milano e Roma. Ho realizzato la seguente intervista per Alias del Manifesto, pubblicata all’interno di uno speciale sui cantautori brasiliani della generazione a cavallo tra i trenta e i quarant’anni (Alias di Sabato 22 dicembre 2012 – pp. 10-11 – Anno 15 N.50).

Criolo

Testi narrativi, realisti e impegnati che si sviluppano su tappeti musicali funk e hip hop, afrobeat, dub e samba con qualche sprazzo di jazz. Nó Na Orelha contiene suoni riconducibili a queste aree musicali ma non solo. Per il suo prossimo docu-film, Go, Brazil, Go!, Spike Lee ha intervistato l’attuale Presidente del Brasile, l’ex Lula da Silva, Pelè, Caetano Veloso, Jorge Ben ma anche Criolo. Vero nuovo fenomeno del pop d’autore brasiliano, l’artista ha risposto ad alcune domande mentre era in viaggio per l’Europa, dove continua il suo tour, in alcune date anche affiancato dal maestro etiope Mulatu Astatke, uno dei suoi riferimenti musicali.
Perché in uno dei pezzi più coinvolgenti del tuo album, Mariô (“un viaggio notturno attraverso la capitale brasiliana dell’hip hop”, si legge sul comunicato stampa, ndr), citi Mulatu Astatke e Fela Kuti?
Perché non solo credo nella forza del loro suono ma anche e soprattutto nella forza dei loro messaggi. Entrambi sono dei maestri. La loro musica ci tocca non solo attraverso il suono (indubbiamente sofisticato) ma anche attraverso il contenuto.
Pensi che il tuo background hip hop ti abbia aiutato a scoprire funk e afrobeat?
Ero solito ascoltare James Brown e tutte le icone della musica funk ai “bailes” del mio quartiere. I dj hip hop sono i responsabili del mio primo contatto con questo tipo di musica. L’afrobeat invece è entrato nella mia vita successivamente. I produttori del mio album mi ci hanno introdotto ed è stata un’esperienza molto speciale l’ascolto dell’afrobeat. Ho sentito subito il suo carattere ancestrale.
Quali sono invece gli artisti brasiliani che ti hanno ispirato per iniziare a fare musica?
I miei genitori.
La tua esperienza di vita in una favela (Favela das Imbuias, ndr) ha influenzato la tua musica?
Penso che l’ambiente che si ha intorno ha sempre un’influenza sulla vita delle persone. Non importa di quale ambiente si tratti. Una persona che vive di musica non può distaccare la vita di tutti i giorni dalla sua arte e questo non c’entra con il posto in cui si vive.
Pensi che la società brasiliana sia cambiata negli ultimi anni in termini di uguaglianza?
Preferisco lasciare questa risposta alle autorità del mio paese. Sono responsabili di una nazione che si sviluppa in frammenti. Come cittadino tutto quello che posso fare è continuare a credere nella bellezza delle persone. Le persone speciali che danno il loro meglio ogni giorno nel nome del mio paese.
E secondo te i testi rap possono influenzare in maniera particolare il pensiero degli ascoltatori?
Ci sono persone che leggono lo stesso libro più di una volta nella loro vita e a ogni lettura vedono quel libro in maniera differente. L’essere umano cambia costantemente. Quindi, per quanto creda nel potere della parola, tutto dipende da quanto la persona ascolti e riceva il messaggio. Credo che il rap sia una splendida maniera di esprimere un desiderio reale di contribuire al tutto.
Dunque nei paesi dove l’hip hop è davvero popolare, non credi che la combinazione di rap e consapevolezza possa davvero intimorire la classe media?
Ci sono molte maniere di vedere il mondo. Penso che quello che faccia paura a chiunque sia il sentimento di non avere speranza che perseguita la maggioranza del pianeta. L’hip hop non è tenuto a intimorire. È solo una legittima, sincera e molto peculiare maniera di comunicare con il resto del mondo.
Cosa pensi quando si parla di te come un “artista pop”? Ti trovi a tuo agio con l’etichetta “pop”?
Provo un interesse verso questo bisogno di etichettare tutto. Detto ciò, la gente ha il diritto di dare le proprie opinioni e tirare le proprie conclusioni. Non posso far altro che rispettarle. Ogni persona è unica e speciale e questa individualità è ciò che ci rende interessanti. Per quanto mi riguarda sono molto sicuro delle ragioni che mi spingono a scrivere e cantare.
Tornando alle tue origini, quanto è importante Sao Paolo per la tua musica? La tua città ha influenzato il tuo sound?
Ripeto, il mio habitat di certo ha un’influenza su quanto produco. Come l’habitat di un’altra persona influenza di certo ciò che questa persona produce. In alcuni casi più di altri, certo. Tutto dipende dalla prospettiva di ognuno di noi. Si può vivere nella stessa strada, uno dentro una casa e un altro per strada. È sempre la stessa città.
Quali sono i tuoi piani per l’immediato futuro?
Continuare a cantare. Se mi sarà permesso.

[Playlist 2012]

with 3 comments

Già pubblicata sul nuovo numero di Rumore, in edicola da un paio di settimane, tanto vale metterla anche qui senza aspettare fine anno. Di seguito la mia playlist 2012.

Karriem-Riggins-Alone-Together

01 Karriem Riggins – Alone / Together (Stones Throw)
02 Mala – Mala in Cuba (Brownswood Recordings)
03 Stokka & MadBuddy – #Bypass (Unlimited Struggle Recordings)
04 La morte – La morte (Anemic Dracula & Corpoc)
05 Youssoupha – Noir désir (Bomaye Musik)
06 Two Fingers – Stunt Rhythms (Big Dada)
07 Cody ChesnuTT – Landing On a Hundred (One Little Indian Records)
08 THEESatisfaction – awE naturalE (Sub Pop)
09 JJ DoomKey to the Kuffs (Lex Records)
10 La Rumeur – Tout brûle déjà (Da Buzz)

[FFiume: intervista]

leave a comment »

Ormai fuori da un mese e mezzo, l’album di esordio di FFiume, Folto Caruso Ensemble (Strettoblaster/HLZY), si sviluppa su beat anni novanta, tra giochi di parole, rime senza pausa e buoni incastri metrici. Sia a livello di flow sia di suoni sembra di ascoltare l’aggiornamento di una tendenza del rap italiano anni novanta che all’epoca, per quanto in alcuni casi notevole, suonava più ingenua. Così si legge sul comunicato stampa di presentazione: “Non nuovo al microfono in veste di emcee, eppure rinnovato nello slancio e nella padronanza, FF scrive e racconta vita, dalla natia Reggio Calabria a Milano, cristallizzando il quotidiano e mescolandolo con i luoghi della memoria, in un continuo spazio-temporale, alternando momenti d’introspezione criptica ad altri più narrativi ed espliciti”. Qui la versione digitale del disco. Qui si può ordinare il vinile in edizione limitata. Di seguito l’intervista a FFiume, in cui si parla del disco ma non solo.

FFiume

FFiume

Come definiresti il suono di Folto Caruso Ensemble e in quale periodo collocheresti le influenze musicali più importanti alla base dei pezzi?
La definizione che ti potrei dare è tumido. Perché è il suono tumido e denso dei primi anni novanta, assieme a quello dei tardi sessanta e primi settanta, che ha forgiato e influenzato maggiormente la mia ricerca musicale. Da sempre.
Influenze musicali a parte, quanto il luogo dove vivi influenza la tua musica? Penso al neologismo – se così si può definire – che apre il disco, “Milanoma”…
Milano-mama, Milano-m’ama, Milano, ma… il posto dove vivi è da sempre un’influenza enorme, per me come penso per un milione di altri, in mille sensi. Come tutti i posti in cui sono stato per un certo periodo di tempo. In particolare penso a Bologna e Ancona. Nello specifico odierno, le vibre di Milano sono molto particolari, a volte isteriche, a volte placide, cortesi e distanti, affettuose, accanto a te ma senza guardarti. Oppure sbirciandoti la pagina del giornale, con aria indifferente e un sorriso sornione. Amo questa città e i suoi controsensi, e la mia musica da Milano ha subito un influsso molto positivo, direi.
Se in una recensione del disco comparisse la parola “nostalgia” (di un periodo, di un suono) ti darebbe fastidio, la troveresti fuori luogo?
No, nessun fastidio. Tutto è puro agli occhi – e alle orecchie, in questo caso – dei puri. Sul fatto che possa essere fuori luogo, probabile, ma si sa, ognuno di noi cerca di incasellare e dare etichette a tutto ciò che lo circonda, quindi sarebbe soltanto assistere al tentativo di circoscrivere un qualcosa, in buona o in malafede, uguale.
A questo punto faccio un’associazione artificiale: vivi a Milano da anni ma sei cresciuto altrove. In questo senso si possono tirare in ballo la “nostalgia” (intesa come considerazione e coscienza delle proprie origini) e l’essere “fuori luogo” (inteso come punto di vista esterno) in quanto elementi che influenzano la tua musica?
Penso di aver capito la domanda e, posta così come la metti, la risposta è no e sì. Ciò che ha influenzato e influenza la mia musica è il mio percorso di vita, nella sua totalità, qui e oggi, con una prospettiva passata, presente e futura, senza rimpianti o nostalgie, né grandi film. D’altra parte, l’essere stato spesso osservatore esterno di situazioni diverse è ed è stato senz’altro stimolo e aspetto arricchente.

Ok, cambio rotta. Da disco indipendente (con annesse autoproduzione e autopromozione) a un video trasmesso da Deejay Tv (vedi sopra): come è successo?
Con un po’ di fortuna, un tot di lavoro dietro e un prodotto che si vende da solo. Abbiamo fatto ascoltare in anteprima l’album a un po’ di addetti ai lavori, prodotto un videoclip con un’immagine fresca (o nostalgica, a seconda dei punti di vista… LOL) e lasciato spazio alla musica. Passaparola, passamano, arrivi alle orecchie e agli occhi giusti, la roba piace, e il resto lo hai detto tu.
Durante una recente diretta su Soca Beat, programma di Radio Ciroma, ragionavo con i ragazzi su una considerazione di Keny Arkana sul fenomeno rap-pop francese di questi ultimi anni, i Sexion D’Assaut. Tempo fa, in piena polemica per dei loro versi omofobi ripescati dalla stampa lei, scansando la questione, si diceva interessata soprattutto al ritorno della dimensione collettiva del rap dopo anni di dominio dei solisti. Mi sembra che anche in Italia ultimamente i lavori corali o che hanno alle spalle una crew, un collettivo, un’etichetta “orizzontale” – senza gerarchie classiche – si stiano facendo largo. Cosa ne pensi? Te lo chiedo anche perché sei un osservatore e cultore dell’hip hop.
La Francia è un mondo a parte in merito alla diffusione dell’hip hop, tu ci hai anche scritto un libro, ben sai. Nello specifico, non conosco bene i gruppi e l’emcee che citi, ma dall’inizio, il movimento hip hop, per come ci è stato tramandato e per come si è sviluppato anche in Italia, ha sempre avuto dei connotati tribali, collettivi, nel piccolo come nel più grande, quindi in senso stretto non ci vedo nessun tipo di novità o discontinuità rispetto al passato. Anche in passato, l’emergere del singolo implicava comunque una rete alle sue spalle, un network o una crew. Troppi sono gli esempi. Il fatto poi che oggi emerga e risalti maggiormente il gruppo, probabilmente è dovuto anche a un ritorno del marketing di gruppo, una roba alla Wu-Tang, unitamente a una maggiore consapevolezza nell’organizzazione e autodisciplina di entità liquide e orizzontali, volte sia alla produzione sia alla promozione di progetti musicali e artistici. In generale, non solo in ambito hip hop, credo. In Francia penso anche a gente come L’Entourage o ai 1995, in Italia gli esempi non mancano, mi vengono in mente i vari Truce, Machete e via dicendo. Ritrovarsi in gruppo aiuta, semplifica e corrobora, questione di unione e forza.
E che rete c’è dietro questo disco? Nel titolo c’è la parola “ensemble”…
Una parte del network di persone che ruota intorno a me e al maestro Caruso. Folto Caruso è la persona a cui ho scelto di affidare la co-produzione artistica del progetto e assieme abbiamo coinvolto un po’ di amici, in maniera molto spontanea. Così è nato l’Ensemble. Dalla frequentazione di persone, dalle sinergie che con queste si sono create anche al di là della musica – che è stata sicuramente il trait d’union ma non la fine del tragitto – e del fattore geografico – non tutti sono fisicamente nello stesso posto. Il Ras è uno di noi, dal giorno 1 ha seguito lo sviluppo del progetto, essendo una sorta di advisor per me e Folto. Bob e l’Amantide invece sono stati in primis fiancheggiatori delle nostre scorribande notturne, la loro presenza nel progetto si è sostanziata in modo naturale, quasi per gioco, e nella naturalezza hanno espresso esattamente quello che avevo in mente. Dario con il suo basso ha silenziosamente e generosamente coadiuvato a porre solide fondamenta ritmiche ai groove di Folto. Ntrippo ha seguito le operazioni a distanza, apportando una carica vitale disumana e una visuale musicale e tecnicissima sui giradischi, impreziosendo il tutto con gli scratch e il suo stile. Mastrofabbro, talentuoso beatmaker catanzarese, ci ha fornito una piccola gemma offrendo, con il tramite di Diegoh, la vibra giusta, pur rimanendo defilato rispetto ad altri, per ovvi motivi geografici. Stessa cosa dicasi per Argento – “monster beatmaker” e deejay con cui già in passato ho avuto il piacere e l’onore di collaborare – coinvolto per la bonus track presente esclusivamente sul vinile. Il resto è Milano, incontri fugaci, quattro chiacchiere, e via di corsa.
Per finire: sbaglio o c’è un’attenzione speciale per riportare l’attenzione su rima e assonanze e un’ossessione (in senso positivo) per i giochi di parole che incastrino tutto a modo e rendano il rap più fluido?
Non sbagli. Si tratta di far danzare le sillabe, come se la voce fosse un b-boy allenatissimo, sempre pronto a trovare il modo di rendere ogni passo unico, e far sì che questo ti si inchiodi in testa, sia per come suona sia per quello che dice. Il rap per me è questo, insieme di forma e contenuto, anche se a volte la forma può prendere il sopravvento. Ma si tratta di esprimersi allargando i confini dei significati, sperimentando intrecci, creando figure e immagini per intrattenere chi ascolta, senza necessariamente svelare tutto, lasciando quindi uno spiraglio per la libera interpretazione. Non è sempre facile, ma ci si prova.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.