Blaluca

Cinema, musica, letteratura e arte. Non sempre e solo dalla scrivania.

[COPERTINA ROLLING STONE: PARLANO I COLLABORATORI pt. 2]

con 2 commenti

Post in progress sulla faccenda Rolling Stone/Berlusconi (vedi la prima parte) dopo l’elezione del Nostro a Rockstar dell’anno. Arrivano altre risposte di collaboratori della rivista.

La copertina di Rolling Stone

FEDERICO SCOPPIO
Da quanto tempo e quanto scrivi su Rolling Stone?
Dal 2006, condivido con Corrado Beldì una pagina di recensioni, chiamata Chiccherie. Fino ad un paio di anni fa tenevo una mini rubrica dal titolo Stasera Jazz. A volte scrivo anche interviste più o meno lunghe. Comunque sono presente su tutti i numeri.
Cosa pensi della copertina dedicata a ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’?
E’ la presa di coscienza del potere mediatico dell’icona, condivido la scelta, anzi, è proprio la consapevolezza del lavoro – che personalmente definisco una gran paraculata – di Berlusconi. Ma lui lo ha saputo fare.
Credo sia interessante soprattutto capire qual è il nuovo modo in cui si manifesta il divismo. E’ plausibile che nelle società tradizionali ci fosse un’identificazione forte con soggetti divistici che raccoglievano reputazione, simpatia e rappresentatività sociale, in particolar modo in società con cultura bassa e media. La vera sorpresa è il modo di interpetazione di oggi del concetto di divo, le modalità in cui l’esaltazione dei divi si manifesta.
Nasce un problema interpretativo piuttosto forte, la risposta che non può essere conclusiva, ma la mia tesi è che probabilmente la rinnovata forza di alcuni divi del mondo dello spettacolo dipenda da due circostanze:
- La crisi sociale dei valori, lo slittamento del senso, le sabbie mobili della vita pubblica, l’indebolimento delle immagini della politica e della cultura tradizionale, che sommate favoriscono la ricerca di punti di riferimento altrove, in quell’area che la sociologia chiamava area della neutralizzazione, nell’ambito della quale si discuteva di miti che non dividevano politicamente le persone. Per molti lo sport rappresenta esattamente l’opposto rispetto alla politica, è l’immagine della riunificazione della politica, a volta anche la tv. Quindi una crisi, attuale e fulminante, soprattutto una crisi percettiva di cui ancora non si ha chiara idea è la prima modalità. E Berlusconi si è appropriato programmaticamente del mondo dello sport, tramite il calcio e il Milan, e della tv tramite Fininvest e Mediaset.
- La polarizzazione culturale di questo paese, che è un vero problema, perché nel tempo moderno si assiste ad un arricchimento culturale di molte persone, soprattutto giovani, nonostante sia un arricchimento più diversificato rispetto al passato. E’ positivo ma rischia di polarizzare coloro i quali sono estranei a questo fenomeno, e cioè i monomediali, i teledipendenti, non ce ne sono molti, ma sono spesso collegati alla stessa corte statistica e quindi finiscono per essere l’area di pesca del divismo di tipo sportivo e dello spettacolo. Che, insieme a quello della politica, rimangono i settori dove i miti si creano ed esplodono.

Written by blaluca

26 Novembre 2009 alle 4:21 pm

[COPERTINA ROLLING STONE: PARLANO I COLLABORATORI pt. 1]

con un commento

Un giornalista free-lance, per quanto collabori regolarmente con una testata, non sempre può trovarsi d’accordo con la linea editoriale della stessa; ovvio.
La redazione, si è letto, era d’accordo all’unanimità; ma come vedono i collaboratori di Rolling Stone Italia la faccenda ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’ e il clamore creato dagli altri media sulla copertina (di Shepard Fairey) ancora prima dell’uscita del numero? Ne ho contattati una decina. Finora hanno reagito in cinque, ma non tutti, per varie ragioni, hanno voluto rispondere. Sperando che questo post (vedi titolo) sia la prima parte di un confronto (indiretto) sulla faccenda, ecco cosa ha risposto chi ha risposto.

La copertina di Rolling Stone

FILIPPO CASACCIA
Da quanto tempo e quanto scrivi su Rolling Stone?
Dal secondo numero curo la rubrica Hard Rock Cafone e saltuariamente ho scritto qualche pezzo lungo, qualche intervista, qualche recensione.
Cosa pensi della copertina dedicata a ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’?
Tragicamente azzeccata! Ha fatto molto scalpore anche perché alcuni, a destra e sinistra, l’hanno presa come un omaggio, con le conseguenti reazioni esaltate o indignate. A questo ci siamo ridotti: basterebbe leggere la rivista (e non solo l’ultimo numero!) o semplicemente vedere come è stato ritratto. Il problema vero è che Berlusconi ha tolto agli italiani anche il senso dell’ironia. E se non ti schieri esplicitamente rischi di essere frainteso.

CHIARA MEATTELLI
Da quanto tempo e quanto scrivi su Rolling Stone?
Il primo pezzo l’ho scritto a giugno 2007, se ben ricordo. Ogni quanto scrivo varia: ci sono numeri in cui pubblico anche tre pezzi, altri zero. Questo mese è uscita un’intervista a Sean Lennon.
Cosa pensi della copertina dedicata a ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’?
A questa domanda ho risposto nell’ultimo post del mio blog Brixtown (vedi qui): penso sia una provocazione da un punto di vista coraggiosa da un altro poco fantasiosa. Alla luce dei nuovi eventi, non riesco più a trovare il lato ironico sul “fenomeno Berlusconi”. Credo che questa provocazione abbia ottenuto il risultato opposto a quello sperato e che, di fatto, gli abbia conferito l’ennesima vittoria.

EMILIANO COLASANTI
Da quanto tempo e quanto scrivi su Rolling Stone?
Da cinque minuti e mezzo. Però mi sembra un bel numero per esordire!
Cosa pensi della copertina dedicata a ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’?
Penso che sia stata un’operazione riuscita, visto l’impatto che questa ha avuto sulla gente e i media in genere. Al tempo stesso sono rimasto abbastanza colpito dal clamore e soprattutto dalle polemiche. Non è la prima volta che vedo copertine del genere su un giornale musicale (che poi Rolling Stone per me non è solo un giornale musicale, ma forse più un “maschile” con dentro molta musica): anche l’edizione americana ne ha fatte a centinaia e qui da noi c’è Il Mucchio che ha tutta una storia di copertine provocatorie. Quello che colpisce è la potenza di fuoco di Rolling Stone. Se il Mucchio mette in copertina il Papa con in mano la testa di Veltroni, al più arrivano denunce. RS, anche e soprattutto per il marchio che rappresenta, ha una capacità davvero impressionante di arrivare a tutti, finendo per generare anche qualche fraintendimento.
Io non riesco a guardare questa vicenda con uno sguardo “politico”, mi colpisce di più l’aspetto prettamente giornalistico: con le fanzine di Silvio a fare la corsa per spacciare la copertina come una nuova bandiera e gli altri (blogger, lettori, chiunque) a indignarsi per partito preso, senza aver dato uno sguardo al contenuto, ma solo sulla spinta di quello che arrivava dai telegiornali. Di fatto anche la gente più sveglia, illuminata, colta, è caduta nel tranello che da sempre permette al berlusconismo di essere una cultura egemone e – ahinoi – vincente. In questo paese c’è chi legge della D’Addario e pensa che Berlusconi sia un grande e che faccia bene a scoparsele tutte, e si vede che nel 2009 per qualcuno la parola “rockstar” ha ancora un valore che io credevo abbastanza superato e vecchio. Il dibattito intorno a questa parolina mi ha fatto un po’ sorridere e anche un po’ tristezza, e sinceramente non credo che i supporter del Capo andranno in massa in edicola per comprare RS. Se ne torneranno a casa con la loro copia di Libero e con l’idea che Berlusconi sia un figo pazzesco. Ma questo accade ogni santo giorno, qualsiasi cosa succeda.
In cuor mio posso solo sperare in un mondo in cui copie e grandi numeri si spostino grazie a una foto di Bradford Cox in copertina, ma non è così. Per cui viva le provocazioni. Anche quelle “sul filo”. Soprattutto se sono ragionate e pensate come questa, ed è meglio far parlare per un Berlusconi ambiguo in copertina che per i testicoli di Omar Pedrini all’interno.

MICHELE WAD CAPOROSSO
Da quanto tempo e quanto scrivi su Rolling Stone?
Da prima che nascessi.
Cosa pensi della copertina dedicata a ‘Berlusconi Rockstar dell’anno’?
Uno schiaffo in faccia che tutti avrebbero voluto poter dare, ma non tutti hanno i giusti calli alle mani per poterlo fare.

[SEGRETI DI FAMIGLIA: F.F. COPPOLA L'ITALIANO]

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È la terza volta che mi ritrovo a parlare qui su Blaluca dell’ultimo film di Francis Ford Coppola, Tetro – Segreti di famiglia. Rispetto alle due precedenti (vedi qui e qui) la differenza è che ho visto il film (ieri sera) perché venerdì scorso finalmente è uscito nelle sale italiane. Mi è piaciuto molto. La premessa a questi miei appunti sul film è che sui media italiani mi sono occupato spesso di Argentina, Paese dove ho viaggiato qualche volta e dove è ambientato il film.

Un'immagine tratta da "Tetro - Segreti di famiglia"

Il distacco fisico non serve a nulla se manca il distacco interiore; la fuga lascia il problema irrisolto. A supporto del distacco ci può anche essere (stata) la scrittura, che libera la memoria e magari accantona passato e dolori connessi su un ammasso di fogli di carta rinchiusi in una valigia relegata sopra un armadio. Ma gli espedienti sottostanno al caso dunque le probabilità che possano durare fino alla fine sono pari a quelle che li condannano a crollare. Quando Tetro (Vincent Gallo), dopo anni di distacco dai suoi affetti familiari, si ritrova di fronte il fratello minore la (storia della) sua famiglia gli ripiomba addosso, per giunta con l’ingenuità e la fame di curiosità di fine adolescenza: Bennie (Alden Ehrenreich) ha diciotto anni.
Questo è il prologo di un film profondamente italiano ma realizzato da un italiano che non poteva che nascere e crescere altrove (negli Usa). C’è la famiglia, il luogo dove ristagna la società italiana (se l’Italia è provinciale e mafiosa lo deve per lo più alla sacra istituzione familiare) e dunque dove maestri e onesti registi del cinema italiano hanno spesso trovato fortuna. Ma la famiglia del film di Francis Ford Coppola (Detroit, 1939) sta a Buenos Aires, capitale del Paese più italiano fuori dall’Italia, dove la cultura italiana viene regolarmente celebrata, dove si conservano tradizioni del nostro Paese che qui si stanno perdendo (banalmente basti vedere quanti negozi di pasta fresca ci sono nella città più industrializzata, Buenos Aires appunto); una ‘nazione-sangue misto’ ricchissima di risorse e composta anche da milioni di italiani in cui Coppola penetra con esperienza e coscienza. Ma questo Paese in Italia, per responsabilità imputabili più che altro ai piani alti, è culturalmente snobbato, con una supponenza da arricchiti. In questa famiglia italiana trapiantata in Argentina e inventata dalla penna di Coppola poi c’è l’arte, anzi il genio addirittura, e in Italia da tempo, forse per pudore, non si celebra più questo genio artistico (ce ne sarebbe modo e/o motivo?), magari lo si rievoca o imita, ma sempre con goffaggine. Anche Coppola con Tetro – Segreti di famiglia parla del passato – glorioso solo in apparenza -, ma per lo più racconta il presente e in questo passaggio temporale-generazionale il genio, seppure minacciato da un padre senza scrupoli rifugiatosi negli Usa (lo stesso personaggio in Italia, genio o non genio, raccomanderebbe il figlio), non si perde. Dunque il presente in bianco e nero e il passato a colori (solo esteticamente come in Bonjour Tristesse di Otto Preminger) è solo un’illusione, perché qualche tinta, seppure meno sfarzosa, può esserci anche oggi; basta badare un po’ di più agli affetti ritrovati.

[FUMO DI PARIGI]

con 5 commenti

Sono un fumatore; senza accanimento ma fumo. Posso anche passare una settimana senza aver voglia di accendere una sigaretta come posso fumarne dieci in una sola serata (lunga). Le lotte per i diritti dei fumatori però mi sono sempre sembrate ridicole, imbarazzanti, da perditempo: in poche parole penso che il modo di fumarsi una sigaretta si trovi sempre. Detto ciò quanto sta succedendo in Francia va oltre la contrapposizione fumo o non fumo e questioni derivate. In questo caso c’entra (anche) il cinema. La legge Évin, adottata oltralpe nel dicembre 1990 durante il secondo Governo Rocard – quando il Presidente della Repubblica era ancora François Mitterrand -, è stata promulgata nel gennaio 1991 ed è relativa alla lotta contro il tabagismo e l’alcolismo. Una parte della legge proibisce, tra l’altro, qualsiasi propaganda o pubblicità diretta o indiretta a favore del tabacco. Beh, la società dei trasporti municipali di Parigi, RATP, da qualche tempo la sta applicando rigidamente creando così varie polemiche.
Nell’Aprile 2009 la Cinémathèque Française ha organizzato una mostra dedicata a Jacques Tati (1907 – 1982) e sui manifesti promozionali campeggiava un’immagine del regista e attore francese a passeggio in bicicletta mentre trasportava sul sellino un bambino; Tati in quell’immagine culto tratta dal film Mio zio (1958) fuma la pipa. La RATP, a differenza di riviste, muri, musei e bar parigini, ha censurato proprio quella pipa sostituendola, sui manifesti affissi sui bus e nella zona della Metropolitana, con una girandola gialla. Un precedente simile di applicazione rigorosa della legge Évin risaliva al 2005 quando la Bibliothèque nationale de France aveva tolto la cicca dalla mano di Jean-Paul Sartre su una foto utilizzata per la copertina del catalogo di una mostra; ma il caso, forse per la minore rilevanza popolare dell’evento, era passato più in sordina.

Particolare del poster dell'esposizione dedicata a Jacques Tati prima e dopo la cura RATP

Particolare del poster dell'esposizione dedicata a Jacques Tati; prima e dopo la cura RATP

Passati pochi giorni dall’«Affaire Tati» sorte simile per il poster di Coco avant Chanel – L’amore prima del mito, film della passata stagione con Audrey Tautou e dedicato alla storia della creatrice di moda Gabrielle “Coco” Chanel. RATP non ne ha voluto sapere; poster rifiutato.
Ora, notizia di ieri, è toccato anche a un altro mito francese, Serge Gainsbourg: nonostante Joann Sfar, regista del film Gainsbourg, vie héroïque, e la distribuzione Universal abbiano deciso di non far figurare nel poster una sigaretta ma solo una nuvoletta di fumo che esce dalla bocca del protagonista dell’opera, niente da fare, RATP continua, solitaria, a non voler diffondere l’immagine sui mezzi pubblici e nelle aree di sua responsabilità.
Gli intellettuali e gli addetti alla cultura francese parlano di integralismo della RATP; tra questi Costa-Gravas, attuale presidente della Cinémathèque Française, definisce l’atteggiamento inaccettabile. La società dei trasporti dal suo canto ha dichiarato di voler prevenire eventuali azioni legali di associazioni di diritti di non fumatori. Questo nonostante l’ARPP, Autorité de Régulation Professionnelle de la Publicité, nel maggio scorso abbia dichiarato che dei prodotti legati al tabacco possano figurare sulle pubblicità sottostando ad alcune condizioni tra cui la “finalità culturale o artistica”. In Francia il dibattito è aperto. In questo caso so da ora che sia nelle serate lunghe in cui mi ammazzo di sigarette sia nelle settimane di astinenza penserò che chi si oppone alla RATP stia sostenendo una lotta sacrosanta. Perché qui si tratta di censura e non di lotta al tabagismo.

 

I due poster rifiutati da RATP

[LUCIANO LUTRING: UNA STORIA DA DIMENTICARE]

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Negli anni ’70 non avevo un’età utile per assistere con interesse e coscienza alle attenzioni che tutti i media gli hanno dedicato, dunque l’ho visto per la prima volta in tv non molti anni fa ospite in uno dei talk show di Fabio Volo su Italia1; poi, nel corso di questi ultimi anni, l’ho rivisto a più riprese su youtube. Lo scorso 7 Novembre però sono andato alla Cooperativa del Popolo di Cisliano (Milano) per vederlo dal vivo: l’associazione Mala..ricordi?? infatti quel sabato ha organizzato un incontro con lui, Luciano Lutring, milanese classe 1937, noto ex malavitoso ormai tornato sulla “retta via”. Nonostante abbia effettuato decine di rapine a mano armata tra gli anni ’50 e gli anni ‘60, il Nostro non ha mai ucciso nessuno, e i suoi comportamenti galanti provenienti dal suo amore per la bella vita gli hanno fatto guadagnare il titolo di “gangster gentiluomo”. Oggi Lutring, per le cronache di una volta noto come “Il Solista del mitra” (definizione coniata da Franco Di Bella del Corriere della Sera), è un abile oratore, che eccelle in ironia, ma non si può dire sia uno scrittore dello stesso livello. Non a caso la sua autobiografia, Una storia da dimenticare (Agar Edizioni, 2003), è impostata come una lunga intervista; più parlata che scritta. La scrittura naïf (lo stesso Lutring si definisce “un mediocre scrittore”, p. 250), una ricostruzione a tratti confusionale e vari refusi, non intaccano però la sua storia di vita vissuta, che vale la pena di essere conosciuta.

Luciano Lutring, "Una storia da dimenticare" (Agar ed.)

Dal punto di vista storico i ricordi di Lutring hanno il loro valore. Soffermandosi su Milano, per esempio, dal libro scopro che una volta anche San Siro – oggi tra i quartieri residenziali, o dormitori che dir si voglia, più quotati in città – era una vera periferia metropolitana; letteralmente lo è ancora, visto che il cartello stradale con la scritta ‘Milano’ barrata dista circa 5 km da stadio e ippodromo, ma una volta, almeno fino all’immediato dopoguerra, era una zona piuttosto malfamata a leggere il racconto di Lutring. Proprio come l’autore di Una storia da dimenticare sono cresciuto a San Siro, dunque questa descrizione del quartiere alla stregua di un “ghetto” (pare che i tram non si spingessero oltre Piazzale Segesta anche per questioni di sicurezza) mi fa un certo effetto. Negli anni ‘80, oltre alle dicerie sui residenti di un paio di vie off limits ma comunque defilate ed evitabili, tra i “fuori luogo” della zona ricordo giusto qualche giovane tossicodipendente (tra l’altro tutti spariti nel corso del tempo..) che magari chiedeva moneta anche a noi ragazzini; niente di più, niente di che. San Siro negli anni ’50 e ’60 non era un quartiere né ricco né benestante come appare oggi, anzi dal racconto di Lutring si evince fosse tra i più poveri visto che durante la seconda guerra mondiale è stato tra i più bombardati della città: data la presenza di “moltissime fabbriche […] la zona era considerata un obiettivo militare” (p. 61). Ma Lutring non si ferma a San Siro, visto che per i suoi colpi ha girato mezza Europa.

Luciano Lutring alla Cooperativa del Popolo di Cisliano (foto di Michele Mazzanti)

“Il Solista del mitra” descrive con efficacia l’ambiente e il sistema carcerario a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quando ha scontato parte della pena inflittagli dai tribunali: 12 anni complessivi di carcere, un primo periodo in Francia, dove è stato graziato da Georges Pompidou, un secondo in Italia, dove ha ricevuto la grazia da Giovanni Leone (è uscito definitivamente di prigione nel 1977). A Parigi, rinchiuso nella ‘Maison d’arrêt de la Santé’, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura e alla pittura e, soprattutto nel secondo campo, ha raggiunto i meriti artistici utili, insieme alla buona condotta, per farsi concedere le grazie. Ma mentre lui dipingeva, le carceri erano in movimento, spesso in subbuglio anche a causa degli avvenimenti esterni: erano gli anni della contestazione e della strategia della tensione.
Quella di Lutring è una storia da film, tanto che quando è riuscito a far uscire dal carcere – poco dopo la reclusione e tramite i suoi avvocati – un memoriale poi pubblicato da Longanesi (una “storia […] non del tutto dettagliata” visto che “vi erano ancora delle inchieste in corso”, p.189) il regista romano Carlo Lizzani (1922) ha realizzato Svegliati e uccidi (1966), film tratto da questa prima autobiografia. D’altronde scene come quella dell’inseguimento e del ferimento da parte della polizia a Pigalle, Parigi, con seguente arresto avvenuto in pratica al risveglio dal coma in ospedale, hanno proprio il respiro da grande schermo.
Lutring alla fine non rinnega nulla (“ogni singolo gesto, ogni singolo momento mi hanno condotto alla serena consapevolezza dell’uomo che sono diventato”, p. 278) ma questa presa di coscienza non toglie amarezza a questa storia, a volte fortunata a volte tragica (ha perso un figlio quattordicenne), di un bandito d’altri tempi, oggi persona quanto meno smaliziata, spesso spassosa e all’apparenza affabile. A testimoniare il cambiamento c’è proprio questa autobiografia: se la parte sulle rapine, sulla malavita, è paradossalmente la meno coinvolgente e la più confusa, significa che Lutring ha quanto meno cercato di rimuoverla. Per quanto la pubblicazione di questo e altri libri ad alcuni possa sembrare contraddire questo processo, i racconti dal vivo di quelle esperienze lo avallano, vista la presenza costante della maschera dell’ironia.